La potenza delle parole al femminile – Una risposta al giornalista Federico Taddia

di Manuela Manera  

Dottoressa di Ricerca in Liguistica, Università degli Studi di Torino e componente del Comitato SeNonOraQuando? Torino

La potenza delle parole al femminile : inizia così un articolo di giovedì 9 novembre 2017 sul quotidiano La Stampa, a firma Federico Taddia. È un articolo dal bel titolo, e con un incipit che lascia ben sperare.

Vado a pagina 21 e proseguo nella lettura: «E lei, con la semplicità e l’assenza di filtri che solo a nove anni hai, con il ditino alzato perché ha capito che stava facendo una piccola lezione a un adulto, mi ha espresso il suo pensiero tutto d’un fiato: “Ma no, sbagli. Io anche se sono una bambina, mi puoi chiamare bambino: sono i bambini che non puoi chiamare bambine”». Wow, fantastico, penso. Ora il giornalista spiegherà quanto introiettato è il cosiddetto maschile “neutro” (o inclusivo).

E invece no. Continua poco sotto dicendo che lui ci si è provato a «scalfire l’assoluta certezza di Sofia», ma «lei si sentiva bambina, appartenente alla categoria dei bambini». Ok, ci siamo: ora il giornalista spiegherà quanto introiettato è il cosiddetto maschile “neutro” (o inclusivo), bene. E invece commenta subito «Tutto normale, certo»… scusa, in che senso è da intendere questa frase? È normale nel senso che è diffuso questo uso, non nel senso che sia “normale” che io donna mi nomini al maschile vero?… Ora chiarisce di certo, proseguo speranzosa a leggere: «Tutto normale, certo. Ma indicativo nel nostro chiacchierare quotidiano. Le parole non sono solo un suono. Le parole creano identità. Contenuto. Differenze. E pregiudizi. Le parole non sono neutre e i linguisti ben lo sanno». Esatto, bravo… avevo temuto, non si capiva bene l’argomentazione dove volesse andare a parare e invece…

Bene, proseguo rasserenata.  «Ma basta un “sindaca”, un “ministra”, un “ingegnera” a superare un uso del linguaggio dove la donna pare sovente in posizione di sottomissione e a modificare un linguaggio orientato al maschile? Ovviamente no, anche se la questione è analizzata da vari   decenni […]».  Ok, non basta il linguaggio, è ovvio: ma la lingua, come tu caro giornalista sai bene, è uno strumento di comunicazione che crea relazioni, rafforza immaginari, stabilisce rapporti di forza (l’«esserci» nella lingua, il posizionarsi e parlare da lì).

Prosegue: «Riflessioni accademiche che faticosamente hanno varcato gli ambienti del femminismo»; beh, ma questa è una notizia infondata. Negli ultimi anni le Pubbliche Amministrazioni (ma non solo) si sono attivate con programmi dedicati alla formazione del personale sul tema “linguaggio e genere”, e molti Enti (tra cui, per citare un fatto recente, il Comune di Torino [ così come evidenziato da La Stampa in questo articolo  ] hanno riscritto i propri documenti e aggiornato la modulistica, seguendo l’esempio di quanto avvenuto alla Camera dei Deputati l’anno scorso.

Poco oltre Taddia scrive: «Parole nuove per definire ruoli vecchi, ma in un modo diverso» (a me non pare che le ingegnere siano così vecchie, né le segretarie di partito…: cosa si intende con “ruoli vecchi”?); «la lingua però non è un algoritmo che si può modificare con un software»: no, in effetti non serve un algoritmo, le lingue storico-naturali hanno un sistema di regole che funziona benissimo da sé, esistono già tutti i meccanismi che regolano la formazione del femminile senza bisogno di forzature o introduzione di neologismi: le parole esistono già tutte ma sono le/i parlanti che scelgono se usarle o meno.

