POTERE ALLA PAROLA 2014 – Contributi degli autori

Raccogliamo, in un unico articolo, i testi degli ospiti intervenuti l’8 maggio 2014 alla presentazione dei progetti delle scuole che hanno partecipato alla 2° Edizione di POTERE alla PAROLA al Salone Internazionale del Libro. I testi, che gli autori hanno dedicato ai ragazzi, sono pubblicati anche sul sito del Salone Internazionale del Libro nostro partner nell’iniziativa:

http://bookblog.salonelibro.it/potere-alla-parola-2014-i-contributi-degli-autori/

La farfalla di Margherita Oggero

La farfalla conquista la sua libertà uscendo a fatica dall’involucro che la imprigiona. Con paura dispiega le

ali umide, tenta il primo incerto volo nel tepore di primavera e scaldata dal sole si rinfranca. Ma dietro a un albero o una siepe c’è un’ombra indistinta con un retino in mano.

L’ombra è quella di un uomo. La farfalla lo attrae con i suoi colori splendenti, con l’armonia del disegno impresso sulle ali, con la leggerezza del volo, con gli arabeschi intrecciati nell’aria. La insegue, incespicando talvolta nell’erba o nei sassi, barcollando in avanti, ma non desiste finché non riesce a imprigionarla. E poi?
E poi, a casa, con calma, la trafiggerà con uno spillone e la inchioderà per sempre in una bacheca.
Prima prigioniera, poi morta.

Le donne non sono farfalle, per fortuna. Hanno armi per difendersi, l’arma dell’intelligenza, prima di tutto, e del rispetto di sé. Di queste armi devono servirsi per allontanarsi e dire BASTA a chi le tormenta con gli insulti, le botte e le minaccia.
Gli uomini non sono tutti in agguato col retino, per fortuna. Se hanno intelligenza e rispetto di sé e degli altri non considerano la donna una preda da inchiodare, ma una compagna, un’amica, un amore. Se invece il retino ce l’hanno, magari ben nascosto dietro il paravento della supponenza o della gelosia, bisogna non cadere nella loro tagliola, che ha lame aguzze e incide le carni. Ma se proprio ci si cade, bisogna strapparsi subito via anche se fa male, tanto male.
Tanto male, ma di libertà non si muore.

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Manifesti di Stella Sorcinelli e Giuditta Scalzi

Siamo circondati dalle parole. Le ascoltiamo, le leggiamo, le pensiamo. A volte ci dimentichiamo che sono le parole, e con loro la nostra voce, a tradurre ciò che siamo nel profondo. I nostri desideri, il nostro immaginario. Ce ne dimentichiamo perché USIAMO le parole, nel senso che ne facciamo uso, quasi abusando di loro. A volte per pigrizia, talvolta per ignoranza, spesso per un certo senso pratico che ormai contraddistingue tutto il nostro agire. E anche il nostro dire. Conosciamo pochi vocaboli e quelli che abbiamo sempre sulla punta della lingua sono i più comuni, a cui siamo più abituati. Che ci suonano familiari.

Ma la parola può essere usata anche in modo non convenzionale. E’ quello che è accaduto durante i laboratori di scrittura collettiva durante i quali si è cercato di scarnificare il più possibile le parole, allontanandole dai luoghi comuni che appiattiscono il loro significato. Togliere loro ogni patina ideologica, per far sì che a parlare fossero le immagini racchiuse in loro.
I ragazzi hanno cominciato a giocare con le parole, togliere, ricucire, spostare, alla ricerca di uno slogan mai scontato, che fosse immediato e allo stesso tempo che portasse a riflettere. A poco a poco hanno scoperto che le parole potevano stupire per primi loro stessi e che le stavano scoprendo in vesti e accostamenti nuovi. In alcune delle infinite possibilità di cui sono dotate.
Così ecco emergere i reali contenuti, non quelli orecchiati, sentiti dire dai grandi, imitati dagli atteggiamenti che si vedono sfilare in TV nei servizi di cronaca nera. Ecco i loro contenuti. Messi a confronto con un tema scomodo, respirato a casa, a scuola, per la strada.
Attraverso la scrittura, i ragazzi hanno scoperto che la violenza sulle donne a volte parte presto, a partire dalle prime discriminazioni di genere di cui sono protagonisti, o dalle prime violenze che le ragazze stesse accettano di infliggere al proprio corpo e alla propria personalità pur di essere amate.
Attraverso la scrittura, i ragazzi hanno capito che anche se un tema è scomodo o scabroso, è fondamentale parlarne, senza vergognarsi e senza però perdere il pudore. Che è importante usare le parole con leggerezza, accontentandosi di voler solo sfiorare gli altri, non per forza colpirli e scioccarli. Bastano poche parole a volte. A volte proprio poche. L’insegnamento più grande che traspare dagli slogan composti dai ragazzi è questo. La parola serve. E loro lo vogliono sussurrare a tutte coloro che non ci credono più.

