Insultata perché velata, ho avuto un trapianto e non posso stare al sole

Corriere della sera 20 giugno 2017    – Elena Tebano

Anna Pacifica Colasacco: «Seguo una terapia che azzera la risposta immunitaria, devo portare una mascherina e per un anno non posso stare al sole perché ho la pelle troppo vulnerabile»

«Mai avrei pensato che, in un Paese libero come l’Italia, una donna potesse essere insultata solo perché vuole passeggiare velata da capo a piedi. Nella fattispecie, la donna velata ero io». Aquilana, sessantun’anni, antiquaria, Anna Pacifica Colasacco prima è sopravvissuta al terremoto che nel 2009 ha distrutto la sua città e alla ricostruzione che ne ha spopolato il suo amatissimo centro storico, poi ha dovuto affrontare un tumore che l’ha costretta a subire un trapianto di midollo osseo.

Dopo un trapianto

Domenica era sulla Costa dei Trabocchi, nel Chietino, per una breve vacanza al mare. «Per via del trapianto sto seguendo una terapia con gli immunosoppressori che mi azzera la risposta immunitaria, quindi devo portare una mascherina sul viso e per un anno non posso stare al sole, perché ho la pelle troppo vulnerabile», spiega. «Però quando vai in giro con la mascherina tutti ti guardano, capiscono che sei malata e per loro sei diversa. Non ne avevo voglia. Allora ho deciso di provare in un altro modo». Si è calata fino al viso il turbante che porta da dopo la chemioterapia, si è messa una gonna che le arrivava alle caviglie e una maglia con le maniche lunghe, poi è uscita insieme a suo marito e ai loro due cani per una passeggiata sul lungomare.

«Reazione ostile»

«Non c’era moltissima gente, ma tutti quelli che abbiamo incontrato hanno avuto una reazione ostile», racconta. «Gli uomini mi guardavano con disapprovazione, le donne sono state più aggressive. Immancabilmente mi hanno detto qualcosa». E hanno dato per scontato che fosse un’immigrata musulmana, coperta da capo a piedi per motivi religiosi: «“Ma tu guarda che devi vedere”, mi dicevano. Oppure: “Se vieni qua devi comportarti come noi”. Io non ho risposto niente», continua, «ma mio marito a un certo punto si è alterato». La sua «difesa» («Signora, come si permette? Cos’è che non le quadra?»), però, non è servita a molto. Anzi, la risposta è stata ancora più aggressiva. «Una serie di “vaffanculo”, “andatevene”, “voi qui non potete stare”», prosegue Colasacco. «Che poi fa anche ridere, perché mio marito è un uomo bianco che parla perfettamente italiano: dove dovevamo andare?».

«Tanta amarezza»

Alla fine Colasacco non ce l’ha fatta più: «È spiacevole essere apostrofata sempre: al ritorno mi sono scoperta la mascherina. La cosa divertente è che ho incontrato alcune delle persone che avevo incrociato all’andata, e mi hanno guardata in tutt’altro modo». Rimane l’amarezza per il trattamento ricevuto: «Quella è una zona rimasta ancora poco intaccata dal turismo di massa, ma di recente in uno degli alberghi del posto hanno aperto un centro di accoglienza per rifugiati: hanno iniziato a venire meno turisti», spiega, «e la gente del luogo ovviamente è contraria. Forse dipende anche da quello». Colasacco però si è sentita rigettata a 40 anni fa: «Alla fine ho scoperto che nel 2017 se sei una donna non puoi ancora andare vestita come ti pare. Per noi ragazze degli anni Sessanta-Settanta la minigonna è stata una battaglia politica, significava lottare contro le restrizioni a cui noi donne eravamo sottoposte. Ora mi trovo ad avere lo stesso problema, ma perché sono troppo coperta».

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