Non c’è scampo per le madri

La Repubblica 2 marzo 2015 – Chiara Saraceno

Non c’è scampo per le madri. O sono troppo accudenti, al punto da soffocare la capacità di autonomia dei figli (soprattutto maschi) — le madri coccodrillo lacaniane. Oppure, se hanno anche una vita e interessi fuori e accanto alla maternità — vita e interessi che per altro costituiscono un argine ad ogni tentazione divorante — rischiano di essere madri senza cuore, incapaci di accudimento. Le madri narcisiste, esito delle battaglie emancipazioniste di donne che non vogliono essere solo madri, sono la contemporanea iattura che può toccare ai figli, secondo l’analisi di Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano, su Repubblica del 28 febbraio.

Donne che cancellano (in sé) la madre perché non sono capaci “di trasmettere ai figli la possibilità dell’amore come realizzazione del desiderio e non come il suo sacrificio mortifero”. Se la maternità è vissuta come un ostacolo alla propria vita non è, come si potrebbe ingenuamente pensare, perché tuttora l’organizzazione sociale poco sostiene le mamme lavoratrici, in carriera o meno. Neppure perché una definizione della paternità invece tutta incentrata sul desiderio e la necessità di essere altrove, senza essere vincolati dalle necessità della cura, rende difficile per le madri conciliare più dimensioni, più passioni. O perché alcuni psicanalisti condividono il senso comune ancora diffuso in Italia per cui “un bambino in età prescolare soffre se la mamma lavora”, legittimando ogni forma di colpevolizzazione delle madri lavoratrici, specie se, come si dice “non ne avrebbero necessità” e ancor più se vogliono anche una carriera. È perché “si è perduta quella connessione che deve poter unire generativamente l’essere madre all’essere donna”.

Facendo riferimento a casi estremi tratti dalla pratica clinica, o alla letteratura e filmografia, Recalcati rischia di ridurre al vecchio aut aut (o la maternità o la carriera) il ben più complesso dilemma Wollstonescraft al centro di moltissime riflessioni femministe: come far riconoscere il valore e il diritto a dare e ricevere cura senza perdere il diritto ad essere anche altro (cittadine, diceva Wollstonecraft). In particolare, sembra pensare che, sia sacrificio o desiderio, l’amore materno, a differenza di quello paterno, deve essere al riparo da altre passioni, desideri, attività. E che la generatività delle madri si esaurisca nel, certo importantissimo, amore (e accudimento) per i figli, non anche nella capacità di essere individue distinte dai propri figli, con un pensiero e progetti su di sé che non si esauriscono nella maternità, anche se la comprendono.

Questa seconda generatività sembra esclusivamente appannaggio dei padri, loro sì capaci di separarsi e separare. Suggerisco di leggere il dialogo tra Mariella Gramaglia e sua figlia Maddalena Vianello (Tra me e te, edizioni et al.): dialogo difficile, anche conflittuale, dove madre e figlia si confrontano sì sulla cura data e ricevuta, ma anche sulla visione del mondo e l’azione nel mondo che la madre ha lasciato alla figlia e con cui questa deve fare i conti. Spero nessuno consideri Mariella e quelle come lei, come me, terribili madri narcisiste, perché il loro “desiderio” si è diretto anche oltre, non contro, la maternità.

Commenti chiusi.