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Noi contro il silenzio di Fabio Geda

Non credo che le donne siano uguali agli uomini. E non credo che gli uomini siano uguali alle donne. Non credo che le donne siano uguali tra loro. Così come non credo lo siano gli uomini. Non credo, io, di essere uguale a nessuno di voi. Non credo che uno solo di voi sia uguale a chi gli siede accanto. È facile amarsi e rispettarsi nell’uguaglianza, nella sovrapposizione. Più difficile, ma urgente, è imparare ad amarsi e rispettarsi nella diversità, in ciò che ci distingue e ci rende unici. Siamo tutti diversi: questa è l’unica cosa che ci rende davvero uguali. E uniti dalla nostra diversità, tutti noi, genitori e figli, studenti e insegnanti, ragazze che amano ragazzi, ragazzi che amano ragazze, ragazze che amano ragazze e ragazzi che amano ragazzi, tutti noi, siamo chiamati a dire basta a ogni tipo di violenza, di discriminazione, di prevaricazione, e a reagire. Le due cose, badate bene, non sempre vanno a braccetto: dire e reagire. Dire e reagire non sono sinonimi, anzi.

E se dire è importante – affermare la nostra indignazione, firmare petizioni, diffondere slogan su Facebook – reagire è fondante. Anzi: agire, è fondante, non reagire. Perché alle volte non c’è neppure il tempo per reagire. Alle volte reagire è troppo tardi. Bisogna agire, giocare d’anticipo. Affermare con ogni infinitesimale azione quotidiana l’urgenza del rispetto nella diversità. Lo ripeto: affermare con ogni infinitesimale azione quotidiana l’urgenza del rispetto nella diversità. Perché è con le azioni che si costruisce la speranza, e perché la speranza è il terreno di coltura dell’amore

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Bambini soldato di Andreja Restek

Nella mia esperienza personale ho conosciuto alcuni bambini soldato. Delle bambine incontrate, tante sono diventate bambine spose. Alcune di esse si sono suicidate per non dovere sposare degli estremisti. Quando chiesi a Mohamed se non avesse paura di morire, mi rispose “i soldi per questo fucile me li ha dati mia madre e se io morirò almeno quelli dopo di me saranno liberi”. Sono parole che non ti aspetti di sentire da un un adolescente, parole che ti fanno capire quanto si cresce in fretta in posti devastati dalla guerra, dove non c’è spazio per l’infanzia. Posti dove i giocattoli e i videogiochi sono sostituiti dai kalashnikov e i campi di calcio dalle prime linee. Prima di ogni battaglia c’è un rito molto simile a quelli che hanno i nostri figli e i nostri adolescenti. I ragazzi si fanno belli davanti allo specchio mettendosi il gel nei capelli, ma non per vedere la fidanzatina, il motivo è un altro, tanti di loro sanno che non torneranno vivi e vogliono morire belli.

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Parole di Alberto Contri

Pubblicità:
Non si può santificare il lavoro e demonizzare la vendita. Ma non si deve dimenticare che ogni contenuto audiovisivo influisce sul modo di pensare. Quindi, anche per attività commerciale, la bussola dovrebbe essere l’obiettivo dell’imperatore Adriano (Yourcenar) : “Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo”.

Stereotipo:
Duro a morire. Difficile da estirpare. Ma occorre sempre provarci.

Oggetto:
Gli oggetti sono oggetti, le persone sono persone, non facciamo confusione: gli oggetti si usano, le persone si rispettano.

Cambiamento:
Rinnovarsi e cambiare è l’unico modo per rimanere giovani. Anche per un paese.

Uguaglianza:
Bene se significa parità di diritti e uguale dignità. Male se significa omologazione e mortificazione delle differenze.

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Sembra ma non è amore di Vittorio Nessi

Questa mattina una giovane donna ha aperto gli occhi.
Non ha più bisogno della sveglia. Da qualche tempo le ore del sonno accumulano nella notte pensieri pesanti che si affollano come nuvole nere e la richiamano, troppo presto, al mondo e ad un malessere dell’anima che la coglie in quell’attimo.

Non si alza subito.
Ama ascoltare il calmo respiro dei figli sino al passaggio del tram che risale la strada.
Poi dischiude le persiane e si perde con lo sguardo verso l’alto nella volta profonda del cielo.
E’ un’abitudine, la fa sentire protetta, contenuta, tranquilla, per un attimo.
Di fronte all’immensità ogni pensiero grave è il nulla.

