OPEROSA CONCHIGLIA. Mezzo secolo di lavoro nella vita di Michela Pachner

“LA STORIA A RAGGI XX. Una storia di donna. Dal nostro archivio e dal mondo” è la rubrica curata mensilmente dall’Archivio delle Donne in Piemonte e pubblicata sulla pagina facebook dell’associazione.

Il numero di giugno è dedicato all’artista Michela Pachner.
L’Archivio delle Donne in Piemonte ‒ ArDP ‒ conserva il fondo archivistico dell’artista Michela Pachner (1926-2015).

Quello che segue è uno scritto di Ferdinanda Vigliani, femminista storica, composto nel 2000 allo scopo di accompagnare una mostra personale di Michela Pachner, allestita tra il porticato e il giardino del Castello di Moncalieri.

OPEROSA CONCHIGLIA. Mezzo secolo di lavoro nella vita di Michela Pachner 
Che il suo lavoro fosse di quelli che affascinano, coinvolgono e fanno crescere,
mi parve di capirlo fin dal nostro primo incontro. 
Sferruzzava una lana mélange dal colore indeciso: lilla, rosa pallido, viola sbiadito,
azzurro cangiante (i colori per lei sono sempre qualcosa che si prepara a diventare
qualcos’altro). Venne anche criticata nel gruppo di autocoscienza che frequentavo 
anch’io per avere portato con sé la lana e i ferri. E non per fare una sciarpa alla
sua nipotina (fu detto), ma per preparare i materiali di un’opera d’arte. 
Arte, quella stessa arte, quella stessa cultura che erano il terreno ostile della nostra
oppressione di donne. 


Secondo quella visione severa, all’autocoscienza doveva essere riservato l’impegno totale,
senza fughe creative, senza misurarsi col mondo patriarcale dell’arte che esclude le 
donne. 
Invece lei proprio a quello lavorava, quando invece avrebbe dovuto guardare non l’arte, 
ma noi, e sé stessa con noi.In realtà io credo che lei, circondata dalle sue lane dai 
colori in divenire, proprio questo stesse facendo: guardava noi e sé stessa con noi. 
Le forme che stava sferruzzando erano parti di conchiglie e queste erano parte di una 
serie che sarebbe stata una celebrazione della femminilità. 
Materiali morbidi, elastici, forme curve, ricettive, protettive: conchiglie.
Quella serie, nell’opera di Michela Pachner, rimane per me un momento particolarmente 
significativo. 
Gesto di arte relazionale, che al momento venne poco capito, ma che certamente aprì 
una via espressiva su cui il lavoro di scavo continua ancora oggi, a quasi trent’anni 
di distanza, senza che il filone si sia esaurito. 
E la conchiglia è diventata un’impronta inconfondibile, un segno definitivo e uno stile 
di vita.
La conchiglia è sì concava, protettiva, ricettiva, accogliente, ma è anche 
straordinariamente resistente e il rapporto di questa pittrice con l’arte è certamente 
una forma di resistenza. 
La sua guerra non violenta contro la banalità, il mercato, l’ipocrisia, l’indifferenza, 
il perbenismo, la mancanza di curiosità. 
Arte come relazione, con tutta la sua problematica e qualche volta dolente instabilità, 
e arte come resistenza.[…] 
Una conchiglia smette di crescere solo quando è morta, ma questa è una conchiglia 
vivissima, che giorno dopo giorno, minuto dopo minuto lavora alla sua costruzione 
che è una continua, incessante, instancabile rielaborazione. 
Un assorbimento rispettoso e affettuoso di elementi altri.[…]
La conchiglia-laboratorio di Michela Pachner mi ha fatto capire la differenza che passa 
tra l’arte intesa come fabbricazione e l’arte intesa come processo vitale.

Fonte
Foto e rielaborazione grafica: Sara Staffieri

 

 

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