La rivoluzione americana

La Repubblica – 8 luglio 2019 Emanuela Audisio

Il Mondiale femminile

Megan First. E poi anche l’America. Ma quella delle ladies , di Rapinoe, del suo ciuffo rosa-viola, che ha ereditato da Billie Jean King la guerra dei sessi, non quella di Donald. Trump non manda nessun rappresentante, a fianco di Macron, giusto uno striminzito ambasciatore, per punire questa nazionale di calcio così femminista, antigovernativa e ribelle. Non venite alla Casa Bianca? E io vi boicotto.

Ma è il pubblico americano dello stadio a solidarizzare con questo gruppo di donne vincenti (2-0), che usa il calcio per fare gol alla discriminazione, e a intonare un coro non sportivo, ma da suffragette: sale l’urlo «Equal pay». Per la prima volta in una finale mondiale non si celebra l’eroe dello sport, ma dell’impegno. Certo, giocare bene è importante, e infatti Megan Rapinoe in carriera di gol ne ha segnati 50 e viene anche premiata come miglior giocatrice del torneo, della partita, e miglior realizzatrice, ma anche pensare bene è utile nella vita.

E Megan, che è gay, non ci sta a far finta che la schiavitù non sia mai esistita e che le donne siano trattate bene, anche in un Paese che si chiama America. Per questo non canta l’inno e non si mette la mano sul cuore, ancora pieno di spine. «Noi vecchie siamo state d’esempio per le giovani e questo è stato il segreto del successo. Basta parlare di salari, è ora di agire, ciascuna giocatrice in questo Mondiale ha dato il suo meglio e deve essere ricompensata ».

Cinquantun anni dopo i pugni neri di Tommie Smith e di John Carlos che sfondarono il cielo olimpico di Città del Messico e l’ipocrisia dello sport che celebrava i neri sul podio, per poi continuare a farli entrare dalla porta di servizio (cosa che successe a Jesse Owens alla Casa Bianca), ecco la rivoluzione rosa di Megan e delle sue compagne che esigono migliori stipendi rispetto ai loro colleghi maschi, che sono più asini, ma guadagnano di più. La Pantera Rosa a 34 anni è implacabile quando batte il rigore, sesto gol in 5 partite, così la rasoiata di sinistro da fuori di Rose Lavelle, che a 24 anni è il futuro di una nazionale che trionfa per la quarta volta (la seconda consecutiva). Twittano tutti: dalle star di Hollywood a quelle dello sport (Tom Brady, Serena Williams, B.J. King), ai democratici, da Hillary Clinton a Michelle Obama, e anche Barack e il sindaco de Blasio. E alla fine arrivano anche i complimenti di Trump.

Le giocatrice americane festeggiano tra bandiere a stelle e strisce, si sdraiano tra i coriandoli, mentre la capitana Megan Rapinoe allarga le braccia nella sua posa da trionfatrice e incita lo stadio a ballare e a omaggiare questa squadra che si è messa di traverso a Trump richiedendo rispetto, parità salariale, sociale, sessuale. Il diritto a essere donne e ad avere lo stesso trattamento degli uomini. Non è stato facile portare questo peso in campo e lo dicevano le facce tirate di tutte. Abby Dahlkemper, difensore: «La gente non si rende conto della pressione che abbiamo avuto e di cosa significhi vivere per 50 giorni con un’unica meta in testa. Siamo state in difficoltà, ma non abbiamo mai pensato di non poter vincere. Voi non sapete della merda che ci hanno tirato addosso, soprattutto a Megan, lei più di tutte noi merita questo successo, per noi è un esempio, è veramente incredibile, io sono fiera di aver giocato con lei».

 Unbelievable è la parola più usata. Si, incredibile, lo stadio esaurito (57.900), gli americani che sono venuti in Francia (+13% rispetto all’anno scorso) per questa nazionale autoctona (nessuna gioca all’estero), che dopo la sberla presa alle Olimpiadi di Rio nel 2016 ha cambiato stile di gioco (meno palle lunghe). Era il primo confronto assoluto tra Usa e Olanda, le arancioni hanno retto fino al rigore del secondo tempo, grazie ai salvataggi della loro portiera Van Veenendaal, poi stremate, hanno ceduto al contropiede. Gli Usa diventano la squadra più prolifica di sempre in un Mondiale: 26 reti in 5 partite (il record era di 25), sono imbattute da 17 gare. La loro supremazia: è la prima volta che una nazionale gioca la terza finale consecutiva e la coach Jill Ellis è la prima a vincere come Pozzo due titoli mondiali di fila.

Altro fatto vincente: l’esperienza. Se per l’Olanda era la prima finale della storia, per 4 giocatrici americane era la terza. La Casa Bianca? Tutte in coro, con birre e champagne nello spogliatoio: «C’è di meglio, ma si vedrà». Good girls.

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