Far lavorare le donne come gli uomini? Un vantaggio per l’intera economia

Un studio del McKinsey Global Institute quantifica una spinta aggiuntiva alla crescita del 10-20% entro il 2025

La Stampa 12.04.2016 Roberto Giovannini

Sì, lo sappiamo: gli Stati Uniti sono una cosa, e l’Italia un’altra realtà (molto diversa e molto arretrata). Però sappiamo anche che quando si guarda ai fenomeni sociali ed economici, quel che accade negli USA ci aiuta a capire che cosa accadrà tra uno o due o tre lustri anche nella nostra lontana provincia dell’Impero. E dunque, signori maschi, è bene che cominciate a regolarvi: come riporta “The Atlantic”, citando un nuovo studio del McKinsey Global Institute, prima riusciremo a raggiungere una effettiva parità di trattamento sul posto di lavoro tra uomini e donne – in termini di retribuzione effettiva, di ore lavorate, e di accesso a posti di lavoro a tempo pieno e non solo parziale – e prima potremo sperare in una accelerazione notevole della crescita economica. Di cui beneficeremmo tutti, maschietti e femminucce.

Negli Stati Uniti, dice il rapporto – ma anche in Italia la situazione è la stessa, semmai un po’ peggiore – il tendenziale invecchiamento della popolazione comporta un calo della produttività e una riduzione del monte salari e del numero dei posti di lavoro. Per fortuna c’è un vasto giacimento di forza lavoro qualificata a disposizione: sono le donne, che però lavorano meno ore rispetto agli uomini, tendenzialmente operano nei settori a retribuzione più bassa, e hanno tassi di partecipazione al mercato del lavoro minori. Farle lavorare di più, aiutarle ad accedere a settori economici più qualificati e remunerativi e produttivi, spingerebbe la crescita del Pil. Secondo il rapporto di McKinsey, ipotizzando che nel 2025 si raggiungesse negli States una completa parità tra uomini e donne – uguale salario, uguale orario, uguale distribuzione nei vari settori economici – l’economia americana guadagnerebbe 4,3 miliardi di miliardi di dollari di Pil, ovvero un aumento del 20% rispetto alle attuali previsioni. Ipotizzando uno scenario meno ottimistico ma più realistico, la spinta aggiuntiva alla crescita sarebbe “soltanto” del 10%.

Secondo lo studio, per centrare questo obiettivo servirebbero (a parte un cambio di mentalità generale, perché come si sa neanche gli Usa sono indenni dal sessismo) una serie di misure tutt’altro che trascendentali, facilmente realizzabili. Ad esempio, le aziende dovrebbero investire nella formazione del loro personale, avere il coraggio di assumere un po’ di più, eliminare i differenziali salariali al loro interno, e creare ambienti di lavoro più invitanti e praticabili per le donne. Le istituzioni pubbliche, invece, dovrebbero investire nella creazione di una rete di supporto e di assistenza per chi ha figli, che negli USA (ma anche in larga parte d’Italia, anche se qui ci vantiamo di avere un sistema di welfare) non esiste. Ovvero, più asili nido, più assenze retribuite e insomma tutti gli strumenti che potrebbero aiutare le donne e gli uomini ad avere cura della propria famiglia senza essere penalizzati al lavoro.

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