Contro il boldrinismo arriva l’angelo del focolare

Manuela Manera – Linguista

È di ieri un articolo uscito sul quotidiano «La Stampa» dal titolo Le donne della Lega tutte patria e sicurezza: “Basta boldrinismo”.

La giornalista Flavia Perina ci racconta “l’immaginario femminile leghista” perché meglio saperle certe cose, visto che, ci avverte Perina, “nel prossimo Parlamento avrà una sua incidenza: 41 donne elette nei collegi uninominali e almeno 27 (i conteggi non sono ancora completi) nel proporzionale, contro le appena cinque della legislatura precedente”.

Come faranno politica queste donne? Quali battaglie porteranno avanti? Entro quale cornice discorsiva? Riassume così la giornalista: “Le donne per la Lega non sono un genere o un sesso titolare di particolari questioni e di specifici diritti ma heimat, patria, focolare, radice della comunità”. Ci sono due snodi importanti in questa descrizione.

Primo: le donne non sono un genere o un sesso titolare di particolari questioni e di specifici diritti.Questo indica la totale negazione delle differenze di genere e, dal momento che tutti quanti hanno le medesime esigenze, necessità, esperienze, indica anche la negazione di un agire politico e giuridico che tenga in considerazione le specificità.

Secondo: le donne sono heimat, patria, focolare, radice della comunità. Le donne, cioè, non devono agire ma essere, ed essere non in uno spazio pubblico, ma nello spazio privato; non sono persone attive ma – con un linguaggio e una visione che non si discosta dalle politiche fasciste – heimat, patria, focolare, garanti della comunità che si regge sulla loro stessa presenza.

Entrambi questi punti, presentati come capisaldi di una certa visione politica, sono però contraddetti dall’esperienza stessa delle candidate.

Si legge infatti in chiusura d’articolo: “«Ma davvero senza quote tu avresti avuto un capolistato, un collegio, un’opportunità?» – la risposta collettiva è un onesto «no» e qualcuna ride dicendo: «Ma figuriamoci, in lista ci sarebbero solo uomini, come dappertutto, peraltro»”. Dunque, se senza il meccanismo delle “quote rosa” non sarebbero state elette, queste stesse donne che negano di essere “un genere o un sesso titolare di particolari questioni e di specifici diritti” risultano – loro malgrado – essere, eccome, titolari di una particolare questione e di specifici diritti.

Inoltre, entrando nell’agone politico (nello spazio pubblico), di fatto si allontanano da quel focolare (sfera privata) verso cui vorrebbero riportare le altre donne. Loro, lungi dall’essere heimat, hanno sviluppato esperienze politiche nel territorio (“abbiamo alle spalle anni di gavetta”) e hanno agito con determinazione e in modo molto combattivo (“rispetto alle donne degli altri partiti hanno superato una selezione particolarmente dura, di cui sono consapevoli e anche orgogliose”).

Se da un lato emerge – giustamente – la fierezza per aver superato le difficoltà ed essere riuscite a raggiungere obiettivi difficili (“La Lega non è mai stata un partito amico delle donne.Nessuna quota, scarsissima attenzione”), perché, una volta conquistata una posizione di visibilità e autorità, invece di disinnescare i meccanismi discriminatori che tanto hanno ostacolato la realizzazione di sé, vestono invece, e vantandosene, gli abiti e le modalità del sistema oppressore che loro stesse hanno dovuto fronteggiare?

Sono donne che – forse senza rendersene conto – vivono e agiscono in modo profondamente contraddittorio. Da un lato, negano la differenza tra uomini e donne in ambito politico (salvo però usufruire di una politica che, proprio perché tiene conto di quella differenza, ha permesso loro di essere elette); dall’altro, riconoscono una diversità tra i sessi in ambito privato: “noi sappiamo che i ruoli sono distinti, che ci sono cose che le donne fanno meglio e cose più adatte agli uomini”.

