«Da grande vorrei fare la medica…» E la maestra diede a Sofia un bell’8

Corriere della sera – La 27 ora 26 aprile 2015 – Giovanna Pezzuoli

Favole e filastrocche, giochi e rebus per bambine e bambini nel libro «La grammatica… la fa la differenza» per mostrare l’importanza di nominare le donne

Immaginate una scuola dove Sofia svolge il tema scrivendo «da grande vorrei fare la medica» e subito arriva la matita blu della maestra con un brutto 5, ma chissà perché a quel punto le parole vengono colpite da uno strano maleficio: la mostra diventa un mostro, la cappella si trasforma in un cappello, la razza nell’acquario schizza via essendosi tramutata in un razzo, al posto della banca ora si trova solo un banco di legno e così via. Alla fine l’insegnante capisce di avere sbagliato perché esistono due generi nel nostro italiano. E sul compito compare un bell’8!

Sono favole e filastrocche, giochi e rebus rivolti agli scolari delle elementari per rilanciare sui nomi (ma anche sui ruoli), sgretolando la cornice che prescinde dalla soggettività sessuata. Il bel libriccino «La grammatica… la fa la differenza» della casa editrice Mammeonline mostra in maniera spontanea a bambine e bambini la naturalezza dell’uso del linguaggio di genere. Che le donne nei secoli siano state poco considerate, scrivono le autrici, è un dato di fatto inconfutabile, ma che anche la nostra lingua le abbia ignorate e continui a ignorarle rifiutando il genere femminile, non è più accettabile.

Nel libro un inserto, rivolto a insegnanti e genitori, fornisce gli strumenti per approfondire l’argomento con i più piccoli, svelando luoghi comuni, ad esempio l’idea che l’uso del maschile inclusivo debba essere considerato neutro in quanto racchiude in sé il soggetto femminile. O riflettendo su frasi come «auguri e figli maschi» e sulle almeno cento parole (sinonimi di prostituta) che insultano la donna e non hanno un corrispettivo maschile.

Spiega l’editrice Donatella Caione:

«Non vogliamo cambiare la lingua ma semplicemente rispettarla. Come mamme siamo partite da un’idea semplice: offrire alle bambine, che sono lettrici appassionate, libri con protagoniste bambine come loro e non principesse o Violette. E la grammatica è collegata a tutto il resto: si comincia a criticare la parola assessora e si passa ad attaccare la presunta teoria del gender. Del resto se una bambina alla mostra legge pittore e non pittrice pensa che sia un’arte preclusa alle donne. Basta dire buongiorno bambini e bambine per creare un senso di maggiore partecipazione»

E aggiunge: «Nel libro si gioca spesso sul paradosso, ad esempio nella favola delle parole che si ribellano. Come ha fatto Laura Boldrini quando si è rivolta al deputato che si ostinava a non riconoscerla come la presidente, chiamandolo deputata! La stessa Luciana Littizzetto che aveva definito un’inutile esasperazione questo accanimento sui nomi al femminile, ha poi chiamato tranquillamente ministra Stefania Giannini… E trovo davvero umiliante dover leggere ancora il marito del sindaco ucciso a proposito di Laura Prati, prima cittadina di Cardano al Campo, nel Varesotto, ferita a morte da un ex vigile».

Un libricino, dicevamo, divertente e giocoso anche perché per i bambini è tutto più naturale, siamo noi che spesso li confondiamo. E già si progettano incontri con le insegnanti e laboratori nelle classi. Così, nel libro, sono gli stessi bambini che leggendo la didascalia «sbagliata» che ignora il sesso di sindaca e assessora intervenute all’inaugurazione del monumento, decidono di scrivere ai giornalisti:

«Gentili miei signori insieme riflettiamo:/ esistono due generi nel nostro italiano/ perciò a una signora non sembreremo ostili/ se accanto le porremo gli esatti femminili/ così che tutti quanti leggendo l’assessore/ troveremo in una foto un augusto signore./ Se al Municipio invece a capo c’è Maria/ la chiameremo sindaca con giusta cortesia»
Ancora, non sarebbe bello se la maestra un giorno leggesse in classe la storia di una bambina che vuol fare la calciatrice, anziché il calciatore? Così nel racconto Luca e Serena si scambiano i ruoli, seguendo le loro passioni: lui va a lezione di danza e lei si butta nella mischia con il pallone. Quanto a Biancaneve, dopo il fatidico bacio, si è completarne risvegliata e rimanda le nozze con il principe Turchino dovendo preparare l’esame d’avvocata…

Che cosa succede dunque quando le parole calzano a pennello alla persona a cui si riferiscono?

L’osservanza della grammatica è importante per ristabilire una correttezza lessicale e il rispetto delle differenze tra i sessi. Perché dire «sono una medica» rivela il desiderio di interrogarsi sul significato di essere donna in quella professione. Perché quello che non si nomina non esiste… Impariamo dalle lingue straniere come il portoghese, dove si dice médica e doutora, o dal tedesco dove Angela Merkel è stata subito die Kanzlerin, o ancora dall’inglese dove il problema si pone con nomi come police-man che diventa police officer o chairman che diventa semplicemente chair.

Ed ecco un’altra filastrocca:

«Ma tante parole il femminile non hanno: quand’è che pari diritti si avranno? Mi dite perché non si dice assessora? Fa più spavento di una normale suora? Lo so, mi direte, Non suona bene per niente! Ma pensateci, è meglio Uomini o Gente? Proviamo ad osare con ministra e prefetta. La donna così più si rispetta. E alla fine cambiamo espressioni vecchiotte che con la grammatica fanno un po’ a botte. Evitiamo pasticci e confusione: non siamo uomini, ma siamo persone. Solidarietà è meglio che fratellanza con le giuste parole la lingua è una danza»

Il progetto è sostenuto dall’Associazione Donne in Rete e patrocinato dalla Regione Puglia, dalle Consigliere di Parità della Regione Puglia e della Provincia di Foggia, dall’Università di Foggia, dal Concorso Lingua Madre.

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