Non ce la faccio, mi dimetto I veri motivi delle madri che lasciano il posto

Corriere della sera – La 27 ora  – 30 giugno 2015  -Alessandra Puato

La gestione delle responsabilità familiari e di crescita dei figli, prerogativa ancora prevalentemente femminile, continua ad avere riflessi sulla partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro (la Relazione ministeriale)

Aziende addio, siamo mamme. Le donne-madri si sono dimesse di più dal posto di lavoro, l’anno scorso, rispetto al 2013 (+6%). E in particolare la risoluzione del rapporto ha riguardato chi aveva poca anzianità di servizio (meno di tre anni) e un solo figlio: i soggetti, probabilmente, più deboli. La motivazione prevalente? Tristemente prevedibile: «Incompatibilità tra l’occupazione lavorativa e le esigenze di cura della prole». Fra le difficoltà indicate, in testa c’è l’«assenza di parenti di supporto», segue il «mancato accoglimento al nido», ma anche il «mancato accoglimento della richiesta di part-time».

Lo dice la relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri per l’anno 2014, presentata il 25 giugno al ministero del Lavoro. È il risultato del monitoraggio conseguente al decreto legislativo 151 del 2001, quello che prevede che le dimissioni delle madri lavoratrici, o dei padri lavoratori durante il congedo di paternità, vadano confermate davanti a un pubblico ufficiale e convalidate dalle Direzioni provinciali del lavoro: per evitare dimissioni forzate e abusi da parte delle imprese.

La Relazione annuale nasce dunque dall’esame delle convalide. È condotta dalla Direzione generale per l’Attività ispettiva del ministero, insieme con la Consigliera nazionale di parità: che da giugno è Franca Cipriani, in sostituzione di Alessandra Servidori. Ma vediamo i risultati di questa ricerca.

Innanzitutto, l’anno scorso sono aumentate dell’11,3%, rispetto al 2013, le dimissioni o risoluzioni consensuali di madri o padri, convalidate dal ministero del Lavoro. Hanno toccato quota 26.333, quasi tremila in più rispetto all’anno precedente: «Effetto della persistente crisi economica in atto nel Paese», è scritto nel documento. Di queste la gran parte, il 92%, sono dimissioni e solo l’8% sono risoluzioni consensuali. Veniamo alle quote di genere.

Ebbene, in più di otto casi su dieci a lasciare il lavoro sono state le donne. Ben l’85% delle dimissioni (o risoluzioni consensuali), infatti, ha riguardato le madri: 22.480 casi (il 6% in più rispetto all’anno prima), contro i soli 3.853 casi dei padri. Questo dimostra, è scritto nella Relazione, che «la gestione delle responsabilità familiari e di crescita dei figli, prerogativa ancora prevalentemente femminile, continua ad avere riflessi sulla partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro».

Un segnale dell’utilità delle nuove leggi , però, c’è, pur piccolo, ed è l’aumento percentuale elevato (+62%) delle dimissioni dei padri: per chi ha curato l’indagine è l’«effettivo contributo della normativa di sostegno della genitorialità», con la «maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’interno della coppia». Ma il dato, in valori assoluti, resta irrisorio: meno di quattromila casi su oltre 26 mila, appunto.

Un punto dolente è l’anzianità di servizio: inversamente proporzionale alla frequenza delle dimissioni, nel senso che se ne va chi è in azienda da meno tempo. È una costante da anni, la situazione non cambia. Questa volta sono state 12.663 su 26.333, cioè una su due (48%), le dimissioni di chi aveva un’anzianità fino a tre anni: donne nel l’86% dei casi. E un restante 40% aveva un’anzianità di servizio tra i quattro e i dieci anni. Inutile poi dire (o forse no) che la gran parte delle dimissioni ha riguardato persone tra i 26 e i 35 anni. L’età di chi mette su famiglia.

La difficoltà è rafforzata dal dato sul numero dei figli: una madre su due, fra quelle che hanno ha lasciato il posto di lavoro l’anno scorso (il 55%, 14.379 casi), ne aveva infatti uno solo. È confermato dunque, ancora oggi, ciò che si poteva credere sepolto: e cioè che è con il primogenito che si presenta alla donna il bivio, famiglia o lavoro, e la scelta obbligata va spesso nella prima direzione non per scelta, ma per mancanza di alternative. In un caso su tre (33% del totale) le motivazioni indicate sono infatti «riconducibili all’incompatibilità tra lavoro e cura della prole», sottolinea la ricerca. E perché? In particolare: a) «per l’assenza di parenti di supporto» (4.051 casi), dato in crescita; b) «per il mancato accoglimento al nido» (3.456 casi); c) «per l’elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato» (1.200 casi, in lieve diminuzione). Un’altra motivazione all’abbandono del posto di lavoro è la «mancata concessione del part time, o dell’orario flessibile, o della modifica dei turni di lavoro» (1.465 casi). Può essere legata al fatto che, in generale, gran parte delle dimissioni (il 58%) è avvenuta nelle piccole imprese, fino a 15 dipendenti: in genere meno strutturate per fare fronte a variazioni temporanee dell’organico e dell’organizzazione del lavoro.

Morale: la rete familiare continua ad essere fondamentale per le donne che scelgono di avere un figlio. Se manca, spesso si è costrette a lasciare il lavoro. Una seria politica di sostegno alle famiglie che tuteli figli e madri non può dunque non passare di qui, dall’organizzazione di un’efficace rete alternativa pubblica (o pubblico-privata). È questo il nodo che frena maternità e carriera e i dati del ministero del Lavoro lo confermano. Un altro buco nero è quello delle piccole imprese, dove fare un figlio e continuare a lavorare è obiettivamente complicato. Qui, forse, oltre al paracadute sociale per chi ha figli, potrebbe essere utile una politica di incentivi e semplificazioni per le aziende, che non penalizzi chi ha dipendenti in maternità o paternità.

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