Si guarda allo specchio. La guancia è meno gonfia di ieri ed anche quel segno bluastro sta scomparendo sotto la tempia.
Con il suo uomo le cose non vanno più bene.
“Diceva di amarmi” – pensa.

Ci sono i figli da preparare, la casa, le solite cose prima di uscire.
Ora è fuori, la scuola, il sole che abbaglia tracimando dal profilo della collina, ancora un caffè prima di entrare al lavoro, una sigaretta veloce.

E poi quel pensiero che ritorna, doverlo vedere più tardi, perché vuole parlare ancora una volta.
Alza lo sguardo, respira, sente l’odore antico della primavera.
– Anche quest’anno ritorna – pensa.
La giovane donna non lo sa, ma non riuscirà a vedere il tramonto del sole.

Sembra, ma non è amore.

Una strage silenziosa si svolge sotto i nostri occhi.
Ogni tre giorni una donna viene uccisa, in oscena sequenza.
Sono delitti che avvengono davanti a tutti come le vittime della strada, come le morti sul lavoro, e noi le guardiamo da lontano come se non ci riguardassero, uno sguardo al giornale, la fotografia di un lenzuolo, una gamba nuda, la gonna sollevata sopra i ginocchi, una macchia bianca di solvente per cancellare il grumo di sangue e via, assuefatti al dolore degli altri.

Guardiamo questi fatti come se si svolgessero dietro un cristallo, basta allungare una mano per toccarli, galleggiano in un’atmosfera sospesa, corpi senza vita appartenenti ad un mondo di alieni, volti vicini che non ci appartengono.
Senza comunicazione né commozione non sentiamo più niente, siamo vaccinati all’orrore.

La violenza, si sa, appartiene agli albori della storia sin da quando un giovane sventurato rispose al padre suo: “Sono forse io il custode di mio fratello”?

I più forti contro i più deboli, da sempre, come se l’istinto di sopravvivenza dovesse nutrirsi di questo cibo per perpetuare il genere umano.
Anni e anni di prevaricazioni e sofferenze hanno cambiato l’essenza dei rapporti tra simili.

Il rispetto e la tutela del prossimo è diventato, violenza dopo violenza, il cardine etico del vivere comune.
Almeno nelle nostre terre.
“Non fare agli altri” è un canone nobile ma anche conveniente per le persone perché ciò che non è consentito nei confronti di chi ci sta vicino, domani varrà come protezione della salvezza di tutti.

La sapienza ha, lentamente, plasmato i principi morali.
“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” .

La norma ha accolto questi valori sentiti come universali e li ha dotati della forza perché venissero rispettati.
La violenza è quindi diventata illegale ed il debole è stato protetto dal sistema delle leggi.

Certo, amore e morte sono concetti spesso declinati come se fossero volti riflessi dallo stesso specchio.
Nel Cantico dei Cantici si dice che “forte come la morte è l’amore”.
Per Freud la pulsione di morte sarebbe la compensazione all’eterno risorgere delle tensioni e delle sofferenze, a quel “frastuono dell’eros” che senza una fine è destinato a rimanere perennemente inappagato.
La morte, quindi, come la soluzione dell’estenuante risorgere dell’insoddisfazione dell’amore, simbolo del desiderio del nulla, del ritorno alla calma del mondo inorganico.

E che dire del mito di Orfeo che scende negli inferi con la sua musica, la sua vitalità, i suoi entusiasmi nel tentativo impossibile di conciliare fra loro le due misteriose forme primordiali dell’esistenza umana?
Si può comprendere come gli istinti profondi dell’uomo possano, a volte, riprendere il sopravvento assumendo, via via, le forme dell’astuzia, dell’inganno, della minaccia e della prevaricazione.
A questo risponde la legge, con le sue regole e le sue sanzioni; tutto ciò fa parte del gioco di vivere.

Ma c’è qualcosa di più e di diverso nel cagionare la morte della persona che si dice di amare.
Il percorso di conoscenza non può non farsi carico dell’analisi di questo fenomeno.
Occorre cercare di comprendere come tutto questo orrore sia diventato usuale e quali le ragioni per cui la violenza non solo abbia assunto forme intollerabili rispetto alla sensibilità delle persone ma si manifesti, per giunta, con condotte eclatanti, fortemente simboliche, enfatizzate con le tinte forti di modalità sceniche che esaltano la sottomissione della vittima e segnano, per tutta la vita, la mente di chi assiste al macabro rito, i figli soprattutto.

Come se si volesse immortalare il gesto attraverso il ricordo.

Non così succede quando la morte viene portata da mano di donna.

