Eccezionale mobilitazione contro la sentenza di stupro di Pamplona. E in Italia?

Laura Onofri

In Spagna, a Pamplona e in tante altre città, una moltitudine di  persone è scesa in  strada per protestare contro una sentenza ingiusta, che  ha condannato un branco di  uomini per “abuso”, e non per “violenza”, per lo stupro di una diciottenne comminando  loro solo 9 anni di reclusione.

La ragazza era stata aggredita nel 2016 da cinque uomini. Per il tribunale di Navarra non si configura il reato di stupro ma bensì quello di abuso sessuale continuato, reato molto meno grave.

Le immagini  dei grandi cortei di donne e uomini  che si sono radunati nelle piazze per gridare tutto il loro sdegno per questa sentenza,  hanno fatto il giro del mondo riuscendo a strappare al  governo l’impegno per una riforma del Codice penale  sulla violenza sessuale.

Anche le suore  Carmelitane di  un convento basco sono intervenute contro la sentenza rivendicando il diritto di  non essere “giudicate, violentate, minacciate, assassinate o umiliate”.  Il messaggio, postato su Facebook, terminava con la formula “sorella, io ti credo”, che in questi giorni è stato lo slogan della protesta e che invitiamo a postare anche noi sui nostri profili.

In Italia molte sono state le sentenze ingiuste, le denunce di molestie sessuali passate sotto silenzio, e  che avrebbero dovuto invece sollecitare una grande  mobilitazione di donne e uomini,che invece non c’è stata.

Spesso sembriamo anestetizzate e spogliate anche di quell’indignazione che dovrebbe essere la molla per manifestare contro ingiustizie, soprusi e violenze contro le donne che ogni giorno accadono nel nostro Paese. Manca però una tensione,  quella spinta forte che permise negli anni 70 e 80 di vincere tante battaglie sui diritti delle donne.

Anche rispetto al recente movimento del #meToo, innescato dalla denuncia di Asia Argento, e che ha  provocato un terremoto  in tanti Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, in Italia abbiamo assistito,tranne qualche eccezione,  ad un sostanziale silenzio  o peggio spesso ad un forte discredito di quelle donne, con frasi e argomentazioni (“potevano denunciare prima…potevano sottrarsi…cercano solo visibilità…”) che sono un insulto e un’ulteriore violenza alle  donne che da vittime diventano imputate.

Dobbiamo interrogarci e capire il  perchè di questo silenzio e reagire insieme, come hanno fatto le donne e gli uomini spagnoli.

Solo questa forza dell’essere tante, dell’essere unite potrà farci vincere la sfida più difficile: quella per una reale parità in cui le donne non debbano più subire violenze, molestie, ricatti sessuali fra le pareti domestiche, nei luoghi di lavoro o per strada:  dobbiamo crederci e attrezzarci per continuare le nostre battaglie!

 

 

 

 

 

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