Donne nel calcio: una vittoria attesa da 40 anni (e una partita ancora tutta da giocare)

di Luisa Rizzitelli

Femministerie 10 giugno 2019

È stata davvero una grande emozione veder vincere le ragazze della Nazionale femminile di calcio (e, ricordate, non la “Nazionale di calcio femminile”, perché il calcio è uno solo) nella gara di esordio ai Mondiali in Francia. In ballo però non c’erano solo il risultato e il prosieguo della competizione, c’era molto, molto di più.

Quella del calcio praticato dalle donne in Italia è una storia infarcita di aneddoti inverosimili di discriminazione e mancanza di rispetto ed è una storia lunga 40 anni.

Giusto per darvi un’idea, quando giocavo a pallavolo a Trani, circa 30 fa, correvo allo stadio per vedere giocare Carolina Morace, Betty Bavagnoli, Antonella Carta, Rose Reilly, pioniere di una disciplina che nessun maschio in Italia voleva cedere alle donne. Ricordo ancora quando mi raccontavano che più di una atleta di serie A era stata cacciata di casa, per aver avuto l’ardire di appassionarsi a uno sport ritenuto “da maschi”.

Nonostante Trani fosse quasi un’isola felice, con tanti appassionati veri, la storia del calcio delle donne e per le donne è andata terribilmente a rilento. Cosa che aggiunge valore a quello che hanno fatto ieri le atlete di Milena Bertolini, vincendo con la fortissima Australia. Un dato su tutti: in Italia la Federazione Italiana Giuoco Calcio conta un milione di tesserati maschi e 22 mila calciatrici. Negli altri paesi in Europa, in particolare del nord, il numero delle tesserate è dieci volte tanto.

L’idea di affibbiare stereotipi ed etichette alle calciatrici è stata per anni un’arma vincente per il più bieco maschilismo. “Maschi” e “lesbiche” erano le definizioni più comuni per una calciatrice: lo stigma di aver scelto la disciplina da maschi per eccellenza, doveva essere portato in campo e fuori, come a scoraggiare altre atlete.

Ma da vent’anni a questa parte, anche con la nascita di Assist Associazione Nazionale Atlete, le cose hanno iniziato a prendere la via giusta. Non a caso testimonial dell’Associazione abbiamo avuto sin da subito due donne coraggiose e straordinarie del calcio italiano: Carolina Morace e Patrizia Panico, oggi rispettivamente allenatrice del Milan Femminile e prima coach donna della storia della Federazione a vedersi affidato un team azzurro, quello degli under 17.

Vent’anni non sono pochi e li abbiamo visti passare denunciando continuamente l’ingiusta sottovalutazione e spesso la mancanza di rispetto per le calciatrici italiane.

Ancora per darvi un’idea, tanti anni fa alle calciatrici azzurre veniva dato abbigliamento maschile che, a fine competizione, erano obbligate a restituire. Ricordo che una di loro, non a caso Patrizia Panico, si rifiutò di riconsegnare pantaloncini e maglietta ed ebbero la faccia tosta di decurtarle l’importo della minima diaria che si era guadagnata nel ritiro con la Nazionale.

Non bisogna andare troppo lontano nemmeno per ricordare uno degli episodi più infelici del nostro sport: l’allora presidente della Lega Dilettanti, Felice Belloli, che in una riunione ufficiale dichiara “Basta dare soldi a queste quattro lesbiche”. Succedeva nel marzo 2015 e proprio grazie ad Assist l’indignazione diventò planetaria e il consiglio di Lega sfiduciò il dirigente, poi condannato a (soli) 4 mesi di inibizione da cariche federali.

Tutta roba vecchia? Magari. La cultura di cui siamo impregnati sembra accogliere con maggiore facilità una 18enne su un escavatore che non una calciatrice in uno stadio.

Nemmeno due anni fa in una Finale di Coppa Italia, le calciatrici furono ospitate in un campo nel quale non solo l’erba non era stata adeguatamente tagliata, ma in cui le righe del campo non si vedevano più. E ancora: se guardate le foto delle ultime premiazioni per la vittoria dello Scudetto, noterete che si è passati dal tavolino bianco in plastica (tipo tavolo da chioschetto dei gelati), senza palco e senza altro che la passione delle atlete, ad una scenografia che finalmente parla di una sola parola: RISPETTO.

Oggi le ragazze di Milena Bertolini, allenatrice misurata e coraggiosa, autrice peraltro di un libro che non a caso si chiama “Giocare con le tette”, sanno che stanno finalmente assistendo a una svolta storica.

Una svolta accompagnata da un cambio di passo della Federazione Gioco Calcio che con alcuni dirigenti illuminati (e in questo mi piace citare Michele Uva) hanno prima fatto rientrare il movimento femminile sotto l’egida federale (mentre prima era governato dalla Lega Dilettanti) e poi imposto ai grandi club maschili di avere una formazione femminile. Una “forzatura” decisamente benefica e dalla forza propulsiva, come peraltro in Europa si era già scelto di fare 20 anni fa…

Ma a questo si è arrivati con lotte e ostinazione. Non è un regalo di altri uomini se oggi le calciatrici italiane iniziano a ricevere ciò che meritano. L’anno scorso con Assist abbiamo lanciato una campagna #AzzurreSuRaiUno che è stata supportata da oltre due milioni di persone. Sempre con Assist da sempre protestiamo perché alle atlete italiane, tutte, è di fatto precluso l’accesso a una legge dello Stato, la n. 91 del 1981 sul professionismo sportivo. Le “dilettanti per legge” con una petizione delle All Reds Rugby Roma hanno raccolto il sostegno di oltre 60 mila firme. Eppure siamo ancora fermi.

Idem valga per la battaglia contro sessismo, omofobia e stereotipi, che è ancora lunga. A dimostrarlo ci sono i commenti di valanghe di trogloditi sui social.

Però oggi è proprio un bel giorno: dati di ascolto stellari per la gara con l’Australia e soprattutto, finalmente, una narrazione di queste atlete che parla di talento, determinazione, dedizione. È questa la prima vera grande vittoria per la Nazionale femminile di calcio. Ed è una vittoria cui sappiamo di aver dato il nostro contributo. Non ci fermeremo fino al raggiungimento di una piena e doverosa parità di genere perché, come scrive su “Internazionale” Lila De Soysa, dirigente sportiva di livello mondiale “Tutto questo ha un’importanza che va oltre lo sport. Le disuguaglianze sistematiche nello sport hanno un grave impatto sulle vite delle persone e riflettono altre disuguaglianze sociali, economiche e politiche.” Ed è per questo che noi non smetteremo di combattere.

Presidente di Assist Associazione Nazionale Atlete

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