Se si spezza il segreto sulle donne che non riconoscono i loro figli. Protesta contro la legge che potrebbe togliere l’anonimato

La Stampa 9 dicembre 2014 – Giacomo Galeazzi

Pronto chi parla?». «Sono tuo figlio». Scene di un passato che riappare con un colpo di telefono o lo squillo di un campanello. Il Parlamento sta per dare il via libera alla ricerca delle donne che «in anonimato» hanno messo al mondo bimbi. In ballo questioni pesanti: la tutela del segreto del parto, la difesa della salute delle donne, il futuro dei bambini non riconosciuti. Dietro i principi, 90mila italiane che dal 1950 ad oggi hanno partorito avvalendosi del diritto alla segretezza, che potrebbe avere i giorni contati. Una bufera in arrivo.

In pratica, all’altro capo del telefono potrebbe esserci presto una persona che, a distanza di anni, vuol conoscere chi gli ha dato la vita. «Mamme segrete» vissute finora nella certezza che nessuno lo avrebbe saputo. La legge, infatti, consente di partorire in ospedale, garantendo le cure sanitarie per sé e per il nascituro, anche nel caso in cui decida di non diventarne formalmente la mamma. Così il neonato viene subito dichiarato adottabile e immediatamente inserito in una famiglia adottiva.
Lo Stato le riconosce il diritto alla segretezza del parto: per 100 anni nessuno potrà conoscerne l’identità. Ma nel dicembre 2013 una sentenza della Consulta ha dichiarato illegittima la norma nella parte in cui non consente di verificare in seguito la volontà delle donne di restare anonime. Sono state presentate alla Camera varie proposte di legge, oggi in discussione alla commissione Giustizia che le ha unificate attraverso l’elaborazione di un testo base. Protesta Donata Nova Micucci, presidente dell’Associazione delle famiglie adottive e affidatarie (Anfaa): «La procedura di accesso all’identità della partoriente, nella formulazione del testo base, prevede che il tribunale, su richiesta dei non riconosciuti alla nascita, si attivi per rintracciare la donna». Un dolore che esplode di nuovo .
E ciò «senza formalità», cioè senza garanzia del rispetto del suo anonimato. Avendo effetto retroattivo, la nuova norma (se approvata) avrebbe «conseguenze gravi ed irreversibili sul oltre 90mile donne». Per l’Anfaa «il Parlamento non può tradire l’impegno assunto». Ricercare a distanza di decenni queste donne, in mancanza di una loro preventiva rinuncia all’anonimato, mette in pericolo la serenità della vita che, sicure della segretezza garantita, si sono costruite, con gravi ripercussioni su di loro e sui loro familiari, spesso ignari di quanto avvenuto in passato.

«Nei confronti delle donne che hanno deciso di non riconoscere il loro nato, nessuno può permettersi di dare giudizi: si tratta di scelte dolorose e sofferte, che tutti dobbiamo rispettare, compresi, per primi gli individui cui hanno dato la vita», sostiene Donata Nova Micucci. Ad allarmare le famiglie adottive e affidatarie sono anche le conseguenze che la nuova norma potrà avere sulle gestanti che in futuro volessero non riconoscere il proprio nascituro. «Lo faranno sapendo che, senza il loro preventivo consenso, potranno essere rintracciate dopo 20 o 30 anni o più? Che ne sarà dei loro piccoli?- si chiede Nova Micucci -. Queste gestanti non andranno più a partorire in ospedale, non avendo garanzie sulla segretezza del parto e aumenteranno gli infanticidi e gli abbandoni dei neonati». Un patto del silenzio.

Un’alleanza infranta con «soggetti deboli», donne spesso giovanissime o vittime di stupri o violenze. Lo Stato si è impegnato a tutelarle e ora «il Parlamento, non può tradire quell’impegno». L’Anfaa, insieme ad altre fondazioni, associazioni e onlus raccoglie firme per la «difesa del segreto del parto, della salute delle donne e del futuro dei bambini non riconosciuti». Diritto all’oblio rispetto a un passato che riappare all’improvviso. Salvaguardia di una «intesa » tra lo Stato e le partorienti di ieri, di oggi e di domani.

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