“Amore, ma se mi uccidi poi chi picchi?” Quando si sbagliano le parole

Laura Onofri

Il cartellone che pubblicizza un convegno  sulla violenza contro le donne è comparso a Potenza, ma usa un linguaggio assolutamente scorretto e fuorviante

Molto clamore hanno suscitato sul web  e fra le associazioni che si occupano di violenza contro le donne,  i manifesti comparsi a Potenza  per pubblicizzare un convegno,  che  sensibilizzi  sulla violenza sulle donne.

Fa molto discutere, giustamente, il linguaggio scelto per comunicare l’evento: “Amore, ma se mi uccidi poi chi picchi?” Questa frase veicola un messaggio sbagliato specialmente se decontestualizzato e senza un filtro di lettura (cosa che non può avvenire su un cartellone pubblicitario che scorre davanti alle persone che gli passano di fronte).

In questo senso il video, con lo stesso titolo, (realizzato da un Centro antiviolenza Campano e con il patrocinio del Comune di Napoli e della regione Campania)  pur continuando a mantenere le criticità di cui abbiamo detto,  risulta più tollerabile   perchè esprime un paradosso facilmente decodificabile.

E’ ormai chiaro a tutte le operatrici e agli operatori del settore che è importantissimo il linguaggio che  viene usato per trasmettere alle donne quella consapevolezza per uscire dalla violenza e per indurle a denunciare o in ogni caso ad uscire dal silenzio.

Perchè continuare a rappresentare una donna che è maltrattata  fragile, succube e vittima contenta,  non aiuta certo a contrastare la violenza contro le donne. E’ importante, invece utilizzare un linguaggio rispettoso della dignità femminile e che trasmetta valori positivi ed anche di forza.

Bene ha  fatto la consigliera regionale alle Pari Opportunità Ivana Ipponzi  a chiederne la rimozione immediata.

La responsabilità di chi fa comunicazione su questo tema è delicata  perchè il  contrasto alla  violenza di genere passa anche dal linguaggio. Quando si sbagliano le parole, come in questo caso, non si aiutano le donne.

 

 

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