Femministe felici. Le ragazze del ‘68, 50 anni dopo

Corriere della sera  La 27 ora      1 febbraio 2018          Barbara Mapelli

«Perché sono diventata femminista?» per cercare di rispondere a questa domanda e per il desiderio di ritrovarsi insieme, un gruppo di donne si reincontra dopo quarant’anni e decide di raccontarsi alle altre. Magari anche alle più giovani… Si rivedono e da lì, da quel nuovo incontro, nascono alcune cose, oltre alla scoperta di poter, ancora, «parlare come allora in cerchio, quasi subito riprendendo senza quasi accorgercene le posture e l’intensità comunicativa del nostro giovanile collettivo».

«La ragazza che ero, la riconosco. Schegge di autobiografie femministe»A cura di Silvia Neonato, Iacobelli editore, pp.249, 18 euro

Nascono alcune cose tra cui questo libro, con un bel titolo e una copertina stupenda, in cui dominano il rosso del triciclo Ape e il bianco dei capelli della donna che vi si appoggia, con un libro in mano. Vorrei innanzitutto dire che si tratta di un libro piacevolissimo alla lettura, e non è cosa da poco. Non è cosa da poco ma non è tutto, allora, aggiungo, in realtà è un libro bellissimo, ma anche questo non è tutto, infatti il resto arriva puntualmente e abbastanza rapidamente proseguendo a leggere. Le voci femminili ti entrano dentro, o almeno così è successo a me, oppure sono io che sono entrata nei mondi che disegnano e narrano: ci sono entrata agevolmente, come quando si apre la porta su una stanza non del tutto nota ma che si intuisce come conosciuta e di cui si ha voglia di guardare ogni cosa, anche i particolari. Non conosco nessuna delle donne che scrive, se non Silvia, che ha anche curato il volume, ma gli ambienti che mi si aprono davanti mi appaiono come famigliari e mi stimolano a un sentimento che è un misto di curiosità, di desiderio di condivisione e poi di emozioni che mi riportano alla mia storia, di ieri e nel tempo fino a oggi.

Sono racconti di vita in cui il femminismo non sempre è presente come narrazione diretta, ma è indubbiamente la trama, il tessuto forte di esistenze in cui le trasformazioni tra privato e pubblico si accompagnano con naturalezza, senza bisogno di dichiararlo, come scoperta che è stata fatta assieme e ormai si intreccia nella vita di ognuna. Nella consapevolezza delle donne che scrivono vi è molto nitida la coscienza che se non ci fosse stato quel passaggio di vita – un transito che nella interiorità di ognuna si dimostra perenne – loro non sarebbero le donne che sono. Questo lo sanno per certo e anch’io lo so.

«Quegli anni nel collettivo femminista sono stati fatali, hanno messo dentro di me i semi delle scelte e degli accadimenti futuri (…) un seme che comincerà a fiorire più tardi, quando le condizioni saranno favorevoli, proprio come i semini del deserto che aspettano a lungo la pioggia». «Quando, a distanza di tempo, rimetto insieme persone, luoghi e date, mi rendo conto che la mia esperienza femminista è durata appena quattro anni. Quattro anni però che hanno segnato la mia vita sotto molti aspetti, che hanno demarcato un ‘prima’ e un ‘dopo’». Ad alcune di queste donne mi sono affezionata come se le avessi conosciute di persona e citare alcuni stralci dei loro racconti mi fa quasi male, perché mi sembra di fare un’operazione chirurgica, di strappare dei pezzi da una storia che scorre narrando una vita. Lo faccio allora regalandomi una giustificazione – l’unica possibile – cito quelle frasi, quelle riflessioni che trovano, hanno trovato risonanza nella mia vita, che suscitano echi anche nella mia storia, ma non solo, perché in realtà ridanno senso respiro e parola a quello che eravamo, allo spirito del tempo di allora riscritto con lo spirito del tempo di ora. Ora che siamo vecchie.

E inizio da qui il mio cammino tra le parole di queste donne, inizio dalla fine un percorso troppo rapido, incerto, un po’ sghembo come il procedere di un granchio. «Mi dispiace invecchiare, spesso ho un senso di smarrimento, di vulnerabilità mai sperimentata prima e qualche mese fa, mentre guardavo una partita di pallanuoto, ho invidiato la forza tranquilla di quei giovani che parevano avere il mondo in mano. Eppure devo ammettere che non sono mai stata serena come oggi, libera dallo sguardo maschile e dalle troppe inquietudini della giovinezza». Queste parole e un accenno alla depressione che ha allentato la presa e consentito «gli ultimi, rapidi giri verso il nulla», sono anch’esse il dono tardivo del femminismo?

