L’Europa e il femminile da non sottovalutare

Noi Donne – Giancarla Codrignani

In vista delle elezioni europee una riflessione sui possibili cambiamenti: basterebbe far “partire da sé” ogni politica

Quale sarebbe il soggetto più titolato da rendere protagonista per un superamento innovativo della crisi che colpisce tutta l’Europa e per le trasformazioni globali che hanno bisogno di inventiva e di concretezza? Basterebbe solo far “partire da sé” ogni politica e, con o senza scuole di teorica femminista, si realizzerebbero effetti generalizzati positivi: un internazionalismo dis-organico (senza lobbies, come a febbraio la rete europea per l’autodeterminazione solidale con le spagnole) e senza gerarchie di comando. Ma le donne restano un paradosso perché – anche se nemmeno loro sono angele – nessun autorevole maschio rinuncia a buttar via alleanze nell’emergenza. Eppure i poteri forti (anche quelli deboli) maschili da anni sostengono che “siamo una risorsa” e che, “se lavorassimo tutte”, non so di quanti punti aumenterebbe il Pil; ma non definiscono mai i meccanismi attuativi e, di fatto, inducono le più brave a seguire l’ideologia del “soggetto unico”.

Siamo visionarie? Io certamente sì: non sarebbe bello trovare un posto ai tavoli dei big e dire in mezzo all’attenzione di lor signori che la crisi è sistemica, che le popolazioni non possono più crescere solo per morire finché loro giocano a diventar più ricchi con la finanza corrotta, che il lavoro non sarà mai più come prima se Fiat e/o Chrysler produrranno in reparti non di operai ma di tecnici in camice che dal pc manovreranno i robot? Gli onesti dovranno ammettere che non si potrà – ma si “dovrebbe”- cambiare sistema e, invece di produrre merci, produrre benessere per gli umani? Se il denaro è comunque una finzione, i servizi possono creare un lavoro come una volta la meccanica pesante in cui le macchine producevano e producono ancora macchine….. Ci vorranno decenni, ma intanto approfittiamo della crisi e tentiamo qualche cambiamento di direzione, magari graduale e selettivo: ovunque, soprattutto tra i paesi emergenti (come? non sono mai “emersi”?) la maggioranza delle donne il coraggio di pensare cose così lo avrebbe. La tradizione in fondo ha invece sempre preferito uscire dalle crisi con le guerre.

Comunque, siamo alla vigilia del voto europeo forse più importante e anche le donne restano alla mercé di chiacchiere idiote secondo cui “l’Europa chiede molto e dà poco”. Non facciamoci turlupinare: l’idea degli “Stati Uniti d’Europa” appartiene alla necessità storica. La rivista Les Etas-unis d’Europe uscita nel 1867 dopo la Conferenza pacifista di Ginevra, non riuscì a prevenire la prima guerra mondiale e chiuse le pubblicazioni nel 1939, una volta iniziata la seconda. Altiero Spinelli ci pensava nel confino di Ventotene e il suo progetto, dopo aver subito – e subire – tutti i rallentamenti e gli scontri possibili, ha pur prodotto un’Unione Europea già reale se ha reso non più immaginabile la guerra al proprio interno. Vista così, è il solo strumento che, Cancelliera Merkel a parte, può contribuire a superare la crisi strutturale. Ma bisogna sollecitarla ad andare oltre: vi sembra giusto spendere 311,9 miliardi di dollari annui per 28 eserciti con distinti effettivi per 15.977.888 uomini di 28 paesi? Le “patrie” sarebbero più sicure con lo strumento unico comune e il denaro pubblico speso meglio..

Invece interessi legati ad altre monete favoriscono il sospetto anche nei confronti dell’euro. Le istituzioni federali che siamo arrivati a costruire non sono solo il Parlamento, la Commissione, la Corte di Giustizia, ma anche la BCE e l’euro. Smantellarne anche una sola sarebbe insensato: probabilmente sarà ancora presto per il “governo federale”, ma il semestre di presidenza che tocca subito all’Italia potrebbe favorire una “federazione leggera”, secondo la proposta di Emma Bonino, per portare il bilancio federale almeno al 3% del PIL e aprire a quella politica economica, estera e di difesa che renda l’UE un organismo federale in grado di funzionare a vantaggio comune.

Per partire dai nostri interessi “di genere”, il report presentato (e purtroppo respinto) nel gennaio scorso dalla portoghese Edite Estrela prospettava la definizione comune a tutti i paesi dell’UE dei diritti riproduttivi e dell’autodeterminazione. Estrela era più coraggiosa e lungimirante dei suoi colleghi, meno attenti alla libertà femminile che al perbenismo sociale. L’allarme per le misure contro l’autodeterminazione del governo spagnolo ha evocato lo spettro del contagio – come negli Usa, dove metà degli Stati hanno ristretto le norme sull’aborto – ma in tutta Europa, senza organizzazione strutturata, le donne hanno creato manifestazioni a favore dei propri diritti. Perfino in Polonia. Non sottovalutiamo l’Europa, femminile non solo nel nome.

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