Perché è così difficile imparare a dire no?

La 27 ora corriere.it – 2 aprile 2014 di Elvira Serra

Il costo della mancata gestione dello stress è pari a 300 miliardi di euro in Europa, 350 miliardi di dollari negli Stati Uniti

Questa settimana mi è successo almeno tre volte: con una collega che prova a coinvolgermi in un progetto al quale avevo dato la disponibilità mesi fa; con un’amica che mi ha chiesto di accompagnarla fuori Milano per comprare le piastrelle del suo pavimento; con un’addetta stampa che vorrebbe leggessi in anteprima un libro su una tematica femminile.

Avrei voluto dire no a tutte e tre, perché proprio non ho tempo, non ho le energie, ho cambiato le priorità e sto seguendo altri progetti. Ma mi costa troppo farlo. Mi fa sentire poco disponibile, poco attenta e, visto che sono tutte donne, poco solidale: insomma, poco in linea con la «sorellanza» di cui mi sento convinta testimone.

Quindi ho preso tempo con tutte e tre: ci penso e ti faccio sapere; nei prossimi giorni non posso, ma vediamo dopo; mandami comunque il libro e provo a farmi venire un’idea.
Risultato: mi è venuto il torcicollo. Cammino, come mi ha gentilmente fatto notare il mio collega Andrea, «rigida come un manico di scopa».
Riuscire a dire di no è uno dei grossi guai più grandi. Ha addirittura un costo sociale: in Europa è pari a 300 miliardi di euro, negli Stati Uniti a 350 miliardi di dollari.

«Sottovalutiamo le conseguenze della rabbia e delle emozioni negative. Perché quando diciamo di sì per non deludere gli altri, di fatto stiamo alimentando la disistima verso noi stessi. La donna, soprattutto, per tradizione deve essere attraente, altruista, buona, Ma il prezzo da pagare, per accontentare queste aspettative, è troppo alto. Bisogna emanciparsi, imparare a essere assertivi, senza essere aggressivi», spiega Beatrice Bauer, docente di comportamento organizzativo alla Bocconi di Milano.

Aggiunge che è un errore non saper valutare le proprie risorse:

«Ognuno di noi ha energie diverse in momenti diversi, bisogna tenerne conto. A un certo punto non posso o non voglio fare qualcosa semplicemente perché sto dando la priorità ad altre che in quel momento per me sono diventate più importanti».

E comunque, «all’altro dobbiamo riconoscere la libertà di chiederci qualcosa. Il nostro compito è saper dire di no, con gentilezza, ringraziando molto per aver pensato a noi».

Il problema se l’è posto qualche settimana fa anche il Wall Street Journal, che ha dato i consigli per essere più efficaci nel rifiutare una proposta: dire di no subito è l’ideale; prender tempo può essere di aiuto se l’altro ha fretta e non può aspettare; rispondere «ci penserò» quando veniamo presi alla sprovvista; abbassare il tono di voce per non urtare la sensibilità di chi ci fa la domanda.

I «sì» e i «no», quelle due paroline magiche così semplici e che pure ci costano tanto, sono alla base di una relazione matura. «Il no sta scomparendo dal linguaggio comune in ufficio — spiega Emanuele Baj Rossi, pedagogista, consulente e formatore aziendale e manageriale —: in un contesto professionale si temono ritorsioni, oppure si teme di perdere il consenso».

Vale la pensa esercitarsi, dunque. Baj Rossi illustra i semplici passi per un no efficace:

«Cominciate descrivendo nel modo più oggettivo possibile le motivazioni che vi spingono a dire di no. Quindi esprimete il vostro rifiuto. Proponete una soluzione alternativa e fattibile, in modo tale da dire di no alla richiesta, ma sì alla persona. Usate un tono assertivo, ma non secco o arrogante».

Allora buon no a tutti. Io vado in infermeria a prendermi un antinfiammatorio.

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