Sotto i nostri occhi si è dipanato il più potente dei fenomeni, la rivoluzione femminile.
Regole che hanno canalizzato, per secoli, le dinamiche familiari sono entrate, all’improvviso, in crisi.
La donna si è emancipata emotivamente e sessualmente; lavorando, ha scardinato la ragione prima della dipendenza, quella economica.
All’uomo è rimasta l’unica cosa oggettivamente superiore di cui l’ha provvisto la natura per adempiere ai suoi compiti biologici, la forza fisica, l’aggressività.

Nel contempo, la donna ha rafforzato quelle caratteristiche che le hanno consentito di sostenere così a lungo il ruolo subalterno: la capacità di adattamento, la percezione dei mutamenti legati anche alla trasformazione del corpo nel corso della gravidanza, il valore della vita da lei simbolicamente trasmesso ai figli.

La forza, come mezzo per il controllo, non è stato più sufficiente a contenere le dinamiche della coppia.
Le donne se ne vanno quando decidono di andare, senza chiedere permesso, senza finzioni o compromessi e lasciano l’uomo perso, incredulo, incapace di darsene una ragione.

Vulnerabile nella sua stessa essenza di dominio e di possesso, egli si abbandona all’impulso di vendetta, al delirio di voler sottomettere, nella fallace convinzione che quella sia l’unico risarcimento possibile.
Per costoro la perdita è l’abbandono, non la morte.
Infliggerla è il possesso supremo, il potere assoluto.
A lungo i maschi l’hanno avuto, regolato dalla legge, codificato nel delitto di onore, il potere di vita e di morte.

A ben vedere, in fondo, si ammazza per un furto, il furto più disonorevole, quello dell’oggetto che diventa persona e rifiuta l’identità di cosa posseduta.
E’ un vero e proprio corto circuito che coglie molti, resi impreparati dal deserto emotivo, indifesi rispetto al cambiamento.
Un cupio dissolvi, pieno e totale che invoca il nulla per sé e per il mondo intero.
Sembra, ma non è amore.

Questo testo è tratto da “Strani Amori, amore e morte in Corte di Assise” di Vittorio Nessi, Edizioni Robin, 2013.

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La casa delle bambole di Gianni Farinetti

Quand’ero piccolo mi piaceva giocare con le bambole. Un Natale regalarono a mia sorella una di quelle meravigliose case di bambola con i mobili, gli accessori, persino le tende. A me arrivò un prosaico teatrino di burattini (a mio fratello non ricordo, ma sicuramente qualcosa che lui scassò dopo dieci minuti, era lui il “tremendo” fra di noi). Feci di tutto, blandendola, per far scambio di regalo con mia sorella, e lei – che era la bambina più pacioccona del pianeta – mi diede volentieri la casetta in cambio del teatrino. La gioia! Ricordo alcuni pomeriggi beati ad arredare la casa, sistemare i mobiletti, credo tentassi addirittura di abbozzare un giardino intorno. Finché i nostri genitori, gentili, calmi, mi dissero bonariamente: “Sì, va bene, ma adesso restituisci il giocattolo a tua sorella.” Lo feci a malincuore detestando quegli insipidi burattini (devo però dire che mia sorella, per niente gelosa, mi permetteva di giocare con lei).

Ho avuto un’infanzia felice e la mia famiglia – molto laica – non ha mai fatto particolari pressioni su come deve divertirsi un maschietto piuttosto che una femminuccia. Fino a un certo punto, ovviamente. Penso che, forse, neppure si preoccupassero troppo che uno dei loro figli maschi prediligesse le bambole ai soldatini. Ma non tutti sono stati fortunati come me, e penso che anche oggi – anzi ne sono sicuro – a molti bambini viene vietato con severità di scambiare, anche con un semplice gioco, i ruoli. Con severità magari dai grandi; spesso, se non sempre, con derisione dai compagni di scuola. Ricordo con grande divertimento che mia nipote, quando frequentava le medie, un giorno mi disse che un suo compagno fumava il sigaro in classe! Be’, pensai – e lo dissi a mia nipote – un vero maschio!”
Se un compagno ha qualcosa di un po’ effemminato nel suo comportamento, o una compagna rifiuta categoricamente di mettersi la gonna, ragazzi, non c’è niente di riprovevole, niente di strano, e tantomeno niente da condannare. Conta se quel compagno o quella compagna sono dei bravi ragazzi, cordiali, amichevoli, di buon cuore (e se anche fossero scontrosi è la stessa cosa). Nessuno contagia nessuno, diversamente da ciò che a volte pensa la società dei grandi – e purtroppo molti genitori e persino qualche insegnante. Nella vita ciò che conta sono le persone per quello che sono, per quello che sanno dare, per come diventeranno da adulti. C’è posto per tutti, e tutti meritano amore, simpatia e rispetto. Sia se continueranno a giocare con le bambole o preferiranno i pantaloni alla gonna

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