LA FINZIONE DELLA PARITÀ di Concita De Gregorio

La Repubblica 7 marzo 2014

Sempre lì s’inceppa il meccanismo della propaganda. Una piccola cosa: che volete che sia al cospetto della soglia di sbarramento, del modello strutturale di riferimento, del ruolo del Senato e dei vincoli costituzionali, per esempio. Eppure, ogni volta daccapo, è lì che alzano le mani i professionisti di meccanica elettorale: quando davvero, ma davvero, bisogna garantire che uomini e donne abbiano la stessa possibilità sostanziale di essere eletti. Sostanziale oltreché formale.
Dunque succede che, di fronte ad un emendamento sulla parità di genere firmato da parlamentari di molti gruppi e partiti politici, il relatore esprima parere negativo, il governo taccia un momento di troppo e l’agognata riforma, il cosiddetto Italicum, interrompa la sua marcia trionfale e vada in stallo per mezza giornata. Allarme nel pannello di comando, pericolo di caduta, i calcoli di aula fanno temere il peggio, meglio riprendere quota e aspettare. Il voto slitta a lunedì.
Combinazione vuole, è proprio un caso ma si sa che il caso è un mistero trasparente e luminoso, che la tre giorni di sosta attraversi l’8 marzo. Una festa, la Festa della Donna, che molti — persino molte donne — hanno ormai in uggia, la giudicano più o meno sottovoce stantia e retorica: a cosa serve un giorno all’anno, la vita è tutti i giorni, il merito prescinde dal sesso eccetera. Benissimo, ammettiamo che. Andiamo a vedere però le ragioni reali per cui una richiesta semplice e sensata come quella della parità fra uomini e donne nelle liste elettorali (cinquanta per cento di capolista, alternanza uno a uno e non a blocchi perché è chiaro, e noto per esperienza, e reso manifesto dal buon senso che se in una circoscrizione elettorale un partito ha la forza di eleggere due parlamentari mettere una donna al terzo posto è un esercizio di stile, salvo sorprese) dunque vediamo perché no. La voce del Transatlantico è molto chiara, tutti sanno perché: perché chi fa le liste — i Denis Verdini, gli uomini neppure tanto ombra dei partiti — vogliono avere le mani libere. Vogliono essere loro a decidere, ancora una volta, chi sarà eletto e chi no. Certo, con un margine di rischio perché l’elettorato può essere imprevedibile. Ma con un margine minimo, diciamo. Vogliono garantire chi deve essere garantito: i fedeli, i devoti, quelli che poi saranno grati e obbedienti. Anche le donne possono essere fedeli e non leali, certamente. Tutto attorno abbiamo fior di esempi. A maggior ragione quindi — anche nell’antica ottica della concessione dall’alto — non dovrebbero esserci problemi. Invece ci sono.
È una vecchia storia. Renzi ha fatto un governo 50 e 50 (ci sarebbero anche i sottosegretari, ma quelli sono meno vistosi dunque si contano meno) e ha abolito il ministero delle Pari Opportunità, che per un momento alla vigilia aveva pensato per Ivan Scalfarotto, gay e paladino dei diritti delle minoranze. Poi Giovanardi in pubblico e Alfano in privato hanno avuto da ridire. È pur sempre un governo di larghe intese, questo, per quanto — rispetto al precedente — di più aggressive e meno miti pretese. Perciò il gruppo di parlamentari Pd, Ndc, Sel, Scelta civica e vari altri minori — le firmatarie dell’emendamento che ha provocato lo stallo, non sono fra loro Forza Italia e Cinque Stelle — non possono contare sul sostegno istituzionale di un ministro. Ci fosse stata, per dire, Iosefa Idem, la volta scorsa si sarebbero rivolte a lei. Ma la volta scorsa la legge elettorale non era all’ordine del giorno. La palla non si trova mai col piede. Ora che tutto marcia, manca il referente. Laura Boldrini, presidente della Camera, ha ricevuto le deputate facendo presente che ben due articoli della Costituzione, il 3 (uguaglianza) e il 51 (pari opportunità) sono dalla loro. I senatori del Pd hanno sottoscritto un appello. Sel chiede il voto palese, non si vede perché sull’uguaglianza di genere ci debba essere libertà di coscienza da tutelare. Eppure non basta. È il governo che deve parlare. È Renzi che deve mettere dentro i fatti l’abilità che manifesta a parole.
Si dice spesso che la vera parità sarà raggiunta quando ci saranno nei posti di comando tante donne incapaci quanti uomini inetti solitamente ci sono. È una ben triste battuta. È purtroppo già spesso vero che anche gli uomini ricoprono incarichi di prestigio in quanto “uomini di” — di corrente, di riferimento, di un leader — quanto accada alle donne che di rado, anche a questo giro di governo, possono essere identificate non solo in base ai loro meriti ma per essere piuttosto “donne di”. Indicate da. Volute da. In confidenza con. Negli stessi giorni in cui si discute la legge elettorale si chiude a Roma un magnifico incontro di Women in diplomacy, convegno di giovani diplomatiche del Mediterraneo voluto da Emma Bonino, ottimo ministro degli Esteri non sponsorizzato da alcuna frazione di corrente per la conferma. Nei medesimi giorni in cui si osserva la pausa di riflessione, 8 marzo compreso, la Lego manda in produzione tre figurine che rappresentano una chimica, un’astrofisica e una paleontologa. Le affianca alle tradizionali signora col gattino, alla cuoca e alla giardiniera col grembiule. Anche in questo caso c’è voluta una potente raccolta di firme, in azienda non gli era venuto in mente. Strano. Perché le scienziate (anche quelle italiane, buongiorno Fabiola Gianotti) sono parecchie, cucinano anche e a volte hanno un gatto. Magari a Renzi questa cosa della Lego interessa. Magari, domani sabato 8, pensando al pupazzetto dell’astrofisica (ne ha avuta una eccelsa Firenze, un saluto Margherita Hack) butta un occhio all’emendamento sulla parità. Aspettando Godot, lunedì.

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