«Non bastano le leggi, i documenti della pubblica amministrazione riscritti con acrobazie lessicali [sic!], imporre vocaboli non discriminanti algidi e astratti [sic!]». Bene bene, ecco finalmente calata la maschera e rivelato – verso la fine dell’articolo – l’innesco del sabotaggio: considerare le parole corrette in italiano come “vocaboli non discriminanti”, cioè alla stregua di parole a sé stanti, imposte dall’alto non per un fattore di correttezza linguistica ma solo per evitare discriminazione. La lingua è sempre un fattore politico: scegliere di esprimersi in modo chiaro e corretto significa voler agire in modo chiaro e corretto, senza sotterfugi e ambiguità: significa anche voler farsi capire, costruire/riferirsi a un certo tipo di realtà.

Il fatto poi che alcuni vocaboli siano considerati “algidi e astratti” non è altro che una riformulazione del famoso “mi suona male”: zero competenza linguistica, solo gusto personale e soggettivo (non scevro dal veicolare un giudizio tutt’altro che positivo).

E che dire della riscrittura dei documenti della PA, irti, secondo il giornalista, di “acrobazie linguistiche” proprio a causa di un linguaggio corretto? Mica per la scarsa competenza di chi redige i testi…

Ancora: «Il boldrinismo [sic!] insegna: il mantra ossessionante [sic!] della “presidenta” [n.b. Boldrini non si è mai definita presidenta, ma – correttamente – la presidente: dunque altra informazione infondata], ripetuto, ostentato e alzato a bandiera [da chi non si dice], non fa che mettere in secondo piano una finalità urgente e condivisibile [quale?], generando distacco, incomprensione e antipatia». Non ho capito cos’è il “boldrinismo” e cosa genera “distacco, incomprensione e antipatia”: il fatto di insistere a usare un linguaggio rispettoso del genere? Magari ora si spiega meglio…

Proseguo con le ultime righe: «Limitarsi a correggere il dizionario è una scorciatoia pericolosa». Infatti. Peccato che il giornalista dimentichi che il linguaggio non è un fine: il linguaggio è uno strumento! Nel perseguire obiettivi urgenti e importanti comunque si comunica: e dunque che si comunichi correttamente.

In chiusura non poteva mancare una frase a effetto: «Non sono i biglietti da visita e rivoluzionare una società: servono trasformazioni radicali, moderne. Ad ogni livello. In un’Italia fatta di sindache, assessore, presidentesse [sic!] e ministre tutti metterebbero le vocali giuste al posto giusto». Altra falsità: presidenti, ingegnere, avvocate, professoresse ordinarie e rettrici, segretarie di Stato, maestre d’orchestra… ce ne sono da diversi anni, e sono in numero crescente: eppure quante volte sono nominate correttamente al femminile? Non basta che si verifichi un fenomeno perché questo sia indicato con le parole corrette. Questo stesso articolo nel suo incipit dimostra quanto pervasiva sia la prospettiva androcentrica del linguaggio, che spinge a nominare al maschile anche chi maschio non è.

Quante occasioni mancate, in questo articolo, per argomentare a favore di un linguaggio rispettoso verso i generi. L’unica occasione colta è – ahimé – mostrare quant’è abile il maschilismo a trasformarsi: ti si avvicina, si finge amico e ti conduce per mano attraverso una argomentazione che appare sensata, salvo, strada facendo, buttare qua e là elementi fuorvianti (e pure falsi) che servono a ricondurre il discorso a quello di sempre, e di fatto imbavaglia ancora una volta chi, prendendo la parola, non si vergogna di dire quello che è.

Infine, una parola per te, Sofia. Mi spiace, ha ragione Taddia quando dice che tu ti senti «bambina appartenente alla categoria dei bambini»: è proprio così, oggi. Ti auguro che un giorno tu possa sentire di appartenere solo a te stessa, bambina nella categoria delle bambine e dei bambini.

Commenti chiusi.