Femminicidio e crisi economica: un legame pericoloso

Europa 14 marzo 2014 – di Paola Casella

“Non ho un lavoro perchè non lo trovo, è difficile, a 44 anni, e con i tempi che corrono. Mio marito mi dà solo 40, max 50 euro da gestirmi al mese. Oggi addirittura mi ha accusata di avergli rubato 100 euro. Io non so nemmeno dove li nasconda, forse lo fa apposta perchè ce ne sono pochi, così non me ne dà più, visto la crisi. Ma io penso che marito e moglie la crisi la risolvono insieme”. Questa mail di una lettrice, Nada, è arrivata alla redazione di Donneuropa come commento all’intervista alla giudice Paola Di Nicola.

È un grido di aiuto, ma illumina anche un problema molto reale: il rapporto fra la crisi economica e la violenza domestica nel nostro paese. La frustrazione ingenerata dalla mancanza di denaro e di lavoro, si dice, rende gli uomini più rabbiosi e violenti, e le donne ci vanno di mezzo perché ruotano nella loro orbita: come dire, per contiguità logistica.

Se poi queste donne sono ex compagne che si allontanano da quegli uomini, la furia che acceca i violenti viene definita “passionale”. Ma andando a guardare le storie di “passione” in cui sono coinvolte le donne che hanno subìto violenza negli ultimi anni, spesso si riscontra un altro denominatore comune.

Molti di questi uomini violenti sono disoccupati. E molte delle donne che subiscono la loro violenza lavorano, o hanno comunque mantenuto l’attività che svolgevano fino all’insorgere delle botte da parte dei loro ex. Lo suggeriscono i dati esposti da Patrizia Farina del dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università Milano Bicocca alla presentazione del progetto “In rete si può”: il 60% delle donne che hanno subìto violenza ha un’occupazione, e il 64% dispone di risorse proprie, dato che sale al 67% nel caso delle italiane.

Anche le tantissime donne che hanno perso il lavoro a causa della crisi (perché i tagli hanno colpito e continuano a colpire innanzitutto le donne) sembrano reagire meglio degli uomini alla situazione, perché la loro identità non coincide completamente con il ruolo di lavoratrici, anche se quel lavoro è necessario e magari è fonte di soddisfazione personale. Anche le donne che non riescono a trovare lavoro, come Nada, tendono ad affrontare la crisi in modo diverso: ad esempio proponendo di unire le forze con il proprio compagno, invece di farne il parafulmine delle proprie frustrazioni.

Al contrario, “se il lavoro non c’è, per l’uomo è una tragedia”, afferma la sessuologa Alessandra Graziottin. “Il lavoro è stato per millenni, inscritto nei cromosomi, il pilastro dell’identità maschile, tanto sessuale quanto di persona. La perdita di lavoro per gli uomini comporta una perdita secca di identità, reddito, autostima, relazioni sociali e possibilità economiche. C’è un vecchio detto: Homo sine pecunia est imago mortis. E se lei ha un lavoro che le dà l’indipendenza economica, questo è dirompente nei confronti di psicologie maschili di tipo arcaico, perché l’uomo non può più controllare la donna su quella dipendenza millenaria che era costituita dal cibo, il denaro, la sopravvivenza”.

La depressione maschile legata alla perdita di potere economico negli ultimi anni è salita alle stelle, non solo in Italia, come indica un articolo apparso sul British Journal of Psychiatrya firma di Boadie Dunlop, docente presso la Emory University School of Medicine di Atlanta. La ricerca di Dunlop mostra che dal 2007 circa il 75 % dei posti di lavoro persi negli Stati Uniti erano assegnati a uomini e sostiene che “molti uomini attribuiscono grande importanza al loro ruolo di protettori delle famiglie e fornitori di beni. Proprio il fallimento nello svolgere questo compito è associato all’aumento di depressione e di conflitti coniugali”.

Parallelamente invece le donne si sono fatte strada nel mondo del lavoro Usa, tanto che nel 2007, sempre secondo la ricerca di Dunlop, il 22% delle mogli guadagnava più dei rispettivi mariti. Le donne, davanti alle difficoltà lavorative dovute alla crisi, hanno cominciato presto a rimboccarsi le maniche, accontentandosi anche di ruoli meno prestigiosi e inizialmente meno remunerativi, ma continuando a darsi da fare senza soccombere all’avvilimento, forse perché sono abituate a farlo da sempre.

Molti uomini invece, dopo aver perso il lavoro, si sono appallottolati su se stessi, implodendo (vedi l’aumento vertiginoso dei suicidi maschili legati alla disoccupazione o alle nuove difficoltà economiche) o esplodendo, spesso contro le donne che hanno vicino, magari proprio perché, al contrario di loro, riescono a tirare avanti con coraggio e dignità, persino a prosperare.

Se poi quelle stesse donne, animate da un istinto basico di sopravvivenza, finiscono per allontanare dall’ambito domestico il compagno non più fonte di sicurezza ma focolaio di distruttività, la furia maschile esplode in tutta la sua deflagrante potenza. Homo sine pecunia est imago mortis. E di morte, quell’uomo, diventa portatore.

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