Il Cognome della madre nell’evoluzione normativa e giurisprudenziale

AVV. MICHELA QUAGLIANO – Ordine Avvocati di Torino

Nell’attuale normativa il cognome è parte integrante del “diritto al nome” che, disciplinato dall’art. 6 c.c. al titolo I “Delle persone fisiche” del primo libro, rientra all’interno del più generale “diritto alla personalità”.
Dunque il nome*, secondo quanto previsto dall’art. 6 comma 1 c.c., viene attribuito alla persona “per legge” e ciò perché, solo attraverso il suddetto diritto, si realizza il pieno sviluppo e riconoscimento dell’identità individuale (prenome o nome) e sociale (cognome). Tuttavia, il “diritto al nome”, seppur affermato esplicitamente dall’attuale normativa, è un diritto recente.
Infatti, né il codice napoleonico – al quale si ispira il vigente codice civile – né il codice civile italiano del 1865 contengono un’affermazione esplicita di tale diritto; quindi, il nostro codice civile, oltre a dare pieno riconoscimento legislativo a tale diritto, vincola il “diritto al nome” al principio di immutabilità; lo stesso articolo 6 al terzo comma stabilisce, infatti, che “non sono ammessi cambiamenti, aggiunte o rettifiche, se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati.” L’articolo si riferisce ad ipotesi residuali che possiamo reperire nel D.P.R. 24.2.2012 che, modificando il precedente D.P.R. n. 396/2000, prevede all’art. 2 che “1. Salvo quanto disposto per le rettificazioni, chiunque vuole cambiare il nome o aggiungere al proprio un altro nome ovvero vuole cambiare il cognome, anche perché ridicolo o vergognoso o perché rivela l’origine naturale o aggiungere al proprio un altro cognome, deve farne domanda al prefetto della provincia del luogo di residenza o di quello nella cui circoscrizione è situato l’ufficio dello stato civile dove si trova l’atto di nascita al quale la richiesta si riferisce. Nella domanda l’istante deve esporre le ragioni a fondamento della richiesta.” La giurisprudenza – vedi, ad esempio la sentenza n. 2572/2004 del Consiglio di Stato – comprende tra le “valide ragioni” anche il fatto che, stante la fama ed il prestigio del cognome materno, questo possa essere aggiunto – non sostituito – a quello paterno perché da ciò deriverebbe un vantaggio al figlio.
Altro discorso ancora per l’adottato la cui disciplina è demandata all’art. 299 c.c. ed alle norme che riguardano lo stato civile.
A parte tali residuali ipotesi, si può affermare il principio dell’immutabilità del nome, ciò che evidenzia la duplicità di interessi contenuti nel “diritto al nome”: all’interesse privato della persona al nome, come strumento attraverso il quale si realizza l’identità individuale, si affianca l’interesse pubblico che solo l’applicazione di tale principio può soddisfare.
Il principio di immutabilità del nome indica, quindi, un dovere al nome verso lo Stato, perché è ciò che consente l’individuazione del cittadino, a riprova del fatto che il diritto al nome è un diritto fondamentale della personalità.
Come si vede dalla formulazione dell’articolo citato, il cognome è a tutti gli effetti un diritto inviolabile della persona, oltre ad essere un simbolo sociale che, designando la persona nella sua appartenenza familiare, la identifica nella società, distinguendola, ad esempio, da casi di omonimie o da soggetti appartenenti ad altri gruppi familiari.
Dobbiamo risalire al medioevo per vedere affermarsi in Europa il sistema dei cognomi. In Italia, il cognome è puro appannaggio delle famiglie ricche la cui trasmissione di padre in figlio diventa funzionale alla trasmissione materiale del patrimonio di famiglia; l’impossibilità di trasmettere la propria ascendenza ai figli trova fondamento per le donne nel non essere titolari di capacità giuridica e nel non poter essere intestatarie di beni, né titolari di diritti successori attivi e passivi.
