Gli ultimi dati Istat parlano di un tasso di occupazione femminile al 48,8%, un record storico per l’Italia. Ecco perché in tempi di crisi crescono le occupate

in.Genere  4 agosto 2017             – Redazione

L’Italia non ha mai visto così tante donne nel mercato del lavoro. La notizia arriva dall’Istat che ha appena reso pubblici gli ultimi dati su occupazione e disoccupazione. Secondo le stime dell’istituto, a giugno 2017 il tasso di occupazione femminile ha raggiunto il 48,8%. Un record storico: nonostante sia ancora molto distante dalla media europea (65,3%) si tratta della percentuale più alta registrata nel nostro paese dal 1977, anno in cui l’Istat ha iniziato a diffondere i dati sull’occupazione.

Segno di un Jobs Act che funziona? Di un raggiunto consolidamento della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro? A dispetto dei commenti più affrettati, alcuni entusiasti, altri fin troppo cauti, ma tutti limitati dallo scarso dettaglio delle note Istat, le cifre registrate sembrano confermare più che altro tre  processi di fondo.

Cosa ha funzionato

Il primo processo che le cifre confermano è l’onda lunga di una riforma iniziata tempo prima, quella firmata Fornero; il secondo è la maggiore resilienza o addirittura ‘dinamicità’ di alcuni settori tipicamente femminilizzati, quelli legati all’istruzione, alla  salute, alla cura e ad altri servizi ‘alla persona’, ai servizi sociali. Il terzo è la dualità di un mercato del lavoro dove chi gode di una maggiore protezione non abbandona il posto di lavoro,  a meno di non esservi costretto. Gli ultracinquantenni sono fra questi, magari a costo di un moderno “patriarcato” che prevede una redistribuzione di reddito a favore delle nuove generazioni, su base strettamente familiare.

Per cogliere questi tre fattori occorre però affidarsi a dati più dettagliati forniti online dall’Eurostat[1] pagando il prezzo di perdere un trimestre – poiché l’ultimo dato Eurostat disponibile si ferma al marzo di quest’anno mentre i dati Istat coprono fino a giugno. Occorre soprattutto andare oltre l’attenzione spasmodica ai movimenti di breve termine e interpretare i dati alla luce delle tendenze di medio-lungo periodo. Lo facciamo in questa nota,  confrontando la situazione occupazionale al marzo di quest’anno con quella del marzo di cinque anni fa.

Negli ultimi cinque anni

È noto come l’impatto della riforma Fornero, in vigore da fine dicembre 2011, sia stato letteralmente gonfiato dalla crisi, ma rimane utile rivedere alcuni numeri. A marzo  2017  le  occupate ‘mature’  (50-64 anni) superavano le registrate nel 2012 di ben 745mila unità, mentre l’occupazione complessiva delle donne in età lavorativa (15-64) sopravanzava quella del 2012 di sole 169mila unità.  Si noti però che la crescita degli occupati maschi ultracinquantenni ha registrato valori del tutto simili nel quinquennio, 770 mila unità in più a marzo 2017 rispetto a cinque anni prima. La differenza con le donne sta altrove: all’inizio del 2017  l’occupazione maschile 15-64 era ancora sotto di qualche migliaio di unità (circa 17mila uomini) rispetto al livello registrato nel 2012.

L’evidente sproporzione di andamento fra i due gruppi di età nel quinquennio in esame non va imputata esclusivamente alla riforma Fornero. Se si hanno il tempo e la pazienza sufficienti per guardare in dettaglio gli  andamenti settoriali – i dati Eurostat distinguono fra circa 90 settori – si scopre l’ovvio del senno di poi:  il  numero degli ultracinquantenni è salito solo nei settori che non sono stati colpiti troppo duramente dalla crisi, o che hanno già registrato una qualche ripresa. In un clima di grande incertezza chi ha potuto è rimasto aggrappato al posto di lavoro, che lo dettasse la legge Fornero o meno.

Perché ci sono “così tante” occupate

Nel medio periodo, dunque, la differenza di genere non sta tanto nel comportamento della componente matura quanto nella differenza fra i saldi: un piccolo saldo positivo per l’occupazione femminile nel suo complesso, mentre quello maschile è sostanzialmente nullo. La spiegazione di questa differenza non è nuova per le lettrici di inGenere. Nel corso della crisi l’occupazione ha tenuto di più o è addirittura cresciuta in alcuni settori molto femminilizzati, tra cui ci piace ricordare i servizi di cura alla persona, inclusa la cura degli anziani nelle strutture residenziali e presso le famiglie, i servizi sociali e l’istruzione.  Per dare un’idea, l’occupazione complessiva (maschi e femmine fra i 15 e i 64 anni) in questi settori è cresciuta di 270 mila unità nel quinquennio in esame, 210mila di queste sono donne. Poche in assoluto, ma preziose in un contesto di crisi. 

Torniamo alla stretta attualità. Come riportano gli ultimi dati Istat, tra il giugno 2016 e il giugno 2017  l’occupazione femminile complessiva (dai 15 anni in su) è aumentata  di poco meno di duecentomila unità mentre quella maschile è rimasta praticamente al palo.  Con tutte le differenze del caso – di periodo, di fonti, di dati, ecc. – il parallelo con quanto è successo ai saldi dell’ultimo quinquennio secondo i dati Eurostat non è una semplice coincidenza.   

Note

[1] Le serie di dati Eurostat analizzate sono relative a: “occupazione per sesso, età e cittadinanza” e “occupazione per sesso età e settore d’impiego“.

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