LA SERIE PIÙ INTELLIGENTE E FEMMINISTA CHE C’È ARRIVA DALL’UK

di minima&moralia pubblicato sabato, 8 ottobre 2016 · di Stefano Piri

Il 15 settembre sono usciti su Amazon i sei episodi della prima stagione della comedy Fleabag, scritta e interpretata dalla trentunenne britannica (nata però a New York) Phoebe Waller-Bridge. La serie – che è ambientata a Londra ed è stata prodotta dalla BBC – è l’adattamento di un monologo teatrale portato in scena dalla Waller-Bridge nel 2013, e parla di sesso, famiglia, lavoro e femminismo, ma soprattutto dell’elaborazione del lutto di una ragazza di trent’anni che ha appena perso la sua migliore amica.
L’origine teatrale ritorna nelle continue rotture della quarta parete da parte della protagonista, che si rivolge direttamente al pubblico per commentare quello che sta succedendo, ma soprattutto in una qualità di scrittura molto sopra la media, che fa impallidire prodotti simili ma molto più pubblicizzati come Love e Masters of None.
Nonostante l’estrema brevità – con sei episodi di 25 minuti, la durata totale della serie è quella di un film – che preclude a Fleabag la possibilità di crearsi uno zoccolo duro di spettatori affezionati, a mio parere stiamo parlando di uno dei prodotti più maturi e complessi di quella new wave di comedy al femminile che rappresenta l’avanguardia culturale dell’attuale serialità.

Se è vero infatti che il tema delle grandi serie TV negli anni zero (I Soprano, Mad Men, Breaking Bad, ma anche prodotti meno raffinati come Dr. House) è la crisi di identità e ruolo dei maschi, al centro del periodo maturo che stiamo attraversando c’è invece la demistificazione della femminilità.
Si tratta di uno scarto non da poco, che porta con sé una rivoluzione nella demografia del pubblico, ma anche nel genere prevalente. Don Draper e soci lottavano per conservare la propria virilità a rischio di estinzione in contenitori narrativi per lo più drammatici, mentre quasi tutte le serie in corso con protagoniste femminili complesse (Broad City, Unbreakable Kimmy Schmidt, Lady Dynamite) sono sit-com, comedy o al massimo ibridi come Orange Is The New Black. Questo da un lato ci conferma che l’ironia è il linguaggio delle cause mature, ma dall’altro ci suggerisce che le storie con protagoniste femminili emancipate e non innocenti hanno ancora un potenziale dirompente che ha bisogno della mediazione dell’humour per arrivare al grande pubblico.
Le serie che ho elencato sono molto diverse tra loro, ma hanno in comune l’impostazione character driven che parte da protagoniste brillanti e variamente disfunzionali, con vite disordinate e un rapporto ambivalente con l’età adulta, e un umorismo che batte sui tasti classici del racconto femminista (lavoro, famiglia, sesso) ma con un’impronta individualista, oziosa e cerebrale che qualche chauvinist pig definirebbe classicamente maschile.
La protagonista di Fleabag – di cui non veniamo mai a sapere il vero nome, perché Waller-Bridge voleva che rappresentasse “la donna qualunque” – è una delle più interessanti e tridimensionali che si siano viste ultimamente, una trentenne disincantata ma non cinica, intelligente ma non evanescente, incasinata senza compiacimento o vezzi estetizzanti. Una che porta in scena la propria generazione senza forzature sociologiche o sentimentali, e che si prende gioco con disinvoltura dei cortocircuiti tra vita quotidiana, questioni di genere e vibrazioni politiche nella vita di un giovane adulto evoluto in una metropoli occidentale. Un’ottima sintesi del tipo di umorismo della serie è la scena del pilot in cui la protagonista viene sorpresa dal fidanzato a masturbarsi guardando un discorso di Obama: “so cosa stavi facendo” dice lui.“Stavo guardando le notizie!” prova a difendersi lei. “Allora dimmi di cosa stava parlando”, la incalza lui. “Mmmmmh… Iraq?”.
Il fidanzato se ne va di casa, e sulla porta si volta le grida: “stava parlando di democ…”. Cut.
Il disagio e gli eccessi caratteriali del personaggio della Waller-Bridge derivano direttamente dal conflitto tra la sua personalità e un sistema di valori prevalenti ancora in larga parte maschile. La sua sex addiction e i suoi rapporti insoddisfacenti con gli uomini – che in Fleabag non sono quasi mai stronzi, anzi sono dei bravi ragazzi che tutto sommato fanno del proprio meglio, ma proprio non ce la possono fare – vengono proposte con la giusta ambivalenza, senza indulgenza consolatoria alla Sex and the City ma anche parlando con sincerità del nesso tra sesso, autoaffermazione e potere (nell’ultimo episodio uno dei personaggi presterà volto e voce all’autrice nel dichiarare: “in fondo, tutto lo show parla del potere”).
I personaggi secondari – la sorella, il fidanzato, il padre assente, la matrigna ostile – sono tutti ben sviluppati e complessi, ma anche deliberatamente rappresentati come proiezioni di un narratore inaffidabile. Il mondo di Fleabag, insomma, è soggettivo ed egocentrico quanto quello di Mr. Robot o BoJack Horseman.
La trama quasi non esiste, o si riduce alla successione di eventi e incontri della protagonista nel periodo successivo alla morte della migliore amica Boo. Si lascia e riprende con il fidanzato, nel frattempo va a letto con altri ragazzi, va a conferenze femministe e weekend di ritiro spirituale con la sorella ricca ed esaurita, cerca soldi per mandare avanti il bar che aveva aperto con Boo. Più che un arco narrativo vero e proprio c’è un lento spostamento di tono e umore da un episodio all’altro: dal pilot, che è comedy vera e propria con una nota tragica solo nell’ultima scena, si arriva ad un ultimo episodio in cui gli elementi comici fin lì raccolti deflagrano drammaticamente. Waller-Bridge ha detto di aver voluto costruire un meccanismo in cui il pubblico avverte un disagio crescente nel ridere della protagonista e di quello che le succede, mentre lei li supplica di non smettere.
Il twist finale è molto potente e chiude il cerchio di Fleabag come storia di rapporti tra donne e come apologo sulla morte, il senso di colpa e il perdono.
Nel solco della tradizione britannica, Waller-Bridge ha uno stile di humour molto caustico ma in realtà usa la commedia come strumento di conciliazione e superamento del dolore. Fleabag tira con maestria le corde emotive dello spettatore arrivando a sfiorare la sgradevolezza, ma alla fine ti lascia spossato e soddisfatto come dopo un pianto liberatorio. Non è poco, e non dovreste perdervelo.

Qui l’articolo di The guardian

 

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