Legge 194. Lettera aperta ad Amedeo Bianco: “Fnomceo non lasci soli i medici non obiettori”

QS quotidianosanità – 19 marzo 2014

Lavorare con deontologia, o con scienza e coscienza, in Ostetricia e Ginecologia impone questo imperativo categorico: stare vicino alla donna. Non c’è posto per morali di fronte a diagnosi prenatali caldamente consigliate da personalità che poi si dileguano di fronte alla scoperta di malformazioni, affidando temporaneamente pazienti disperate, a pezzi e da ricostruire, al buon cuore di pochi

19 MAR – Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta che Sandra Morano, ginecologa e ricercatrice dell’IRCCS AOU S. Martino IST. Università degli Studi di Genova, ha indirizzato al presidente della Federazione degli Ordini dei Medici, Amedeo Bianco, per chiedere un intervento incisivo della Fnomceo sui temi dell’aborto e della maternità responsabile.

“Caro Presidente, il 9 marzo, all’indomani del giorno in cui nessuno si è sentito esentato dal celebrare la donna, in cui su tutti i media sono comparse statistiche sul numero di episodi di violenza e su negate opportunità di incarichi apicali, ho ricevuto, tra un accesso di pronto soccorso e la sala parto, una telefonata accorata di Ivan Cavicchi, che mi parlava con sincera indignazione della risoluzione sull’aborto e la maternità responsabile approvata dalla XII Commissione Affari Sociali la vigilia della festa della donna. Strano per una ginecologa incominciare un turno di guardia con la telefonata di un amico che ti vuole parlare di 194. E strana, forse, la sua indignazione per i diritti delle donne distrutti dalle Regioni, ultime ma non ultime(dopo il Parlamento, dopo il Governo) responsabili del “disastro IVG”, da commissariare se sono in disavanzo, ma non se non si attengono ai loro doveri istituzionali.

