La maternità è sopravvalutata. Parola di mamma.

FuoriLogo 10 agosto 2015

Adesso basta. Ve lo buco questo elogio sperticato della maternità. E ve lo buco proprio perché sono una mamma.

Sono una mamma. Ma anche un’incredibile polemica, una curiosa appassionata, una lettrice instancabile, una collezionista di sogni, una caffeinomane, una cinica necessitata, una piangiona improvvisa, una cuoca versatile, un’amante delle passeggiate sul fiume.

Sì, potrei annoiarvi ore ed ore spiegandovi che io non sono solo una mamma. La mia vita è piena di molte altre sfumature e modi di essere. Mi ha sempre dato fastidio essere identificata solo come “la mamma di X”. Come se il parto ti rendesse un corpo unico con l’essere che hai messo al mondo. Mi fanno paura le simbiosi e detesto le fusioni. Solo nella somma dell’individualità si apprezza la complessità dell’essere. Non è l’appiattimento, la chiave della felicità. E se questo vale in ogni relazione, vale ancor di più in quella genitoriale.

E poi c’è quest’idea serpeggiante che solo la maternità possa completare una donna. Conosco schiere di mamme infelici che combattono quotidianamente col senso di colpa, divise tra l’amore che dovrebbero sentire per i propri figli e la sensazione che ne avrebbero fatto a meno. Sono donne che, più o meno consapevolmente, si sono adattate al modello prevalente che vuole la donna realizzata solo nella maternità. E lo vedi che stridono dentro e sono insoddisfatte. Magari sarebbero state valide astronauti o brillanti chef, invece le vedi incazzate a spingere passeggini.

Non tutte le donne bramano sacrificare buona parte del proprio tempo alla crescita e all’accudimento di un figlio, non tutte le donne sognano un focolare e la subordinazione a un altro essere vivente. Perché è inutile girarci intorno: la vita dopo un figlio non è la stessa di prima. Meglio? Peggio? Dipende. Dipende se un figlio è davvero un desiderio personale o la necessità di rientrare in un ruolo socialmente apprezzato.

Ho amiche che amano i bambini, ma mai si sognerebbero di metterne uno al mondo e preferiscono coccolare i propri nipoti e poi salutarli per andare al mare, al lavoro, a leggere un libro sull’amaca. E non sono dei mostri e – per fortuna – nemmeno ci si sentono, nonostante le pressioni di parenti, amici, conoscenti e la schiera delle mamme perfette.

Hanno scelto di far prevalere altri aspetti di loro, altre passioni, altre aspirazioni.

Io ho due figli. Il primo avuto in giovane età. Essendo madre da un terzo della mia esistenza non riesco ad immaginare la mia vita senza di loro, ma non mi sarei sentita pazza a compiere scelte diverse proprio perché sono consapevole dei sacrifici e delle rinunce. Tornassi indietro rifarei tutto, ma non venitemi a parlare di istinto materno che aleggia in ogni donna.

Ci sono donne che sono pessime madri e rovinano i propri figli facendoli sentire inadeguati, sbagliati, costringendoli a mendicare un amore che non arriverà mai. Che tutte ne siano geneticamente dotate è una stronzata. Così come che tutte le donne amino lo shopping. Se mi portate in un centro commerciale di sabato pomeriggio per me equivale a una tortura psico fisica.

C’è chi trova il massimo della realizzazione nell’essere madre, chi nel fare il geologo su Marte, chi entrambe. Ci sarebbe meno frustrazione se riuscissimo a non volerci per forza infilare in degli abiti che vanno di moda, ma che ci fanno sentire a disagio.

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