Maternità-paternità Jobs Act, un’occasione mancata

In.Genere – 17 marzo 2015 – Donata Gottardi

I contenuti del decreto sulla conciliazione e sulla tutela della maternità previsto dal Jobs Act tranquillizzano e inquietano allo stesso tempo. Ecco perché

Il 20 febbraio, nello stesso Consiglio dei Ministri in cui sono stati definitivamente adottati i primi due decreti legislativi di attuazione del cosidetto Jobs Act, sono state presentate due bozze di ulteriori decreti, uno dei quali riguarda misure volte a tutelare la maternità e le forme di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Il testo non è ancora arrivato alle Commissioni parlamentari competenti, ma è stato diffuso dal Governo e impone una analisi attenta, dato che i suoi contenuti tranquillizzano e inquietano al tempo stesso[1].

La bozza di decreto tranquillizza perché si pone nel solco della tradizione di quanto avvenuto nel corso dell’ultimo decennio, ogni volta che si è posto mano al testo unico maternità-paternità del 2001 al fine di aggiornarlo. È così, ad esempio, per quelle parti della bozza di decreto in cui si incorporano le decisioni della Corte Costituzionale nel frattempo intervenute.

Tranquillizza perché si colloca sul versante della tutela e della promozione, migliorando la possibilità di fruire dei congedi di maternità e di paternità, nel lavoro subordinato e nel lavoro autonomo, benché i miglioramenti economici siano misura sperimentale prevista solo per l’anno 2015. È giustamente su questa parte che si registrano i commenti positivi dell’articolo di Redazione del 10 marzo 2015.

Tranquillizza perché non si rivolge solo alle madri lavoratrici, ma anche ai padri lavoratori. E questo non solo nel lavoro subordinato, ma anche nel lavoro autonomo, nelle libere professioni e nelle collaborazioni coordinate e continuative. Le modifiche principali riguardano, infatti, l’estensione del diritto a congedi oltre il lavoro subordinato, includendo anche i padri lavoratori autonomi e liberi professionisti; l’incremento del periodo utile per chiedere il congedo parentale, che passa da otto a dodici anni di vita del figlio; l’aumento di protezione economica, sia pure in via sperimentale per il solo anno 2015.

Nel contempo, la bozza di decreto desta preoccupazione per una serie nutrita di motivi.

Il primo motivo di preoccupazione riguarda l’assenza di delega. È una affermazione che sembra paradossale se teniamo conto che il comma 9 della legge-delega n. 183 del 2014 è composto da ben dieci lettere. In nessuna di queste, tuttavia, compare menzione di quanto ci si propone di realizzare nello schema di decreto. L’unica eccezione riguarda la lettera b) della delega in cui si prevede la “garanzia, per le lavoratrici madri parasubordinate, del diritto alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro”. Questo è confermato da un generico richiamo ai comma 8 e 9 della legge-delega contenuti nella parte dedicata ai riferimenti normativi, senza preoccuparsi di individuare la parte cui si intende dare attuazione.

Il secondo motivo di preoccupazione riguarda l’ignoranza del linguaggio di genere, palese nella riformulazione della Rubrica di due Capi del testo unico. Una volta che si riconosce la titolarità del congedo parentale anche ai lavoratori autonomi e ai liberi professionisti, sarebbe stato preferibile scegliere la dizione realmente neutra di: congedi nel lavoro autonomo e nelle libere professioni, anziché declinare al maschile plurale inteso come generale.

Il terzo riguarda il mancato coordinamento con le modifiche apportate nel 2012 dalla legge ‘Monti-Fornero’, che ha introdotto il mini-congedo di paternità e il voucher alternativo al congedo parentale delle madri lavoratrici. Se l’operazione è quella della rimessa ‘in pari’, con l’inclusione nel testo unico delle decisioni della Corte Costituzionale, appare inspiegabile il silenzio su questa parte di ‘nuova’ disciplina.

Il quarto riguarda la mancanza di qualsiasi tentativo di cambiamento dell’assetto dell’attuale normativa. Anche questa affermazione appare paradossale, se si pensa che l’intero impianto della delega e dei decreti delegati, attuati e in via di attuazione, sembra orientato a quello che la dottrina chiama ‘cambiamento di paradigma’ e che sta portando a una vera e propria mutazione genetica del diritto del lavoro: da tutela del lavoratore in quanto contraente debole a tutela delle esigenze del datore di lavoro, con affidamento alle imprese, libere da quelli che un tempo venivano chiamati ‘lacci e lacciuoli’, del compito salvifico di traghettarci verso la ripresa dell’economia.

