Evviva la Befana, la nostra icona femminista

Vanity fair 5 gennaio 2013 – Elisabetta Ambrosi

Di primo acchito verrebbe da dire che ci troviamo di fronte al solito stereotipo: Babbo Natale buono vs Befana cattiva. Uomo generoso e innocente vs donna strega. Infatti l’anziano omino pacioccone non solo se ne va in giro ben vestito e con una slitta trainata da scicchissime renne, ma sopratutto dà a tutti, in abbondanza, senza fare moralismi. Lei invece è arcigna, vestita di pezze, lacera e zozza, vecchia e pure brutta, si muove con una povera scopa e dispensa doni solo a chi pare a lei.

Insomma il confronto tra l’uomo e la donna sembra uscire di nuovo impari, come impari sono i doni che porta l’uno e l’altra. Da un lato playstation e trenini a vapore, un’apoteosi di opulenza e di felicità, dall’altro una striminizita calza di ciocciolatini, cartoleria, libricini: perfetto specchio del potere di acquisto degli uomini e delle donne nel nostro paese. Naturalmente, poi, la Befana non è la moglie di Babbo Natale, anche se l’età anagrafica corrisponde, ma come noto i settantenni in genere se la spassano con le trentenni, alle nostre latitudini. Perfino nella patetica versione Befana sexy – sul web c’è un vasto campionario, anche se tira più la ragazza seminuda col cappello di Babbo Natale – l’immaginario resta sempre maschilista, una donna su una scopa, poi.

Lui generoso e pulito, lei strega, brutta e lacera: la Befana non sembrerebbe a prima vista un’icona femminista. Tanto più che i doni rispecchiano perfettamente il reddito, lui tecnologia e trenini a vapore, lei cartoleria e caramelle. Infine non sono marito e moglie, perché i settantenni le settantenni non le guardano.
Insomma, le Befana avrebbe tutte le carte in regola per essere un’icona maschilista, semmai, non certo la Marianna di tutte le donne libere e emancipate. Ed è qui l’errore: perché sotto i panni sporchi e bucati, sotto il nasone storto e il vecchio cappellaccio, si nasconde una forza della natura. Anzitutto, proprio come Eva, la Befana ha il monopolio della conoscenza del bene e del male, perché sa come distinguere bambini cattivi e buoni, e scusate se è poco: Adamo e Babbo Natale, che non distinguono un eroe da un mafioso, certo non sono da invidiare.

Ma soprattutto, la Befana detiene anche il monopolio del desiderio, e anche questo certo non è poco. Da studiosa di Lacan, non rovescia inutili valanghe di oggetti, ma centellina i doni, lasciando il desiderio insoddisfatto, dunque ancora vivo. Non solo, crea saggiamente suspense sul fatto che potrebbero non arrivare, e al loro posto il carbone, con tutta l’eccitazione che ne consegue.

Soprattutto, la Befana arriva quando la scena dell’Orgia si è già consumata, quando tutto è finito, troppo in fretta e troppo presto, senza lasciare tracce nella memoria. Invece, quando l’angoscia del rientro si fa sentire, il giorno prima che la legge del SuperIo rientri in vigore, arriva lei con il suo profumo di magia, di follia, a regalare ancora un giorno di sospensione delle regole. Evocatrice di mondi diversi, sconosciuti (non sappiamo assolutamente cosa faccia a differenza di aneddoti sulla fabbrica di Babbo Natale e la sua vita tra i ghiacci) fa incursione su una scopa sghignazzando come a dire: «Non credete che sia tutto lì! C’è vita, oltre il visibile!».

E poi c’è un’altra ragione per amarla. Mentre Babbo Natale c’è in tutto il mondo e non è nato in Italia, la Befana è una tradizione italiana. Il che significa che è lei, la donna più potente d’Italia, la nostra Hillary Clinton, la nostra Angela Merkel. Ma centomila volte più intrigante: vuoi mettere una sera a cena con lei?

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