L’attuale situazione normativa ed il mutato assetto della proprietà e del diritto successorio non dovrebbe più permettere, né supportare, una simile discriminazione, soprattutto, dopo l’attuazione del principio costituzionale di “uguaglianza morale e giuridica dei coniugi” (ex art. 29 Cost.) operata dalla riforma del diritto di famiglia (1975). L’attuazione del dettato costituzionale, operata dalla riforma del 1975, delinea un nuovo assetto all’interno della famiglia, non più basato su di un modello gerarchico che fonda la sua ragion d’essere nella figura del capo-famiglia, ma su quello di una comunità di eguali fondata sul consenso e il reciproco rispetto dei suoi componenti che trova la sua definizione nei principi costituzionali di “pari dignità sociale” (ex art. 3) ed “uguaglianza morale e giuridica dei coniugi” (ex art. 29 comma 2).
Non solo, dunque, una lettura costituzionalmente orientata delle norme vigenti consentirebbe la trasmissione del cognome materno alla prole, ma, ad abuntantiam, va detto che il nostro ordinamento non prevede alcuna norma specifica che regoli la fattispecie, a parte ipotesi residuali che riguardano l’adottato ed il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio. Tale silenzio è ribadito anche dalla nota sentenza della Corte di Cassazione – la n. 13298/04 – che afferma: “il silenzio del Legislatore della riforma del diritto di famiglia in ordine al cognome dei figli legittimi, (…), consente di desumere la persistente validità di una norma consuetudinaria saldamente radicata nella coscienza e nella percezione collettiva” al punto “che neppure in sede di riforma dell’ordinamento dello stato civile il Legislatore ha ritenuto necessario inserire una previsione esplicita sul punto.”
Possiamo così provvisoriamente concludere che il patronimico tragga il suo fondamento da una consuetudine secolare che deriva la sua forza dalla tradizione.
Un intervento legislativo rivolto a colmare tale vuoto consentirebbe al nostro paese di allinearsi agli altri paesi dell’Unione Europea, dove già è prevista l’attribuzione del cognome della madre o del padre secondo principi di effettiva uguaglianza. La scelta è già possibile nei paesi nordici (Finlandia, Svezia, Norvegia), in Germania e in Austria; in Spagna e in Francia si possono trasmettere entrambi i cognomi, con la possibilità per i francesi di deciderne anche l’ordine.
L’Italia, quindi, oltre ad essere inadempiente rispetto all’art. 16 della Convenzione adottata a New York il 18 dicembre 1979 sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, sconta un notevole ritardo rispetto agli altri paesi europei.
Non si può dire che negli anni non vi siano stati dei tentativi di intervenire; la prima proposta di legge venne presentata dall’On. Magnani Noya nel 1979, l’ultimo è un disegno di legge del giorno 8.1.2014 d’iniziativa del Sen. Lo Giudice; moltissime sono state le proposte provenienti in modo trasversale dai diversi schieramenti, senza però arrivare mai a nulla di concreto.
I Giudici, al contrario, sono stati più volte chiamati a pronunciarsi su ricorsi radicati da numerosissimi genitori e così la giurisprudenza sul punto – che ha però sempre respinto, seppur con diverse motivazioni – comincia ad essere piuttosto consistente.
Vi segnalo l’ordinanza n. 13298 del 2004 con la quale la I Sezione della Corte di Cassazione, adita da una coppia di genitori milanesi che si è vista negare la possibilità di trasmettere alla propria figlia il cognome materno sia dal Tribunale dei Minori di Milano (2002) che dalla Corte d’Appello, solleva questione di legittimità costituzionale innanzi alla Corte Costituzionale e la cito non solo perché la questione da allora ha segnato una netta accelerazione, ma anche perché contiene alcune affermazioni di principio molto interessanti.
