Ti cambia il corpo ti resetta la mente Perché fare un figlio

La Repubblica    12 luglio 2018  Simona Sparaco

Le fotografie sono di Elinor Carucci

Dalla gravidanza alla nascita, dai primi anni fino all’adolescenza La fotografa israeliana Elinor Carucci ha documentato per immagini la sua esperienza di madre. Mentre in Occidente le culle si svuotano, un inno senza enfasi a ciò che può riempire la vita stravolgendola completamente. E un avviso ai genitori: fateli andare, fateli fare, limitatevi a fare il tifo per loro

Per una madre è impossibile osservare le fotografie di Elinor Carucci senza venire inghiottita da una voragine di emozioni che ti avvicinano a lei fino a sentirla amica, quasi sorella. Davanti alle sue immagini, in mostra a Cortona da domani fino al 30 settembre, si ha l’impressione di essere messi a parte di una confidenza irripetibile.
Sono finestre che ci permettono di sbirciare su un’intimità che non è la nostra, ma che in un certo senso ci appartiene.
Penso all’abbraccio con mio figlio dopo il dolore del travaglio, quando ciò che fino a poco prima era solo una fantasia assume la consistenza di un corpo minuscolo, una testolina che puoi raccogliere in una mano, una faccia estranea eppure in qualche modo prevedibile, e imprescindibile, come se ci fosse sempre stata. Una cosa che mi è rimasta impressa di quel momento è stato l’odore del suo respiro, uno dei primi che compiva nel mondo, e non riesco a figurare niente di altrettanto fresco e pulito, tanto che ricordo di essermi domandata: «Ma da dove viene?»

Un’altra finestra incornicia i capezzoli di Elinor mentre allatta e una goccia bianca fuoriesce dall’aureola che si è fatta più scura e turgida per permettere a una bocca minuscola di farsi più forte e grande.
Una linea di pigmento taglia in due la sua pancia e quella stessa linea è richiamata, in una fotografia diversa, dalla cucitura di un collant contenitivo nel corpo di sua madre che è diventata nonna.
Quante cose ho capito in più di mia madre quando lo sono diventata a mia volta? Ricordo quando le ondate di dolore durante il parto mi sembravano insormontabili e avevo l’impressione che lei fosse con me in quella deriva.
Elinor è una fotografa israeliana che vive a New York. In un momento storico in cui in Occidente le culle sono sempre più vuote, lei mette in primo piano la forza di un’esperienza unica, di un legame insostituibile. Il modo in cui un figlio entra nella tua intimità di madre, soprattutto nei primi anni, può essere totalizzante.
Elinor si ritrova a stringere sua figlia mentre è nuda e seduta su un water. Persino l’intimità che serve per quel tipo di bisogni può essere continuamente violata dalle necessità della creatura che hai messo al mondo.
I confini si annientano in un continuo scambio che svuota e riempie, una osmosi stravolgente. Mi ha ricordato con quanto sollievo riuscivo a godermi i pochi minuti di libertà conquistati durante le docce dei primi mesi.
Diventare madri non significa solamente essere un corpo che cambia, ma anche una mente che si riformatta, come un computer in fase di aggiornamento. In alcune espressioni, il volto di Elinor ce lo ricorda.
E io ripenso al mio sonno, che una volta era di marmo, neanche le campane di mezzogiorno riuscivano a disturbarlo, mentre oggi basta un “mamma” bisbigliato nel cuore della notte da un’altra stanza a farmi scattare dalle lenzuola come Gatto Silvestro quando prende la scossa, per correre da lui a scacciare i rimasugli di un brutto sogno.

I figli di Elinor sono diventati adolescenti, hanno attraversato abbracci e litigi sotto gli occhi di una madre che forse ha cercato, a modo suo e come tante, di indagare, capire e rispettare. A volte ho l’impressione che i genitori di oggi siano troppo protettivi, dimenticando che la sofferenza è un anticorpo fondamentale. Del resto li osserviamo dagli spalti, questi nostri figli che crescono con tratti e occhi simili ai nostri ma che non ci appartengono, perché il loro sguardo cambia come cambia il mondo, e io immagino Elinor come quelle madri che in un silenzio fremente si limitano a fare il tifo.

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