Quote rosa così salvano il Pil

La Repubblica 25 maggio 2014 – LUISA GRION

Amate da pochi, considerate un male necessario da molti, le quote rosa hanno funzionato: dal 2011 (anno in cui fu varata la legge 120 Golfo-Mosca) a oggi la presenza femminile nei consigli d’amministrazione delle società quotate è passata dal 7 al 17 per cento. Un bel salto, ma non basta, il rapporto fra donne e potere resta malato: la parità non c’è, né in politica, né nelle aziende. Al di là della zona protetta la differenza di genere produce effetti sulle carriere e nelle buste paga che danneggiano non solo le donne, ma l’intera economia. Un recente studio della Goldman Sachs calcola che il raggiungimento della parità di genere comporterebbe, nell’Eurozona, un aumento del Pil del 13 per cento. Ma viste le più basse condizioni di partenza, la quota in Italia salirebbe del 22: miracolo al quale, in tempo di crisi, non si osa nemmeno accennare.

La parità di genere, d’altra parte, è realizzabile a un’unica condizione: va affrontata la disparità del mercato. In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, lavora il 64,6 per cento della popolazione maschile e il 46,6 di quella femminile. Diciotto punti percentuali di differenza che spiegano buona parte delle difficoltà incontrate dalle donne nei loro tentativi di sfondare il tetto di cristallo. Scendendo a livello territoriale la questione è ancora più evidente: se a Milano lavorano due donne su tre, a Napoli e Palermo solo una su quattro può contare su un posto e un reddito. Di questo e di molto altro si discuterà in uno dei dibattiti di apertura del Festival dell’Economia di Trento
La crisi, poi, non fa che peggiorare il quadro: la questione femminile rischia di essere rimossa per via di un retaggio duro a morire, la disoccupazione femminile – in fondo – è considerata meno grave di quella maschile. Formazione inadatta e welfare scarso fanno il resto: le ragazze sono più brave a scuola, ma l’abitudine a scansare le specializzazioni tecnico-scientifiche non le aiuta a individuare i nuovi posti di lavoro. I buchi del sistema assistenziale sono l’ultimo coltello nella piaga: mancano gli asili nido (ne usufruisce meno del 30 per cento dei bambini sotto ai tre anni) e una madre su quattro, anche quando l’ha trovato, lascia il lavoro dopo la prima maternità. La griglia di partenza per arrivare al vertice è scarna, la strada è più stretta. Resta da capire se arrivate in cima, le donne di potere possano poi aiutare le altre e se quel 17 per cento che ce l’ha fatta abbia la voglia e il coraggio di sparigliare le carte.
Non che le quote rosa piacciano a tutte. «Ho scelto di lavorare in aziende internazionali che premiano il merito senza guardare la carta d’identità», dice Cristina Scocchia, ad di L’Oréal Italia. «Aziende che hanno già capito da tempo che il merito va equamente distruibuito e che non è saggio, prima ancora che etico, privarsi ingiustificatamente del 50 per cento del talento disponibile. Nel nostro Paese questo atteggiamento logico e scevro da pregiudizi deve ancora affermarsi. Allora sul breve termine ben vengano le quote di genere se aiutano a recuperare il gap rispetto alla situazione di altri Paesi. Ma nel lungo periodo il talento non può essere imposto per legge. Dobbiamo impegnarci, ciascuno nel proprio ruolo, perché prevalga la cultura della trasparenza e del merito. È l’unico modo per garantire lo sviluppo, i diritti, l’equità ».
Bisogna partire dal poco che c’è: Daniela Del Boca, economista de Lavoce. info si augura che, per le quote rosa, «gli effetti possano essere simili a quelli riscontrati dalle ricerche sulle esperienze della Norvegia, pioniere nella loro introduzione, da cui si rileva che i boards influenzati dalle quote di genere abbiano portato a un andamento migliore delle società, minori licenziamenti e più occupazione femminile ». Ne guadagnano anche i bilanci: un’analisi dell’osservatorio Aub/Unicredit/ Bocconi sulle aziende familiari di medie e grandi dimensioni dimostra che quando il cda è misto il Roe (indicatore di performance aziendale) è del 5 per cento superiore alla media e ancor meglio vanno le imprese dove le donne del cda sono almeno tre.

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