Io credo di sì e inizio a muovere quei pochi passi tra le vite di queste donne, con la difficoltà, insuperabile, della densità, complessità e profondità con cui mi sono incontrata e che, mi sembra, sbiadisce inevitabilmente nelle righe che scrivo. «Per molte di noi – per me di sicuro – il collettivo di autocoscienza e il femminismo, le cose inedite che evocavamo, gli incontri sorprendenti di quegli anni, quel che ci siamo dette e che abbiamo ascoltato dalle altre, quel che abbiamo vissuto imparato sofferto amato, e le singolari modalità subliminali in cui tutto questo veniva elaborato e assorbito, l’eterno presente in cui vivevamo, disegnavano un tempo e uno spazio fuori dell’ordinario, ricreato, fatto di passaggi veloci e imprevisti di ambienti e persone…».

Ma, lo sappiamo, non è stato solo idillio quel che ci accadeva, nel tempo arrivavano le disillusioni, le verifiche di realtà anche di questo ‘tra donne’ che ci hanno segnato e però anche aiutato «le cose contenevano anche una qualità opaca, i nostri passi spesso erano stati più lunghi della gamba, esistevano anche le sorellanze oppressive…non eravamo innocenti». E poi il rapporto con la madre, la genealogia famigliare femminile, che ha occupato molti dei nostri discorsi, distacchi e rancori, non sempre ma spesso sanati nel tempo. «Il mio rapporto con mia madre e mia nonna non è sempre stato pieno di gratitudine. Per un lungo tempo della mia vita mi sono concentrata su ciò che mi pareva mi avessero tolto piuttosto che su ciò che mi avevano effettivamente dato. E’ in questo stato d’animo che ho cominciato a partecipare al movimento femminista nel 1973».

«Eppure il dialogo con lei non si interrompeva, la sua voce imperiosa e allegra mi risuonava dentro, come tuttora mi parla da chissà dove. E resto convinta che la relazione con la madre sia per tutte lo strumento e la misura per confrontare ogni altra relazione con le donne». E ancora, ampiamente irrisolto in molte narrazioni, il rapporto con gli uomini – padri mariti fidanzati amanti – e per una delle donne che scrive la sintesi di queste relazioni arriva solo ora, perentoria, come lei stessa ammette. «Riassumerei così – seccamente – il mio sentire odierno: ho un bel rapporto con alcuni singoli maschi scelti con cura, un pessimo rapporto col maschile».

Le riflessioni, con il distacco che viene dagli anni – tanti – che sono passati, in molte storie si concentrano sulle ideologie cui si doveva aderire e ci raggiungono di nuovo gli echi del bon ton rivoluzionario cui non era lecito sottrarsi e che anche noi femministe ci sentivamo in dovere di rispettare, con la difficoltà talora di distinguere quel che era vero, autentico percorso di liberazione, e quel che dettava il bisogno di adesione a modelli, parole d’ordine. Le sperimentazioni della ‘coppia aperta’, la sessualità libera, difficile da praticare, educate come eravamo da ingiunzioni repressive più o meno velate. Talvolta il timore di un confronto con altre/i, la forza dell’ideologia spinge a scelte non maturate personalmente. «In quei dieci anni Arianna e Federico si addentravano, sempre più spericolati, nella sperimentazione di una vita di coppia aperta anche ad altre relazioni sentimentali, una vera giungla che più procedevi e più si faceva intricata (…) Mai visse solo l’avventura di una sera, rimase invece agganciata a due relazioni esigenti e le coltivò. Concedendosi due amanti in un certo senso pareggiava il conto con Federico e, come per una donna che fa carriera in un ambiente di lavoro dominato da regole maschili, si emancipava come donna, tra virgolette, libera».

«Mi innamorai di G., un giovane situazionista, senza sapere neppure cosa volesse dire. Fu un colpo di fulmine, persi la testa e i sensi, anche se predicava e praticava, con mia grande sofferenza, la coppia aperta e io lo tradii per dovere e per lo spirito del tempo». Naturalmente la lettura riserva molto altro e può avviare percorsi anche molto diversi da quelli cui ho accennato brevemente. Ma alla fine, nelle ultime righe dell’ultima pagina, ho avuto un’illuminazione imprevista, come quando non scopri una cosa nuova, ma qualcuno o qualcuna, come in questo caso, trova le parole per dire ciò che hai in mente e ti trovi a raccontare spesso con troppe parole perché sei un po’ confusa. Qui è invece presente, secondo me, una nostra verità che forse può valere per tutte e una sintesi che la apre alla nostra comprensione immediata poiché, dopo tanti anni di vita, ci sentiamo di condividerla. «Anche le poche convinzioni che mi animano oggi (…) mi pare che derivino da lì, da quegli anni in cui non ho fatto la rivoluzione, ma sicuramente ho rivoluzionato il mio punto di vista sul mondo».

 

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