Questa telefonata mi ha fatto piacere. Qualcuno che ti parli delle cose come sono, che ti suggerisca soluzioni, che ti faccia sentire meno sola e fuori posto insieme ai pochi che ancora li vogliono garantire, quei diritti. Ho ripensato a Ivan ieri sera, quando, di nuovo di guardia, una mia specializzanda mi ha portato da leggere l’intervista che è stata pubblicata in prima pagina di Repubblica sabato scorso, e che mi era sfuggita. Rossana Cirillo, una ginecologa, una mia collega ed amica da sempre in prima linea sul fronte della procreazione. Come non ricordare non solo le
lotte storiche, ma il suo sostegno al mio primo parto, e in tante altre occasioni. L’epilogo della sua storia professionale è, signor Presidente, una triste ferita anche per l’Istituto che lei presiede e dirige con passione. Ci parla di solitudine professionale e, aggiungo io, di ingratitudine da parte di quegli stessi amministratori che celebrano l’8 marzo e partecipano a convegni sulla 194 proponendo ai pochi superstiti di un’epoca in cui i diritti avevano un altro peso, i non obiettori, come soluzione la mobilità degli stessi. Da un ospedale all’altro a fare aborti, perché a noi “ci piace”. Ci piace tanto che da trentacinque anni non ne abbiamo mai abbastanza di sala operatoria e, più modernamente, di fare un doppio DRG (doppio ricovero, doppia dimissione, tripla USG, tripli salti mortali per vedere se in quella gimkana il medico di turno del secondo ricovero, e poi del sabato o della domenica, è obiettore o no, se rifiuterà di vedere la donna, dimetterla , ecc.. ) per somministrare la Ru 486. Dopo che in questi 35 anni non abbiamo visto nell’ordine: potenziati i consultori pubblici, finanziato e reso funzionante il POMI (Progetto Obiettivo Materno Infantile, ndr), anche lontanamente immaginato politiche vere per supportare la maternità, e una qualche forma di dialogo con noi operatori, giustizieri residuali. Che lavorano ostinatamente negli ospedali, credono nella dignità e nella giustizia, e si fermano al Nord Italia. Dopo, verso il Centro Sud, gli obiettori sono endemici, e i diritti spariscono. Quella solitudine, signor Presidente, è la stessa che prova chiunque di noi abbia a cuore la promozione della normalità della nascita, in uno dei paesi col più alto numero di cesarei al mondo: stessa sensazione di sopravvissuti, stessa sopraffazione di diritti (ma stavolta il cesareo “ lo vogliono le donne”, bisogna rispettarle, invece nell’altro caso è ciò che ”vogliono le donne” che deve essere mortificato). E non è in contraddizione che in una stessa professione, signor presidente, alberghino allo stesso tempo, tra sala parto e sala operatoria, altrettanta attenzione alla nascita e alla morte (o alla costruzione di una relazione più autentica, come dicono i bioeticisti, da rimandare soltanto di quel tanto che basta perché quella relazione possa essere costruita, o diventare migliore). Lavorare con deontologia, o con scienza e coscienza nella nostra disciplina, Ostetricia e Ginecologia, impone questo imperativo categorico: stare vicino alla donna. Non c’è posto per superficialità nella scelta di questa professione, non c’è posto per consigli “se io fossi al posto tuo”, o per morali, ancorché doppie, di fronte a diagnosi prenatali caldamente consigliate soprattutto da personalità fortemente confessionali che poi si dileguano di fronte alla scoperta di malformazioni, affidando temporaneamente pazienti disperate, a pezzi e da ricostruire, al buon cuore dei pochi Erode di cui sopra. Non c’è posto, soprattutto, per “zone grigie” nel più importante dei nostri compiti: quello di insegnare – e praticare – una professione di aiuto mettendo al primo posto la coerenza tra i percorsi del saper fare e i modelli del rispetto e dell’accoglienza. E come, d’altra parte, procedere diversamente, se non con modelli al femminile, da proporre a studenti, la maggior parte donne, nei nostri Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia? E da dove iniziare quella attitudine specialistica verso cure di genere che a parole vogliamo perseguire, se non da quella mai completamente sotto controllo, eternamente ambivalente competenza a generare che dovremmo mettere al primo posto nei nostri obiettivi? “Ho fatto aborti per 25 anni Una vita tra colleghi ostili Ora mi arrendo e sono obiettrice”, “ La 194 tradita da medici e istituzioni”, dice la ginecologa Rossana a Maria Novella De Luca su Repubblica. Io, ginecologa vintage come Rossana Cirillo, sua collega “più fortunata” perché in compagnia di altri quattro colleghi non obiettori su un totale di 20, e anche perché universitaria, con la opportunità e il dovere di trasmettere a giovani, prima studentesse poi colleghe, passione, coerenza e intelligenza femminile, vorrei dirLe che è questo che mi/ci ha preservato fin qui dalla scotomizzazione dei valori, dalla sciatteria e inettitudine di una classe politica maschile e femminile, come dice Cavicchi, capace solo di proclami. Perché la battaglia per “risparmiare” la vita altro non è che il rovescio di quella, più complessa, del favorirne la comparsa sulla terra: per renderla realizzabile in condizioni il più possibile vicine a quelle che noi, desiderati, allevati, pensanti, abbiamo sperimentato, e grazie alle quali siamo qui a testimoniare un’altra idea di procreazione.

Signor Presidente, nel parlare oggi di aborto e maternità responsabile una presenza “forte” della FNOMCEO può fare la differenza. Per questo, dal mio punto di vista di ginecologa non obiettrice è necessaria, in ambito ordinistico e non, la comprensione del fenomeno nella sua globalità, affinché non accada più che un’altra mia sola collega possa dire ancora di sentirsi tradita, sul versante della tutela sociale della maternità e della interruzione della gravidanza, da medici e istituzioni.

Sandra Morano
Ginecologa Ricercatrice IRCCS AOU S. Martino IST. Università degli Studi di Genova

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