La lezione di Françoise Héritier, antropologa e femminista

MicroMega  1 dicembre 2017     – Anna Maria Rivera

La notte tra il 14 e il 15 novembre scorso, giorno del suo compleanno (avrebbe compiuto 84 anni), è morta a Parigi Françoise Héritier, grande etnologa, antropologa, femminista. Nonostante l’età avanzata e soprattutto una grave malattia invalidante, diagnosticata un trentennio prima, era rimasta lucida e attiva fino alla fine dei suoi giorni.

Com’è ben noto, Héritier era stata allieva, per meglio dire l’erede, di Claude Lévi-Strauss, al quale era succeduta nella direzione del LAS (Laboratoire d’anthropologie sociale) del prestigioso e un po’ maschilista (lei era l’unica donna) Collège de France, dopo essere stata eletta direttrice di ricerche all’École des hautes études en sciences sociales(EHESS).

A orientarla verso l’antropologia, mentre sognava di divenire egittologa, era stato il fatto d’aver assistito a una lezione di Lévi-Strauss, che agì su di lei come “una rivelazione”, per dirla con le sue parole. Così, nel 1958, alquanto giovane, partì per l’Alto Volta (l’attuale Burkina Faso) per analizzare sul campo gli interdetti matrimoniali fra i Samo; e più tardi raggiunse il Mali per svolgere una ricerca tra i Dogon. 

Pur seguendo le linee fondamentali di ricerca del suo maestro – in particolare, le teorie dell’alleanza, le strutture di parentela, la proibizione dell’incesto -, nel corso del tempo avrebbe maturato un suo proprio, originale indirizzo di ricerca, caratterizzato da una certa autonomia rispetto allo strutturalismo lévistraussiano.

In un’intervista del 2008, rilasciata a Marc Kirsch, lei stessa affermava d’aver acquisito uno sguardo critico, per quanto costruttivo, sull’opera di Lévi-Strauss: a suo avviso, non abbastanza sensibile, il suo maestro, verso ciò che già in un saggio del 1981, L’exercice de la parenté, lei aveva definito “valenza differenziale dei sessi“: cioè la tendenza, quasi universale, ad attribuire valore differente a uomini e donne.

Héritier aveva finito per concentrare la propria attenzione giusto sul tema del dominio maschile, indagando i fondamenti antropologici alla base dell’ineguaglianza tra i generi. A suo avviso, è il potere generativo delle donne che ha indotto gli uomini – fin dal Neolitico, sostiene – a dominarle e ad appropriarsi dei loro corpi. Ma, come ha ribadito più volte, in tutto ciò non vi è nulla che sia imposto dalla natura, se è vero, come scriveva in un articolo del 2012 per la rivista Science et Avenir, che “L’Uomo è la sola specie i cui maschi uccidono le loro femmine“.

In Une pensée en mouvement (Odile Jacob, 2009), aveva scritto che “il punto cieco” dell’antropologia s’identifica proprio nella mancata riflessione sullo statuto del maschile, più precisamente del maschile adulto.

Oltre al lavoro di ricerca e riflessione antropologica, Héritier aveva coltivato anche l’impegno civile, e non solo contro le discriminazioni di genere. Dal 1984 al 1995 era stata presidente del Consiglio nazionale per l’Aids e membro del Comitato consultivo per l’etica. Si era pronunciata in favore del matrimonio omosessuale e del diritto all’adozione per le coppie omosessuali, e aveva sostenuto la procreazione medicalmente assistita. Ma aveva espresso dissenso verso la gestazione per conto di altri (“l’utero in affitto”, com’è detto in Italia), con motivazioni etiche a mio parere del tutto fondate: attinenti, in primo luogo, al rischio di esporre donne di condizione socio-economica inferiore al ricatto e allo sfruttamento da parte di coppie benestanti. Meno felice fu, a mio parere, la sua presa di posizione in favore della proibizione, per legge, nella scuola pubblica, dell’hijâb (il “velo islamico”, un semplice foulard): alquanto tranchant, quindi non troppo consona allo spirito dell’antropologia.

Com’era nel suo stile, Héritier non eludeva affatto il versante autobiografico del suo impegno teorico di stampo femminista. In un passaggio del suo ultimo libro, Au gré des jours (Odile Jacob, 2017), divenuto un bestseller, così scriveva: “Ho sempre avuto la sensazione d’essere un’intrusa, quasi un’usurpatrice. So che (…) tutto discende dall’educazione che ho ricevuto, quella che faceva delle ragazze sottoprodotti rispetto all’umanità compiuta, rappresentata dagli uomini”.

In questo, come nei due libri precedenti, ugualmente scritti in forma quasi-narrativa, Le sel de la vie (Odile Jacob, 2012) e Le goût des mots, (Odile Jacob, 2013), entrambi tradotti in italiano (Il sale della vita, Rizzoli 2012; In poche parole, la felicità, Rizzoli 2014), Héritier s’interrogava sul senso e sul gusto della vita.

Il suo approccio femminista all’antropologia si è espresso in particolare in due opere, Masculin-Féminin I, La Pensée de la différence (Odile Jacob, 1996) e Masculin-Féminin II. Dissoudre la hiérarchie (Odile Jacob, 2002), entrambe tradotte in italiano: Maschile e femminile I. Il pensiero della differenza (Laterza, 2006) e Dissolvere la gerarchia. Maschile e femminile II (Raffaello Cortina, 2004). Oltre queste due conviene citare almeno Hommes, femmes: la construction de la différence (Le Pommier, 2010).

Sebbene l’essenziale del suo pensiero sui fondamenti e i meccanismi, anche simbolici, del dominio maschile sia disponibile in italiano, scarsa eco esso ha avuto negli ambienti femministi nostrani, più in generale tra l’intellighenzia del nostro Paese. Basta dire che in rete non v’è, almeno fino al momento in cui scrivo, un solo omaggio post mortem, in lingua italiana, a una così grande antropologa.

E’ anche questo che mi ha indotta, sia pur tardivamente, a vincere il turbamento per la sua scomparsa onde scrivere di lei. Lei che avevo incontrata più volte, ogni volta lasciandomi impressionare non solo dalla sua lucidità, ma anche da alcuni tratti del suo carattere (messi in luce in quasi tutti gli scritti francesi in sua memoria): la modestia, la pacatezza, la dolcezza, che si esprimevano anche nella gestualità, nel tono di voce, nel modo di parlare.

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