Diseguali per legge, di Elisa Pazè

Recensione di Alessandra Gallo, sociologa, SNOQ?Torino

Il volume di Elisa Pazè, diseguali per legge, rappresenta un ottimo esempio di come sia conciliabile l’analisi precisa e dettagliata delle leggi inserite nel nostro sistema normativo, con una scrittura accessibile anche ai non addetti ai lavori. Il linguaggio giuridico, tutt’altro che comprensibile ai più, viene sapientemente “alleggerito” nell’arco dell’intero volume, con il chiaro intento di far passare i concetti in esso racchiusi ben oltre gli addetti ai lavori e permettere ad una più ampia platea di lettori di riflettere sulle incongruenze insite nella nostra Costituzione in tema di uguaglianza di genere.

Ed infatti, laddove il dettato dell’art. 3 comma 1 della Costituzione recita appunto “tutti i cittadini(…) sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso (…)” , analizzando a fondo la Carta Costituzionale, la Pazè evidenzia come in essa siano presenti molte norme che questo stesso principio contraddicono; inoltre, laddove molte di queste sono state nel tempo in tutto o in parte abrogate o modificate, lo scarto esistente tra la sancita uguaglianza davanti alla legge di uomini e donne e la reale applicazione normativa, fa emergere un quadro per certi aspetti inaspettato. Il libro affronta l’evoluzione normativa di molte leggi che sono talmente conosciute da essere date per scontate (come ad esempio la trasmissione del cognome del padre ai figli) o particolarmente complesse e delicate (quali ad esempio le mutilazioni genitali) che portano il lettore a riflettere sul substrato culturale che quelle leggi ha determinato. Ed in effetti, come ben viene analizzato, il percorso tutt’altro che lineare che ha condotto alla nascita della Costituzione ed alla sua evoluzione fino ai giorni nostri, ha visto alternarsi tra i padri costituenti (e in seguito tra legislatori che ne hanno continuato il lavoro) una forte spinta verso l’uguaglianza tra i due sessi con, però, frequenti limitazioni ad essa generate da radicate e diffuse convinzioni circa il ruolo della donna nella società e nella famiglia. E proprio nella lettura e analisi delle leggi emerge come il ruolo sociale delle donna sia riconducibile in primis alla sua funzione di moglie e madre, funzione questa ritenuta talmente importante da essere difesa anche a scapito di una totale eguaglianza.
Ecco che allora, la sua speciale posizione nella società fa sì che essa venga ritenuta idonea a svolgere determinati ruoli ma non altri: l’accesso delle donne alla magistratura ad esempio, ammesso con la legge 1441 del 1956, pur inserendo le donne nei collegi giudicanti, ne consente la presenza solo per le Corti d’Assise ed i Tribunali per i Minorenni, e ne limita la presenza percentuale sul totale dei membri di ogni collegio. La motivazione alla base di questa limitazione, che verrà superata negli anni, è la considerazione che l’emotività femminile potesse essere di nocumento alla neutralità del processo, soprattutto in caso di processo penale, ma che potesse in qualche modo essere utile nei casi inerenti i minori, in cui la rigidità maschile andava in qualche modo stemperata attraverso l’istinto materno dei giudici donna.
L’analisi della Pazè, iniziando dall’Unità d’Italia e ripercorrendo le evoluzioni fino ad oggi delle leggi che riguardano l’uguaglianza di genere, mostra infatti quanto ancora è presente, nel nostro ordinamento, un retaggio di quella stessa concezione della donna in cui l’autonomia femminile, seppur con buone intenzioni era, e in parte ancora è, da limitarsi a favore di un’autorità altra, tendenzialmente maschile.
Come mostra l’autrice però, le leggi non sono sempre a sfavore delle donne: per quanto concerne l’affidamento dei figli, ad esempio, la legge le ha storicamente privilegiate rispetto agli uomini, e questo risulta particolarmente evidente in situazioni particolari come quella della carcerazione della donna con figli fino ai dieci di anni di età, cui è concessa più facilmente la misura degli arresti domiciliari, o in alternativa, finchè il bambino ha tre anni, di tenerlo con sé in carcere. La legge in questa situazione, considera in primis il ruolo materno della donna, e dunque la necessità che questa continui ad adempiere il ruolo genitoriale per il superiore interesse del minore e anche perché si ritiene che la sua risocializzazione riguardi in primis il suo rientro famigliare; qui, più che altrove, si evidenzia la succitata diseguaglianza di legge fondata sul ruolo sociale della donna. Va qui sottolineato che, in caso di carcerazione della madre, o di carcerazione di entrambi i genitori, i diritti della madre di mantenimento del ruolo genitoriale prevalgono su quelli del padre, generando dunque una situazione di disparità. Questa diseguaglianza la troviamo anche in altre leggi, come la maggiore tutela loro riservata in ambito lavorativo, che ha visto diverse evoluzioni nel tempo, ed in particolare per quanto riguarda la tutela durante la gravidanza che vieta il lavoro notturno delle donne incinte e l’esercizio di alcuni lavori o mansioni ritenuti dannosi (attualmente ridefinita nella Legge 151 del 2001).
L’autrice non si limita comunque ad un’analisi storica: particolare importanza rivestono nel volume le osservazioni inerenti il presente ed il futuro delle leggi sull’eguaglianza. Ed ecco che allora grande interesse suscita nel volume l’analisi inerente la questione delle quote rosa, per terminare la lettura non solo con maggiori strumenti per leggere il passato ed il presente delle leggi che governano la nostra società, ma anche per offrire spazi aperti alla riflessione sulla società futura che queste e nuove leggi andranno a creare.
Elisa Pazè, “Diseguali per legge”, Franco Angeli, 266 pagine, € 22

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