Nessuno ha il diritto di chiamarsi amore

Nessuno ha il diritto di chiamarsi amore (robin) – NADIA GIANNONI

Venerdì 15 aprile 2016 – ore 21
sala Grande Circolo dei Lettori – via Bogino 9 Torino

con Marco Bonfiglioli, Capo dell’Ufficio Detenuti e Trattamento Provveditorato Regionale del Piemonte e Valle D’Aosta,
Monica C.Gallo garante delle persone private della libertà – Comune di Torino
Laura Onofri, consigliera Comune di Torino

Il femminicidio esce dalle pagine del romanzo attraverso una lunga riflessione e un intreccio di vite, dati, fatti, controversie e personaggi capaci di guidare il lettore in un ampia riflessione sul tema.
in collaborazione con Uffici Garante delle persone private della libertà – Comune di Torino

«Quando l’amore bussa e fa troppo rumore non ti affrettare ad aprire… non è con la forza che si abbatte un cuore.»
C’è una strana alchimia quando due persone si incontrano: battiti di ciglia, palpiti di cuore, una promessa e via. Sembra si chiami amore. Poi d’improvviso basta un nonnulla, una disattenzione, una mala parola, uno schiaffo, un pugno, un livido e… zac!, una coltellata nel punto esatto dove si rompono i pensieri. Dove si rompe una vita. E allora, possiamo ancora continuare a chiamare tutto questo amore? Quell’agognato sentimento per cui si sono scalate montagne, trascorse notti insonni, moltiplicate rose rosse… insomma, l’amore che fine fa?
Sono questi gli interrogativi che attraversano la mente della dottoressa Gastaldi, una psicologa alquanto singolare, che irrompe nella vita di Giulio, in arte Tirabaci, giudice in pensione di un onoratissimo tribunale, coinvolgendolo in un’impresa assurda quanto improbabile: processare l’amore. Mettere sul banco d’accusa non un uomo o un ipotetico colpevole, bensì quel sentimento su cui per anni, secoli, sono scorsi fiumi d’inchiostro, alla ricerca della perfetta alchimia.
Ci riuscirà? Ci riusciranno?
Incroci di vite, dati, fatti e controversie, si muovono in un’altalena psicologia/giustizia, che rende il romanzo brillante, avvincente e non di meno toccante. A fare da sfondo non sono che le morti bianche in amore, quelle che con un termine grossolano si continuano a chiamare femminicidi.

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