Fedeli: incentivare l’occupazione femminile è un bene per le donne e per gli uomini

Corriere della sera La 27 ora 13 maggio 2020

Ieri in Senato è iniziata la discussione sulla mozione presentata da 16 senatrici della maggioranza per un piano straordinario per l’occupazione femminile. Pubblichiamo il testo depositato dalla senatrice Valeria Fedeli

Gentile Presidente
gentili senatrici e senatori,
«Andrà tutto bene, ma niente sarà come prima«: questa sembra essere oggi la configurazione prevalente del senso comune rispetto alle prospettive di convivenza e superamento della pandemia, di rilancio dell’economia, del contrasto al non morire di fame, di ripartenza e ricostruzione. Tra ottimismo della volontà e della ragione, però, si annidano rischi che è bene rendere evidenti per poter evitare che condizionino gli scenari possibili e neghino le nostre attuali speranze su come funzioneranno le nostre società, le nostre economie, le nostre città in futuro. In una parola: la nostra vita personale, di relazione, di lavoro, la nostra società.

Occorre iniziare a immaginare e decidere quali saranno i nuovi paradigmi, i nuovi assetti della società, del mondo del lavoro, della vita familiare, quali le nuove abitudini e quali i percorsi per assicurarci che i cambiamenti vadano nella direzione che desideriamo. Questa fase di cambiamento che stiamo vivendo non è automaticamente in meglio, tutto dipende e dipenderà da come la politica e le classi dirigenti leggono i cambiamenti in atto e di come vogliono costruire il nostro futuro. Arrivo subito al punto, allora, citando le parole di Giuseppe Roma: «Dovremmo immaginare un futuro sostenuto da un’economia maggiormente profilata (impostata) sui bisogni di un nuovo sociale in cui conterà la salute, il sapere, lo smart working, la cultura, ambiti dove offrono un contributo decisivo le donne. Accrescere la partecipazione femminile al lavoro è cruciale, intervenendo sui servizi e non solo sui bonus, sulla flessibilità d’orario e sul lavoro a distanza. Senza donne continueremo nella pluridecennale traiettoria di stagnazione».

Quindi si pone la necessità di un’alleanza del Paese per promuovere e sostenere il lavoro delle donne per la crescita di tutti. Queste parole sono state pronunciate da Giuseppe Roma presentando recentemente uno studio della RUR (Rete urbana delle rappresentanze, di cui Roma è Presidente) su quanto le energie femminili siano indispensabili per ripartire, e perché sono parole di un uomo. Ancora una volta voglio infatti ribadire che il contributo maggiore delle donne al futuro, al lavoro, all’impresa, al sociale, non è una questione femminile, non è (solo) nell’interesse delle donne, ma di tutta la comunità.

Sappiamo bene che l’aumento del tasso di occupazione femminile avrebbe ricadute positive sul Pil, così come sappiamo che il ritardo accumulato dall’Italia deriva anche dal suo basso tasso di natalità, inevitabile quando la nascita di un figlio può significare l’uscita dal mercato del lavoro o l’interruzione di una carriera professionale. Come emerge chiaramente dai dati – per ultimi – dello studio RUR che ho citato, mettere le donne al centro delle prospettive di cambiamento e crescita è il più grande acceleratore per la ripresa che abbiamo a disposizione.
L’Italia ha una quota bassa di donne occupate (il 42,5%), al di sotto della media europea (46%) e dei paesi più virtuosi (Francia al 48,2%, Germania al 46,7%). Per arrivare al livello medio europeo servirebbero 1milione 671mila nuovi posti di lavoro esclusivamente per le donne. Che si tratterebbe di un cambiamento epocale è evidente già solo da questo numero. Anche perché è altrettanto evidente che per raggiungere un simile obiettivo occorre lavorare su uno spettro ampio di azioni, andando a riequilibrare uno scenario in cui le donne pagano il costo di un’organizzazione sociale e del lavoro troppo e troppo a lungo legata a logiche maschili.

Si tratta di promuovere una maggiore condivisione dei compiti familiari e della conciliazione tra questi carichi e le opportunità di lavoro. Non è una questione infatti solo numerica. In Danimarca le donne tra 18 e 64 anni che si occupano dei figli sono il 33,3%, quindi più che da noi, dove il dato è fermo poco sotto il 30%. Il dato però di chi rinuncia al lavoro per i figli è in Danimarca solo dello 0,9%, mentre da noi è ben l’11,1%. Occorre allora ragionare insieme su un riequilibrio sociale ed economico che sappia puntare sulla parità di genere, sulla parità di opportunità di lavoro e di vita, sul rispetto delle differenze e sulla condivisione come principio che regola la vita affettiva e relazionale, con un investimento politico e sociale vasto, fatto di incentivi e bonus, ma ancor più di servizi, di possibilità reali di cambiamento della quotidianità, per renderla più facile e più densa di opportunità per tutte e tutti.

