Come si spiega il fascismo ai giovani di Paolo Di Paolo

La Repubblica  3 dicembre 2017   – Paolo di Paolo

Vivo in un Paese in cui un carabiniere espone nella propria stanza una bandiera neonazista. Il carabiniere in questione ha ventiquattro anni, e si definisce «appassionato di simboli storici». Vivo in un Paese in cui i militanti di un gruppo di ispirazione neonazista – Veneto Fronte Skinhead – fanno irruzione nel corso dell’assemblea di una rete sociale, per leggere un proclama delirante contro i migranti. Il leader è un trentenne. Vivo in un Paese in cui la pagina Facebook “I giovani fascisti italiani” piace a oltre 27mila persone. Giovani, appunto.

In un post recente, sotto le immagini di felpe e ciondoli con il volto di Mussolini, si legge: «Essere fascisti non è reato». Vivo in un Paese in cui il cosiddetto Blocco studentesco evidenzia con orgoglio la militanza fascista degli studenti italiani. Elisa – militante «devota alla vittoria», eletta di recente segretario della consulta provinciale degli studenti a Pescara – si divide fra la passione calcistica e quella per Casa Pound. È nata nel 1998.

Vivo in un Paese in cui il segretario della Lega Nord, deputato e europarlamentare, usa espressioni come «sostituzione etnica». Matteo Salvini ha quarantaquattro anni. Vivo in un Paese in cui un leader del Movimento Cinque Stelle definisce l’antifascismo come un concetto rétro. Alessandro Di Battista ha trentanove anni.

Vivo in un Paese che ha una Costituzione democratica, repubblicana e antifascista da settant’anni. L’altroieri. C’è una domanda più che urgente, a questo punto; e la risposta non è una manifestazione pubblica, né l’opportuno scioglimento dei gruppi neofascisti e neonazisti. La domanda è questa: come si può rifondare un discorso antifascista per i giovani nati a fine Novecento e nei primi anni Duemila? La censura sociale (o meglio, politica e intellettuale) dell’estremismo e una chiamata in piazza, purtroppo, non bastano.

Il discorso antifascista si presenta quasi del tutto opaco a chi oggi ha vent’anni. Chi ne ha trenta o quaranta, in malafede, sa come farne – spesso con parole e gesti violenti – un comodo bersaglio polemico.
Qualche settimana fa, in una scuola di Bologna, ho chiesto ad alcuni ragazzi di spiegarmi la contrapposizione, quasi giocosa, con quelli che loro stessi avevano, un minuto prima, chiamato “fasci”. Ma che cosa vuol dire “fasci”? È una posa, uno stile? Un modo di fare, mi hanno risposto. Inoffensivo? Fino a un certo punto.

Se guardiamo soltanto alla minoranza dei gruppi estremisti, rischiamo di non cogliere – nella maggioranza – i segni di una effettiva, indiscutibile «crisi dell’antifascismo». Così l’aveva definita, già in un pamphlet del 2004, lo storico Sergio Luzzatto; e quel «grave deficit di credibilità» del discorso antifascista non ha fatto che accentuarsi con il progressivo uscire di scena dei testimoni diretti, con l’ingresso di presunti “eredi” sempre meno convincenti e convinti.

Non ho ricette, e nessuna ricetta sarebbe facile. Ma occorre tornare seriamente, e in fretta, a interrogarsi su come il discorso – il racconto, emotivo e politico – dell’antifascismo possa riguadagnare, coniugato al presente, senso ed efficacia. Non bastano giornate della memoria e non bastano piazze, magari anche bellissime, affollate di capelli grigi. Se vogliamo fingere che bastino, facciamo un torto alla verità. Così pure se riduciamo tutto a un problema di esagitati stupidi e ignoranti. Perché il neofascismo “consapevole” alligna in un vastissimo terreno di fascismo inconsapevole e senza nome. Quello di una inquietante vignetta di Altan, in cui un padre del futuro – al figlio che gli domanda che cosa sia accaduto il 25 aprile – risponde, senza pensarci un attimo: «Niente».

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