C’ERA UNA VOLTA L’INFANZIA

SIMONETTA FIORI – La Repubblica 23 marzo 2014

Padri Peter Pan e madri alla ricerca del Principe azzurro.
Genitori troppo presi a far crescere “il figlio perfetto”.
Bassa natalità che li rende “beni preziosi su cui investire”
Mentre apre la fiera di Bologna dedicata a loro,ecco perché i bambini ormai sembrano adulti

Ibambini? Non ci sono più. Li abbiamo fatti crescere in fretta. Non più figli ma quasi coetanei. Complici nei pasticci sentimentali e negli imprevisti della vita che gli adulti infantili non sanno più reggere da soli. Abbiamo ucciso i bambini perché ci siamo sostituiti a loro, barattando la loro irresponsabilità con la nostra. Ci siamo persi i bambini perché i bambini siamo noi.
Dalla pubblicità alla tv, non è difficile trovarne riscontri nell’immaginario contemporaneo. Erotizzati e ritratti in pose ammiccanti nelle foto di moda. Mostruosi melodici miniaturizzati nei festival canori del sabato sera. Molto più maturi dei genitori immaturi nelle fiction televisive e al cinema, spesso costretti al ruolo di consolatori di madri o padri abbandonati. Ma dov’è finita l’età dell’incoscienza? Se lo domanda Marina D’Amato, titolare all’università di Roma Tre dell’unica cattedra al mondo di Sociologia dell’infanzia, professoressa della Sorbonne e ora autrice di un appassionato saggio dall’efficace titolo “Ci siamo persi i bambini”(Laterza, pagg. 160, euro 12). Dove per bambini si intende certo la prima stagione della vita ma anche la condizione di figli costretti presto a diventare adulti. «Perché prima crescono, meno graveranno su genitori che non sono stati capaci di conoscerli e capirli. E più imparano, prima raggiungeranno l’agognato traguardo dell’affermazione sociale».
Un furioso j’accuse è quello scritto dalla studiosa, che non disdegna il registro della provocazione. Un processo ai nuovi genitori che, nella sua inevitabile sommarietà, mette in fila non pochi capi di imputazione. A cominciare da quello più diffuso che consiste nel trasformare le giornate dei bambini in agende degne d’un capo di Stato. «Alla pedagogia dell’attenzione i nuovi papà e le nuove mamme tendono a sostituire quella dell’organizzazione. Con la conseguenza che oggi educare significa soprattutto gestire. Il genitore perfetto è quello che riesce a riempire di impegni il tempo del figlio, con lo scopo inconscio: diventerà più di me. Ma amare è saper cogliere i desideri, non formare il capolavoro da esibire come carta da visita». Spesso si dimentica che il bambino è una creatura in fieri. E la crescita cognitiva non va di pari passo con quella emotiva. «Stimolati dai nuovi media», dice D’Amato, «i ragazzini mostrano un grado avanzato di conoscenze. Ma sapere non significa necessariamente essere attrezzati interiormente. E dunque potersi difendere dai problemi di famiglia».
La primissima infanzia e la vecchiaia: le età della vita sembrano essersi ridotte sostanzialmente a due. Per il resto un magma indistinto, tenuto insieme dal mito dell’eterna giovinezza, dove genitori e figli vestono allo stesso modo, si divertono allo stesso modo e talvolta parlano la stessa raccapricciante lingua. Al tradizionale conflitto generazionale, fecondo di nuove conquiste, rischia di sostituirsi una meno feconda competizione generazionale. Con una pericolosa confusione di ruoli. «Se un tempo Biancaneve doveva guardarsi dalla matrigna, invidiosa della sua beltà, ora deve scappare dalla madre naturale, in cerca del principe azzurro a cinquant’anni ». Ancora peggio se Biancaneve viene issata sui tacchi alti o indotta a pose maliziose. La moda infantile è l’unico business che non conosce crisi, anzi in costante crescita, con un corredo di gadget sideralmente lontani dai corpi acerbi delle bambine. E se gli antichi romani avevano inventato l’infanzia per pudore — allontanandola dalla camera da letto — noi rischiamo di distruggerla impastandola di seduzioni erotiche che non le appartengono. «Oggi ci sono case di moda che fabbricano reggiseni imbottiti per bambine di quattro anni. E mamme che li acquistano. Ma così costringi creature inconsapevoli ad assumere sembianze che non solo loro. Possiamo poi sorprenderci che, divenute adolescenti, ritengano normale vendere il proprio corpo?». Sono casi limite, però sempre più presenti nelle cronache.
Postmodernità e genitorialità appaiono agli antipodi. Se la prima invoca la perdita di certezze, la funzione genitoriale consiste nel trasmetterle. «Il padre postmoderno », sostiene D’Amato, «è un Peter Pan allergico a tutto, che non sa ancora cosa farà da grande anche se l’essere genitore glielo imporrebbe ». Al padre padrone s’è sostituito il padre latitante o il padre che ha rinunciato da un pezzo all’autorità: dunque non vale la pena neppure di ucciderlo. Ma quando è cominciata la catastrofe famigliare? Sicuramente influisce il calo demografico. Si fanno meno figli, e quei pochi diventano preziosi: prolungamento narcisistico di sé e oggetto d’uno smisurato investimento sociale oltre che emotivo. Ma secondo la sociologa interviene anche il nuovo clima culturale in cui sono stati allevati i figli degli anni Settanta, tra il permissivismo del Dottor Spock e le parole d’ordine di Bettelheim. «Molti tra i nuovi papà e le nuove mamme sono stati educati da genitori che avevano fatto del “vietato vietare” un principio irrinunciabile. E questa nuova libertà è stata potenziata da un immaginario televisivo che per la prima volta diventa universale, tra lo scintoismo dei cartoni giapponesi e la cultura narcisistica dei serial americani. Materiali eterogenei in cui vince sempre il più forte, non il più bravo».
Tutti eguali, dentro una stessa generazione? Il dubbio resta. Ma certo oggi s’insegna a vincere, piuttosto che a saper perdere. Accade a scuola dove l’adulto bambinizzato, organizzato in temibili associazioni genitoriali, è pronto ad azzannare il professore che non riconosce il talento del figlio. «Un brutto voto significa la frustrazione del ragazzo, e questa non è ammessa dall’organizzazione famigliare perfetta. Senza capire che la frustrazione è un passaggio fondamentale nella crescita». E s’insegna a vincere in palestra o in un campo sportivo, dove il gioco è stato sostituito dalla competizione agonistica. Dal tradizionale ambito calcistico, squadre di campioncini germogliano nel ciclismo e nel nuoto, nel tennis e nel canottaggio. Dove non è più contemplato il gioco, ma solo l’allenamento quotidiano.
Ci siamo persi i bambini anche tra i blog materni, una miriade esplosa in questi ultimi anni in un tripudio di condivisioni. Si condividono le prime cacche, i rigurgiti, i bagnetti. «Le nuove madri italiane non chiedono più consiglio alle nonne, ma cercano la solidarietà in rete. E lo fanno mettendo in mostra un’intimità famigliare che prima veniva consegnata a diari privati.
Ma così viene meno il rispetto per la persona che forse un domani potrebbe non gradire la fotografia spudorata della propria nuda fragilità». I figli possono diventare esercizi di stile, anche nei libri e nelle rubriche sui giornali. I lettori si divertono, forse un po’ meno i giovani biografati. Di solito sono gli adulti a uscirne meglio. E a questo punto è inutile domandarsi il
perché.

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