“Non esisterà una Lega rosa”, dicono, “Né si lavorerà alle questioni femminili in quanto tali”, perché se “la donna è heimat, patria, focolare, i suoi problemi sono quelli di tutti […]. Le neo-deputate leghiste sembrano ansiose di allinearsi ai colleghi maschi nel raccontare l’Italia che vorrebbero”. L’ultima frase è rivelatrice: sono le neo-deputate che vogliono allinearsi ai colleghi, non il contrario. E, d’altra parte, le “donne della Lega” cosa potrebbero mai chiedere di diverso se (in contraddizione a quanto narrato rispetto alla propria esperienza personale) “tutte negano che l’Italia sia un Paese particolarmente sessista. Tutte spiegano che il talento femminile quando esiste non ha bisogno di aiutini. Tutte giurano che nella Lega non hanno mai avuto problemi di discriminazione”?

 

Come sottolinea Perina, “il racconto leghista si è qualificato come alternativa assoluta al cosiddetto boldrinismo e lì intende attestarsi”. Il “boldrinismo”: un neologismo costruito sul cognome dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, vittima di campagne d’odio (https://www.huffingtonpost.it/2015/03/05/boldrini-insulti_n_6807064.html ) per la sua lotta verso le discriminazioni. Il termine sta genericamente a indicare, in modo sprezzante, tutte quelle politiche e pratiche che si occupano di pari opportunità e accoglienza. Per rendersi conto della diffusione e dell’uso di questo neologismo, basta fare un salto su twitter , dove si leggeranno messaggi intrisi d’odio  lanciati contro tutto ciò che viene percepito come una minaccia nei confronti di una sedicente “identità italiana”. Annoverati tra gli effetti del “boldrinismo”, sono persino i refusi e, all’opposto, il rispetto della grammatica italiana laddove si applicano i femminili per cariche, professioni, ruoli.

E sul linguaggio, tema molto più politico di quanto non appaia, l’intervistata Claudia Maria Terzi afferma: “La battaglia per la declinazione al femminile degli incarichi non ci interessa. […] Mi sono beccata anche i cartelloni di protesta perché mi facevo chiamare assessore. Adesso sarò deputato, punto”. Non stupisce, certo. Le scelte linguistiche, d’altra parte, restituiscono la visione politica che si ha, dicono a quale tipo di società si sta pensando, quali tipi di rapporti soggiacciono a tale società, quale sia il ruolo del femminile – e non solo nella grammatica.

 

Se la neoeletta vorrà essere chiamata “deputato, punto”, sarà una sua scelta personale, in contrasto persino con le posizioni dell’Accademia della Crusca. Colpisce invece che la giornalista non usi, fuor di virgolettato, un linguaggio corretto e declini al maschile quasi tutte le cariche e professioni (fanno eccezione neodeputate e candidate).

Usare le parole correttamente significa descrivere in modo veritiero la realtà che ci circonda, vuol dire comunicare in modo chiaro e trasparente per evitare fraintendimenti; significa farsi garante di onestà e lealtà, rifuggendo i sotterfugi di espressioni opache e, per questo, ingannatrici. Perché con le parole si può ingannare, confondere, mascherare, ferire. Perché ci sono parole (come nel caso di boldrinismo) che fungono da contenitore in cui riversare odio e distruzione. E allora poi i discorsi iniziano a tessere narrazioni fosche, che sussurrano di angeli del focolare, invasioni, sicurezza, protezione. Nelle giravolte della neolingua  fatta di boldrinismo, buonismo, perbenismo, avviene uno scollamento tra parola e vissuto, non ci si rende più conto di quel che significano le parole, si perde la comprensione di quel che accade.

Perché, al di là dell’ “immaginario femminile” su cui si può o meno essere d’accordo, resta un terribile dubbio di fondo: chi dice di combattere il “«finto perbenismo che era tipico della Boldrini, quella falsa vicinanza alle categorie deboli»” è consapevole che ciò contro cui si sta schierando altro non sono che quelle stesse politiche e pratiche antidiscriminatorie che hanno garantito a chi parla di essere eletta in Parlamento?

L’autrice dell’articolo fa parte del Comitato SeNonOraQuando? Torino

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