La Cassazione riconosce discriminatorio non consentire l’attribuzione del cognome materno e afferma che “una diversa sensibilità nella collettività e i diversi valori di riferimento, connessi alle profonde trasformazioni sociali intervenute, nonché gli impegni imposti da convenzioni internazionali e le sollecitazioni provenienti dalle istituzioni comunitarie, richiedono una rinnovata valutazione della conformità” alla Costituzione di tutte quelle norme del codice civile che presumono l’imposizione del cognome paterno.
Secondo i Giudici della Cassazione l’art. 2 Cost. dovrebbe essere inteso “nella duplice direzione del diritto della madre di trasmettere il proprio cognome al figlio e di quello del figlio di acquisire segni di identificazione rispetto ad entrambi i genitori e di testimoniare la continuità della sua storia familiare anche con riferimento alla linea materna”; in più, privilegiare il tramandarsi del cognome paterno contrasta anche con l’art. 3 Cost., traducendosi in un aperta e chiara discriminazione.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 61/2006, non si allontana dalle sue precedenti pronunce, ma riconosce che l’attuale sistema di attribuzione del cognome sia retaggio di una concezione patriarcale della famiglia che affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico e di una ormai tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna. Nonostante ciò, conclude respingendo la richiesta di incostituzionalità sul presupposto che l’intervento invocato richiederebbe una operazione manipolativa della norma, esorbitante dai poteri della Corte stessa e propria soltanto del legislatore.
Nel gennaio di questo anno la Corte Europea per i Diritti Umani con sede a Strasburgo ha condannato l’Italia per aver negato ad una coppia di coniugi di attribuire alla propria figlia il cognome materno invece che quello paterno, riscontrando in tale divieto una violazione dei diritti umani e una discriminazione sessuale, ritenendo insufficiente quanto disposto dal D.P.R. 24.2.2012 che ho poc’anzi citato, ovvero la possibilità di aggiungere al cognome paterno quello materno. L’Italia, dunque, dovrà adottare quelle riforme legislative per rimediare alla violazione riscontrata.
Ma allora, se non è un problema giuridico, quale è il problema? Perché il patronimico vacilla, ma mantiene ancora saldamente la sua posizione?
Dobbiamo spostarci nell’ambito del metadiritto, nel campo della rappresentazione simbolica.
Ha spiegato Umberto Galimberti – e qui sfioro soltanto l’argomentazione – che, dalla notte dei tempi, l’Uomo è il guardiano dell’anima e per questo è forma, la Donna è il corpo, quindi la materia. La distinzione maschile – femminile non fa riferimento tanto al contributo biologico nella generazione, quanto alla differenza tra la “forma”, l’”idea”, il “modello” di cui il maschio è portatore e la “materia” di cui la donna è depositaria. La coppia genitoriale paritetica nella generazione biologica diventa gerarchica nella rappresentazione sociale, per cui il significato di madre si risolve in quello di genitrice, mentre il significato di genitore si eleva a quello di padre. Per questo si celebra il nome del padre, perché la distinzione maschile – femminile, non è solo “fisiologica”, ma è soprattutto “ideologica”.
E se il nome, come nella tradizione che va dai primitivi a noi, è il sigillo dello spirito, anche le donne devono avere la possibilità di trasmetterlo ai loro figli. E questo perché, consentendolo, si riscatta la donna da quella millenaria ideologia che la vuole relegata nella pura materia, vincolata al suo corpo, a sua volta interpretato solo come corpo di generazione. A meno che, al pari dei medioevali, ancora non si ritenga che la donna non disponga dell’anima.
La questione dell’eredità simbolica continua ad essere un tassello mancante all’interno delle conquiste femminili. Ma la rotta è da invertire e il processo non sarà facile, perché se noi donne occidentali non portiamo il burka, forse le nostre idee lo portano ancora.

* In questa sede si userà il termine “nome” nel suo significato giuridico comprendente sia il prenome (o nome) che il cognome (o nome di famiglia).

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