Perché il “dipartimento mamme” non ha nulla di moderno di Giorgia Serughetti

Continuiamo a raccogliere  e pubblicare opinioni sul discusso “dipartimento mamme”

Femministerie               24 luglio 2017   – Giorgia Serughetti

Quando alcuni mesi fa il segretario del Pd, fresco di rielezione, pensò di rilanciare il programma del partito con “3 parole: lavorocasa e mamma” in molte ci trovammo a commentare sdegnate quel terzo termine che ci sembrava (ri)fondare sul ruolo materno la cittadinanza delle donne. Eppure non mancò chi volle sottolineare la “modernità” di un discorso che poneva così in alto tra le priorità politiche il sostegno alle scelte di maternità. Certo, si disse, poteva dire madri, poteva dire donne, ma si sa, questo lessico familiare è lo stile comunicativo di Matteo Renzi. Ora però la creazione di un “dipartimento mamme” da parte della segreteria del partito va oltre la trovata ad effetto, segnala l’insistenza su un modo preciso di vedere il tema della riproduzione, il ruolo delle donne, il rapporto con il femminismo. Un modo che non ha nulla, ma proprio nulla di moderno.

Che cosa c’è che non va in quel “mamme”? Mi vengono in mente almeno cinque problemi.

  • Primo – dirlo è fin troppo ovvio – la scelta lessicale porta con sé un immaginario, specie in un paese imbevuto di stereotipi mammisti. La mamma apprensiva e oblativa al servizio della famiglia, che cucina, lava, stira, pulisce, la mamma che è sempre la mamma. Ha ragione chi ha scritto che è roba che neanche la Dc negli anni Cinquanta.
  • Ma non è solo una questione lessicale. Descrivere la questione del sostegno alle scelte riproduttive come un problema di “mamme” significa fare cento passi indietro rispetto a battaglie (tra l’altro portate avanti anche dalla stessa neo “responsabile mamme”, Titti Di Salvo) per la condivisione dei ruoli genitoriali, con maggiore coinvolgimento dei padri nella cura dei nuovi nati per esempio tramite il ripensamento dei congedi parentali.
  • Titti Di Salvo difende questa decisione scrivendo “ho sempre pensato che un paese moderno, per donne e uomini, fosse quello in cui la maternità è una libera scelta: non un destino obbligato né un desiderio negato. Non l’ostacolo principale per trovare un lavoro, per continuare a lavorare dopo la nascita di un bambino o per affermarsi in quel lavoro. Non un lusso”. Sono così d’accordo che mi chiedo come abbia potuto accettare che a rappresentare questo impegno fosse una parola così lontana da questo messaggio. Libera scelta significa libertà di essere e di non essere madri. Della seconda parte, però, non è rimasta traccia. Scrive giustamente Loredana Lipperini, la denominazione indica che “la scelta è già stata fatta”.
  • Dopo la partita delle unioni civili e la messa a segno di un importante (sebbene parziale) risultato con la legge, il “dipartimento mamme” sembra un “contrordine compagni”, sembra il segnale di chi intende fare ammenda e ricordare che la prima vera preoccupazione è quella mamma che di mamma ce n’è una sola, che non è – per esempio – madre sociale, e certo non è un padre, figuriamoci se gay. Perché se avesse voluto la segreteria del Pd avrebbe usato la parola “famiglie”. E magari avrebbe nominato un referente per i diritti civili, di cui non c’è traccia.
  • Anche tralasciando le nuove genitorialità, parlare di maternità non può essere un tema separato da una discussione su donne e lavoro, welfare, salute, scuola, minori, migrazioni, ambiente e molto altro ancora. Un approccio davvero “moderno” ha bisogno di complessità. O pensiamo di risolvere il problema con un Mommy’s Day?

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