Da grande voglio fare la programmatrice di videogame

La 27 ora Corriere della Sera.it – 11 giugno Marta Serafini

Il designer di videogiochi sta diventando uno dei lavori più redditizi negli Stati Uniti (il salario medio è di 72 mila dollari). Se le ragazze non studiano e non si formano per questo settore, rimangono tagliate fuori

Il 47 per cento dei giocatori videogame è di sesso femminile. Ma solo l’11% dei disegnatori e dei programmatori di questo settore è donna. Parte da questo dato l’iniziativa Girls make Games, un summer camp di tre settimane nella Silicon Valley per avvicinare le più giovani a questo mondo, iniziativa promossa da Learndistrict e rivolta alle giovani tra gli 11 e i 16 anni per creare una futura generazione di programmatrici e designer.

A promuovere il tutto, sulla scia di altre iniziative come Girls who code, è la Ceo di Learndistrict Laila Shabir, che a Mashable ha spiegato: ”C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel meccanismo per cui i giochi vengono disegnati e pensati esclusivamente dagli uomini. I videogame non sono solo un mondo per maschi, è ora di capirlo se vogliamo continuare a far crescere questa industria”.

La medaglia infatti ha, come sempre, due lati. Se da una parte le giocatrici sono il 47 per cento del totale e non ci sono donne che realizzano videgiochi, si rischia di perdere una fascia importante di mercato. Si pensi infatti alle polemiche che suscitò l’ultimo capitolo del noto gioco Tomb Raider nel quale veniva rappresentato uno stupro o alle lamentele di molte giocatrici insultate nei forum e durante le partite online.

D’altro canto, il video game designer sta diventando uno dei lavori più redditizi negli Stati Uniti (il salario medio è di 72 mila dollari) e l’offerta di impiego è cresciuta negli ultimi dieci anni del 27.6 per cento. Il che significa che se le ragazze non studiano e non si formano per questo settore, rimangono tagliate fuori. Proprio come succede per tutto il resto del mondo del tech.
La faccenda, secondo Shabir, va risolta dunque a monte, dando per assodato che computer e console per le ragazzine di oggi sono quello che la televisione è stata per la generazione cresciuta negli anni ’80/’90. Morale, bisogna partire dai campus e dai college. ”Molte studentesse mi hanno raccontato di quanto sia difficile studiare in classi composte per lo più da maschi”, racconta la Ceo. Il che significa, se si vuole colmare il gender gap in uno dei settori più importanti dei nostri tempi, quale è il Tech,spingere le ragazze verso le materie scientifiche tecniche (che negli Usa vengono ricadono sotto la sigla STEM, science, technology, engineering e math, scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). Il tutto andando oltre al sessismo che dilaga nel settore.

Passi in avanti ne sono stati fatti anche in Italia con iniziative come la Nuvola Rosa di Microsoft, che di recente ha organizzato un’hackathon tutta al femminile. Ma per far sì che anche su questo fronte l’Italia non rimanga indietro (ancora troppo basso è il numero di ragazze che scelgono materie scientifiche) è necessario che anche governo e istruzione scendano in campo. E, se necessario, partano anche dai videogiochi per dare una spinta all’innovazione. Parola spesso molto usata nel nostro Paese e poco praticata.

Commenti chiusi.