La ricetta vincente del nido per sconfiggere la crescita zero

La repubblica 6 giugno 2014 – CATERINA PASOLINI

Reggio Emilia, con i suoi asili nido modello, nasconde la ricetta vincente per l’Italia a crescita zero e per un futuro di successi dei suoi piccoli abitanti. «Avere scuole dedicate alla primissima infanzia facilita la decisione di avere figli, ma soprattutto il domani dei cittadini dipende da cosa fanno e dove trascorrono i primi mille giorni di vita». A spiegarlo convinta Daniela Del Boca, docente di economia politica a Torino, che da anni studia il rapporto e l’influenza dei nidi sulla riuscita nella vita e fa un appello: «Bisogna investire sul capitale umano il prima possibile, rende. E i nidi sono un buon progetto che aiuta ad evitare le disuguaglianze ma soprattutto crea adulti più aperti verso il mondo, capaci di prendere voti migliori a scuola e avere lavori più remunerativi rispetto a chi è rimasto a casa fino a 3 anni».

Per questo in Emilia si fanno più figli?
«Sarà un caso ma non mi stupisce. Lì c’è assistenza, ci sono nidi pubblici di alta qualità con orari e tipologie per mamme che lavorano. E andare al nido fa bene: non è, come alcuni pensano, solo un comodo parcheggio per i piccoli mentre i genitori stanno in fabbrica o in ufficio».
Non solo parcheggi?
«Assolutamente no. Sono soprattutto luoghi di esperienze che cambieranno la vita dei bambini portandoli ad avere anche buoni voti, migliori lavori. Lo dicono le statistiche».
Meglio di nonni e baby sitter?
«Gli studi che abbiamo fatto in Italia ma anche le esperienze in Inghilterra e Usa dimostrano voti più alti tra i ragazzi che sono stati al nido pubblico rispetto a chi, fino a tre anni, è rimasto a casa guardato da parenti o persone pagate per farlo. Ovviamente parliamo di nidi di alto livello, come quelli di Reggio Emilia».
I piccoli vanno meglio a scuola?
«Mettendo a confronto diverse fonti statistiche, come i test Invalsi sul livello di preparazione per la seconda e la quinta elementare, ciò che emerge in modo netto sono i migliori risultati in italiano e matematica dei bambini che nella prima infanzia avevano frequentato un nido».
Solo voti migliori?
«No. Ora stiamo lavorando ad un’indagine retrospettiva tra gli abitanti di Reggio Emilia, Parma e Padova domandando se sono andati al nido e confrontando poi le risposte con l’andamento della loro vita. Non abbiamo ancora dati definitivi ma la tendenza è chiara: chi nei primi mille giorni di vita è stato fuori casa è più aperto, ha più amici, maggior capacità di relazionarsi col mondo».
Cosa cambia tra casa e nido?
«Tendenzialmente ormai sono tutti figli unici con genitori fuori per lavoro tutto il giorno, quindi andare al nido è la loro prima occasione di socializzare con i coetanei, li porta finalmente a confrontarsi con altri bambini, a imparare giochi complessi e non sono solo di coppia ma anche a vivere ruoli, compiti, esperienze più aperte e stimolanti. Tutto questo apre la mente, rende più socievoli».
La socievolezza porta a buoni voti?
«Nei vari studi americani c’è una correlazione evidente tra l’altro grado di socialità e i buoni risultati scolastici. Le ricerche sui servizi per l’infanzia, dimostrano quanto sia importante l’investimento educativo nei primi anni di vita, come ha evidenziato il premio Nobel per l’economia James Hackman, parlando dei benefici dell’investimento in capitale umano».
Investire prima contro le disuguaglianze?
«Sì. Programmi mirati possono contribuire a dare uguali opportunità a bambini provenienti da contesti svantaggiati. L’investimento nei primi anni di vita ha poi rendimenti più elevati perché i periodi di fruizione sono più lunghi rispetto agli investimenti fatti più tardi e costi minori perché non devono rimediare a danni già avvenuti, come l’abbandono scolastico e la disoccupazione».
Peccato che in Italia ci siano pochi nidi pubblici.
«Il problema qui è lo scarsissimo sostegno pubblico alla crescita dei figli. L’offerta di nidi pubblici è tra le più basse d’Europa: solo il 17 per cento dei bambini sotto i tre anni ha un posto al nido contro il 35-55 per cento della Francia e dei paesi nordici. In termini di spesa, l’investimento pubblico per i bambini è del 25 per cento inferiore a quella dei paesi Ocse».

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