Da questa prima valutazione della bozza di decreto deriva un doppio inganno a carte peggiorate. La manovra è sempre quella che conosciamo e che considero insufficiente: estendere anche al lavoro autonomo e al lavoro precario il diritto ai congedi, così come previsti per il lavoro subordinato. Si tratta di una operazione che nel garantire una formale parificazione di trattamento evita di interrogarsi sulla reale effettività di alcune tutele. I dati dell’Osservatorio Inps confermano lo scarso ricorso ai congedi qualora venga in gioco il timore di discriminazioni e di perdita dell’occasione di lavoro. Continuare a scrivere su questo stesso spartito significa essere sordi alle esigenze reali e indifferenti al tentativo di trovare percorsi innovativi.

La politica del diritto perseguita rimane nel solco della tradizione che contraddistingue tutti gli interventi sul testo unico maternità-paternità, interventi disegnati nel solco della cultura di questo Paese. La destrutturazione dei diritti e delle protezioni del lavoratore si ferma sulla soglia della famiglia e della cura dei figli. E vi si arresta senza nemmeno interrogarsi sull’effettività e sui rischi di discriminazione.

Quanto a quest’ultimo profilo, va segnalato che nuove disposizioni inserite negli altri decreti di attuazione della legge-delega arrivano addirittura a sottrarre la disciplina di protezione della maternità e paternità dall’area delle discriminazioni.

Nella bozza di decreto presentata sempre nel Consiglio dei ministri del 20 febbraio e rivolta al ‘testo organico delle tipologie contrattuali’, sono presenti una serie di abrogazioni, una delle quali riguardal’articolo 3, comma 1 e 2, del testo unico maternità-paternità, articolo che richiama i divieti di discriminazione. In realtà l’articolo 3 riprendeva disciplina già presente nell’ordinamento al solo scopo di ribadire proprio l’afferenza al diritto anti-discriminatorio. Se è vero che l’abrogazione dei due comma non crea un vuoto normativo, resta da interrogarsi sulla finalità, anche alla luce del mantenimento del terzo comma, in cui viene ricordato il divieto di discriminazioni per quanto riguarda la retribuzione e la professionalità. Il tutto si salda con l’attuale testo del decreto delegato sul contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti che disciplina il licenziamento discriminatorio con una formula che in parte differisce da quella vigente per gli attuali occupati. Mentre l’attuale testo dell’articolo 18 (Statuto dei lavoratori), così come riformato nel 2012 (cd Legge Fornero), fa riferimento esplicito alle discriminazioni riconducibili al licenziamento per motivi legati alla maternità e paternità, nella nuova disciplina le discriminazioni previste fanno riferimento a una disposizione che non le richiama.

Rimane la riconduzione all’area delle nullità previste per legge con comune applicazione della medesima disciplina reintegratoria, ma si rafforza lo scoramento rispetto a una scelta – di scelta si è evidentemente trattato, visto che non sono state prese in considerazione le osservazioni in proposito contenute nel parere reso dalla Commissione lavoro della Camera – di cui non si comprende la motivazione.

A queste già incomprensibili manovre legislative si deve aggiungere una preoccupata segnalazione. Nel testo, ormai pubblicato definitivamente del contratto a tutele crescenti (d.l.vo n. 23 del 2015), la disposizione prevista per il licenziamento per inidoneità fisica e psichica è trasmigrata dall’articolo 3 all’articolo 2, quello appunto che si occupa di licenziamenti discriminatori e nulli. Nel far questo, forse inconsapevolmente, forse per un errore materiale, il termine ‘inidoneità’ è diventato ‘disabilità’. Il risultato finale produce effetti in tutta evidenza assurdi: la inidoneità non è la disabilità; la inidoneità sparisce dal testo, la disabilità è già fattore protetto. Resta da augurarsi che si sia trattato di errore materiale e che si provveda a correggerlo.

I diritti alla tutela, alla parità di trattamento e di opportunità, i divieti di discriminazione sembrano collocati al livello superiore della gerarchia dell’ordinamento, ma con accentuazione di quella separatezza che da sempre li contraddistingue in termini di conoscenza, di coordinamento sistematico e di effettività, soprattutto quando contemporaneamente si generalizza l’instabilità del rapporto di lavoro.

NOTE

[1] Il decreto di cui si parla è uno dei quattro decreti attuativi del cd Jobs Act, approvati dal Consiglio dei Ministri il 20 febbraio scorso.

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