E ancora di cambiamento culturale, che deve accompagnarsi a quello sociale ed economico, e che parte dalla scuola e dalla formazione e segue quella filiera della conoscenza che credo sia il fattore su cui puntare in Italia e in Europa per tornare a veder crescere la nostra competitività (ricordo a questo proposito che in Italia il 60 per cento di chi consegue la laurea è donna).
Se guardiamo alla distribuzione delle lavoratrici in Italia nei diversi settori, il 38% è impiegato tra sanità, istruzione e servizi sociali e alla persona, raggiungendo una quota di circa il 70% degli occupati totali di questi settori (il 72,4% per sanità e istruzione, il 69,1% per i servizi alla persona, secondo i dati RUR).

Si tratta di ambiti decisivi per il benessere della società, fondamentali nella gestione della crisi in Italia come in tutto il mondo (l’Onu ha stimato che quasi il 70% delle persone impegnate nella sanità e nell’assistenza contro il Coronavirus sono state donne), da trattare ora come ambiti di investimento prioritario per il futuro, con la capacità di avere uno sguardo complessivo sulla ripartenza che tenga conto della necessità di procedere con una prospettiva integrata tra economia, società, famiglia, scuola, salute.

In questo senso occorre osservare anche che nella ripresa delle attività economiche ci saranno alcuni settori che rischiano di essere penalizzati più in profondità e più a lungo (dal turismo al terziario), e sono settori a forte presenza femminile, settori in cui le donne rischiano di essere le prime a perdere il lavoro. E questo sarebbe un danno per tutto il Paese. Occorre allora sì, qui serve davvero una forte visione politica per cambiare paradigma nelle scelte economiche, grande attenzione e forte senso di priorità.

I primi segnali sulla strada di una gestione della ripartenza equilibrata da un punto di vista di genere – anche in questo non solo in Italia – non sono stati positivi, visto che nelle diverse task force attivate la presenza delle donne è stata sotto-rappresentata – come riconosciuto anche dal Presidente Conte, che ringrazio per essersi attivato dopo la sollecitazione fatta da tante senatrici. E invece quella presenza è decisiva per mettere in campo da subito azioni e prospettive positive per i prossimi mesi che cambino e superino la logica del ripristinare ciò che esisteva. Non possiamo negare – lo anticipavo all’inizio – che ci sia il rischio che gli effetti del cambiamento che ci ha investiti con tanta veemenza siano più negativi che positivi, che siano asimmetrici, che non andrà tutto bene. Dobbiamo anzi essere consapevoli che le cose non andranno bene da sole, che serviranno azioni precise e decise per dare al cambiamento la direzione che riteniamo più giusta e positiva, che includa l’occupazione delle donne, che anzi la moltiplichi a beneficio del nostro sviluppo sostenibile.

C’è il rischio, altrimenti, che a subire l’impatto più negativo siano ancora una volta proprio le donne, con lo “stare a casa” – e poi lo smart working – trasformato indirettamente in un consolidamento di quegli stereotipi maschilisti che per troppo tempo hanno cristallizzato funzioni e compiti, per gli uomini e per le donne, nella società, nel lavoro e nella famiglia.

Non possiamo permetterci di tornare indietro, ma anzi dobbiamo saper trasformare questo passaggio storico così complicato in un’opportunità per accelerare, per cambiare la vita di tutti i giorni. Qui serve un diverso patto tra donne e uomini per promuovere l’occupazione delle donne.

Il virus costringendoci a modificare ogni aspetto della nostra quotidianità, all’improvviso, ci ha dimostrato che il cambiamento, anche quello più difficile da immaginare, è possibile. Dobbiamo allora disegnare il futuro, oggi, tutte e tutti insieme. Per non limitarci a subire. Ad esempio per non lasciare che le donne – le madri in particola modo – siano l’unico “servizio” disponibile per ammortizzare le conseguenze dell’emergenza. Non si ridurranno certo d’improvviso – anzi rischiano di divenire strutturali – le maggiori necessità di accudimento degli affetti familiari, dall’accompagnamento per la didattica a distanza alla cura degli anziani che il virus ha ricondotto ad una condizione di vulnerabilità che le abitudini di società invecchiate e in cui i nonni sono la principale risorsa di welfare spesso ci avevano portato a rimuovere. Dobbiamo allora sapere e ricordare che si tratta di compiti della società e delle famiglie tutte, non di compiti femminili.

