Donne ai vertici: servono norme innovative per il lavoro domestico

La 27 ora 11 luglio 2014 – Massimo Gaggi

L’intervento ad Aspen di Indra Nooyi: bilanciamento tra carriera e ruolo di madre è una «fantasia». I figli le hanno detto che la giudicheranno per un ruolo solo: quello materno

Le donne in carriera possono farcela a colmare il gap con gli uomini nonostante il maggiore carico di impegni familiari? Al festival delle idee di Aspen, un raduno annuale di serissimi analisti dei principali problemi politici, economici e sociali, quest’anno si è discusso molto anche di struttura delle famiglie americane e del ruolo delle madri lavoratrici. L’anno scorso era stata il direttore generale di Facebook, Sheryl Sandberg, ad aprire il dibattito (non solo negli Stati Uniti) col suo ormai celebre libro «Facciamoci avanti» («Lean In», il titolo originale), nel quale ha cercato di spiegare alle donne come evitare gli ostacoli che rischiano di penalizzarle sul posto di lavoro.

Ma ad Aspen è intervenuta un’altra donna arrivata al vertice: Indra Nooyi che da sette anni è amministratore delegato della Pepsi. Per il capo della multinazionale delle bibite le donne possono arrivare al vertice, ma c’è un prezzo da pagare in casa, nel rapporto coi figli: quella del bilanciamento tra carriera e ruolo di madre è una «fantasia» (così la definisce) alla quale la manager indiana trapiantata in America non crede. Indra, che ha due figli ed è sposata da 34 anni, spiega che i suoi genitori e il marito si sono presi maggiori responsabilità familiari. Ma si tratta pur sempre di colmare un vuoto lasciato da lei: la madre.

Intervistata in tv, Mary Barra, il nuovo capo della General Motors, è più fiduciosa: dice che i due ruoli — manager e madre — possono essere compatibili, ma ammette che i figli le hanno detto a brutto muso che la giudicheranno per un ruolo solo: quello materno. A loro non interessa se Mary rilancerà o meno il maggior gruppo automobilistico americano.

La discussione sul difficile equilibrio tra lavoro e impegni domestici rimbalza dalle tv alle radio, ai giornali, catturando imprenditrici, docenti e anche donne impegnate in politica come Jolene Ivey, deputato del Maryland, cinque figli. Ma dai dibattiti comincia ad emergere una realtà in parte diversa, che va al di là delle professioni coniugate al femminile.

C’è il dato delle donne penalizzate, certo, ma anche la crescente complessità del lavoro familiare: certo, c’è sempre da cucinare per i figli, accompagnarli a scuola, organizzare i loro sport. Ma a questi compiti si sono man mano aggiunte le battaglie epiche che devi condurre con le assicurazioni sanitarie per il rimborso delle spese mediche, la preparazione del percorso accademico dei tuoi ragazzi che molti cominciano a costruire fin da quando i figli sono all’asilo, e altro ancora.

Quello familiare sta, insomma, diventando un vero lavoro a tempo pieno che non grava sempre e solo sulle donne: nelle famiglie Usa spesso non si cucina e i mariti condividono molte responsabilità domestiche. Il problema, oltre al riequilibrio dei carichi tra lavoro professionale e familiare, è quello del suo riconoscimento. Per questo alcuni parlamentari hanno presentato il «Family Act», una proposta di legge che sostituisce l’espressione housewife (massaia) con «lavoro domestico» e cerca di introdurre riconoscimenti economici come periodi di aspettativa familiare pagati a carico del sistema previdenziale. Ma è una misura costosa e al Congresso il muro contro muro tra repubblicani e democratici blocca tutto.

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