Italia chiama Lituania. Dialoghi sul femminismo a Roma

ARTRIBUNE  11 febbraio 2018   – Donatella Giordano

Istituto Centrale per la Grafica, Roma ‒ fino al 2 aprile 2018. Ventinove artiste donne cantano la rivoluzione con una mostra il cui titolo riprende quello di una delle prime rassegne al femminile curata da Romana Loda nel 1977.

Laisvydė Šalčiūtė, Don’t Die for Love, dalla serie Strip Search, 2010. Courtesy l’artista © Laisvydė Šalčiūtė Photo © Marco Ravasini
Laisvydė Šalčiūtė, Don’t Die for Love, dalla serie Strip Search, 2010. Courtesy l’artista © Laisvydė Šalčiūtė Photo © Marco Ravasini

Si fa presto a parlare di femminismo quando le tematiche si spostano sul ruolo o sul corpo della donna? Dopotutto, quello che negli Anni Sessanta e Settanta in Italia appariva come una rivolta sociale ancora oggi non ha trovato una ragion d’essere e – come dichiara ad Artribune  Tomaso Binga, presente in mostra con una installazione e una performance – “Tutta la presa di posizione delle donne contro la violenza sessuale fa capire che è una tematica che non è superata per niente”.

ITALIA E LITUANIA A CONFRONTO

Il confronto voluto dalle due curatrici, Benedetta Carpi De Resmini e Laima Kreivytė, appare interessante soprattutto perché compara la stessa tematica coinvolgendo due Paesi che l’hanno vissuta con tempi e reazioni differenti: l’esposizione, inaugurata per la prima volta a Vilnius presso la National Gallery of Art nella primavera del 2017, intende infatti approfondire l’origine dell’arte femminista e del Femminismo in Italia, paragonandola con quella del femminismo lituano, nato in anni molto più recenti.
Ed è infatti di questo che ci parla Karla Gruodis, una delle artiste più autorevoli degli inizi degli Anni Novanta in Lituania, nata in Canada ma trasferitasi all’età di 24 anni a Vilnius: “Era un momento storico davvero interessante, c’era ancora l’Unione Sovietica, era un mondo ancora dietro la Cortina di Ferro. La cosa che mi ha meravigliata di più era la condizione della donna, era tutto così diverso da quello che lasciavo in Canada, avevo 24 anni e arrivavo in un Paese in cui non c’era stata per niente l’idea del femminismo, non avevano subito l’influenza di ciò che noi abbiamo vissuto negli Anni ’60-‘70. Andare in giro in minigonna nell’’89 in Lituania significava essere additata perché era una società ancora molto sessista e maschilista. Pensavo di starci solo un anno per fare un’esperienza. Quando però sono arrivata ho subito capito che sarei rimasta”.

Mirella Bentivoglio, AM (ti amo), 1970. Mart, Rovereto. Archivio Tullia Daenza. © MART – Archivio Fotografico e Mediateca

IL NUOVO FEMMINISMO

Tuttavia “non stiamo solo celebrando la storia delle donne, ma anche il loro futuro”, dichiara la curatrice lituana nel suo testo in catalogo. ““Magma” si riferisce ai processi di fusione di corpo e parola in fotografie, dipinti, collage, performance e videoarte di artiste che hanno tratto ispirazione dal femminismo e dall’emancipazione”, ma che fanno di questa ricerca un processo di trasformazione accompagnato oggi dalla forza di una nuova ondata di femminismo globale che ha mobilitato milioni di persone con le campagne #MeToo e Times’ Up e altri movimenti contro gli abusi, la violenza sessuale, le molestie, l’ineguaglianza sul posto di lavoro e le false parità.

LE ARTISTE LITUANE SI RACCONTANO

Parlando con la curatrice italiana scopriamo che la prima mostra che si inaugurava a Vilnius presentava una selezione di opere ridotta che non comprendeva tutte le artiste italiane presenti in questa esposizione, anche per ragioni di budget. Eglè Ridikaitè ci racconta invece che l’opera che aveva esposto a Vilnius aveva dimensioni molto più grandi e che per andare incontro alle esigenze di trasporto le curatrici hanno selezionato un’opera dello stesso periodo che narra il momento in cui nacque suo figlio tredici anni fa: “È stato per me una fase di cambiamento perché ho dovuto sperimentare un nuovo modo di essere artista”. Un’unica tematica con innumerevoli sfaccettature, che esplora segni e simboli legati alla sessualità, alla cultura, alla politica, alla religione: “Se credi in un miracolo, questo può succedere”, ci dice Egle Kuckaite parlando della sua opera in mostra che si compone di sette ombrelli chiusi che antepongono in alto la figura di un crocifisso, appoggiati al muro come pistole da utilizzare al momento opportuno. “La religione più vicina al mio modo di essere è il Buddhismo, ma la religione cristiana è la mia cultura, appartiene alla tradizione del mio popolo. Ognuno continua ad avere fede in qualcosa però a oggi non potevo parlare di religione utilizzando le tecniche usate da Raffaello in passato”.

Marija Teresė Rožanskaitė, Untitled, 2007. Courtesy l’artista
Marija Teresė Rožanskaitė, Untitled, 2007. Courtesy l’artista

L’ISTITUTO E LA RICERCA ARTISTICA FEMMINILE

Tante sono le provocazioni in mostra, dichiara la curatrice durante la nostra intervista, “ma la provocazione più grande è stata l’essere riuscite a organizzare questa mostra presso questi spazi. Qui si organizzano prevalentemente mostre istituzionali. La direttrice Antonella Fusco, però, che già aveva partecipato alla prima collettiva in Lituania e che nel 2012 aveva inaugurato una rassegna dal titolo “Grafica femminile singolare”, ha aperto le porte a questa esposizione dando voce a ogni opera. È da qui infatti che nasce questa mostra, dalla necessità di far emergere la voce di ogni singola donna”. Non mancano però riferimenti in catalogo all’importante attività svolta dalla precedente curatrice del settore contemporaneo dell’Istituto, Federica Di Castro, che già dagli Anni Settanta aveva rivolto un’attenzione particolare al ruolo svolto dalle donne in ogni campo di ricerca. Ancora oggi, dunque, l’Istituto si fa portavoce di un’arte al femminile sperimentando, tra le altre cose, anche un programma rivolto alle borsiste dell’Accademia di Belle Arti di Vilnius.

‒ Donatella Giordano

 

 

Commenti chiusi.