È per contribuire a questa prospettiva, a pensare e costruire la ripartenza e i nuovi equilibri che vogliamo per il futuro, che abbiamo lavorato insieme per presentare questa complessa mozione, radicale e innovativa nelle sue proposte di azioni concrete per l’oggi, per un piano straordinario per l’occupazione femminile. Si tratta di una questione di valori, di uguaglianza come definita dalla Costituzione, che all’art. 3 ci impone di attivare ogni possibile risorsa per rimuovere ogni ostacolo a ogni tipo di discriminazione e disuguaglianza, a partire proprio da quella di genere. Valori alla base anche dell’Europa, centrali nelle prospettive che si sono dati il nuovo Parlamento e la nuova Commissione, che ha annunciato una nuova strategia dell’UE in materia di uguaglianza di genere.

Ma è anche una questione di crescita di tutto il sistema produttivo e sociale, soprattutto se intesa nella cornice dello sviluppo sostenibile come definito dall’Agenda 2030 dell’Onu. Una straordinaria piattaforma di cambiamento sociale che ha nella parità di genere uno degli obiettivi fondamentali e trasversali, funzionali cioè alla realizzazione anche di tutti gli altri.
Ecco allora che un piano straordinario per il lavoro delle donne serve a tutta l’Italia, come passo nella lotta alle disuguaglianze, come fattore indispensabile per attivare una crescita sostenibile, come opportunità da cogliere in questa fase di passaggio che la storia ci ha dato il compito di provare a governare.

Quello che proponiamo va nella direzione di un cambiamento totale del paradigma su cui è basato il nostro sistema produttivo, di consumo e di relazione, per realizzare un nuovo modello, frutto di una cultura dell’innovazione, della sostenibilità, dell’etica e dell’equità, capace di mettere al centro la persona e il benessere generale, di cui proprio le donne possono e devono essere protagoniste e principali interpreti. Chiediamo quindi al Governo di predisporre un Piano straordinario per sostenere e incentivare l’occupazione femminile, in modo da rendere compatibili i tempi della vita privata e del lavoro, possibile dedicarsi a figlie e figli e alla famiglia senza correre il rischio di perdere il lavoro e senza subire discriminazioni. Questo significa rafforzare incentivi, servizi e sostegno, come il bonus baby-sitting, con la possibilità che possa essere utilizzato anche per l’iscrizione ai servizi integrativi per l’infanzia e ai servizi socio educativi territoriali, o ancora prevedendo di poter prolungare i congedi.

Significa poi introdurre misure ancora più stringenti contro le dimissioni in bianco, anche istituendo un apposito numero telefonico a tal fine dedicato. E significa ridurre progressivamente fino ad eliminare il gender pay gap. Significa, ancora, prevedere misure per la riduzione del “digital divide” e intervenire sullo smart working in modo che siano le lavoratrici a scegliere l’organizzazione dei tempi del loro lavoro, garantendo alle stesse il diritto alla disconnessione e prevedendo anche per loro il bonus baby sitting – che oggi ingiustamente non è concesso a chi lavora da casa. Infine proponiamo di istituire da subito l’Osservatorio istituzionale presso la Presidenza del Consiglio per la valutazione dell’impatto di genere come prassi ordinaria nella fase ex ante progettuale di qualsiasi iniziativa legislativa, politica, strategica, programmatica, indispensabile per cambiare metodo di decisione e superare disuguaglianze e valorizzare le diversità.

Vogliamo che l’Italia sia in prima fila in una ripartenza equilibrata e paritaria, per continuare a perseguire a livello nazionale ed europeo ogni politica e misura finalizzata a promuovere la parità tra donne e uomini, incentivando la partecipazione delle donne alla vita pubblica con politiche di empowement e di mainstreaming, liberando le loro energie, valorizzandone la differenza, riconoscendo loro il diritto di essere madri e lavoratrici; con la consapevolezza, inoltre, che maggiore autonomia e indipendenza rappresentano anche lo strumento più efficace e duraturo per rendere le donne meno esposte alla violenza.
Grazie.

Articolo di Valeria Fedeli su La 27 ora

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