All’asterisco, all’asterisco! Si salvi chi può!

Manuela Manera Linguista – SeNonOraQuando? Torino

Sabato mattina, 25 luglio 2020. Sul quotidiano «La Stampa» esce un trafiletto di Mattia Feltri intitolato “Allarmi siam fascistə”. Incuriosita, inizio a leggerlo, ma mi interrompo quasi subito. Alla frase “l’asterisco indica un plurale né maschile né femminile, poiché in italiano il plurale neutro finisce in -i, e coincide col maschile”, è evidente che chi scrive non conosce né il funzionamento del sistema linguistico italiano né le varie strategie che si tentano (a livello sperimentale) per superare il binarismo grammaticale m/f.

Nelle prime righe, Feltri prepara il terreno per la propria argomentazione: lo fa presentando a mo’ di assiomi inconfutabili affermazioni che sono, piuttosto, opinioni personali evidentemente non derivate da solide letture o dal confronto con chi di questioni linguistiche si occupa in modo professionale da anni. I riferimenti all’asterisco e allo schwa indicano che il “Buongiorno” scaturisce dal gran polverone che in questi giorni ha attraversato i vari social, con migliaia di condivisioni e commenti (la maggior parte dei quali di natura sarcastica, irrisoria, aggressiva e offensiva) in seguito alla pubblicazione su Facebook di questo mio post del 17 luglio:

Il fine, abbastanza evidente, del mio post era testimoniare come, anche all’interno di un libro, fosse possibile ricorrere con successo a varie strategie linguistiche per superare l’uso tradizionale del maschile “neutro-universale”, il cui valore non neutro e non universale è stato messo in luce oramai da più di trent’anni di studi (a partire dal testo fondamentale di Alma Sabatini del 1987). Ne è scaturita una grande polemica, caratterizzata da una violenza verbale inverosimile.

Ma torniamo al “Buongiorno” del 25 luglio. Di fronte alle prime frasi di Feltri, ho pensato fosse mio dovere – visto che sono linguista e mi occupo da diverso tempo di comunicazione e stereotipi – intervenire per spiegare il funzionamento della lingua italiana (intesa come langue, cioè sistema grammaticale) e mettere in luce alcune fallacie presenti nelle premesse del trafiletto. E così ho iniziato a scrivere alcune osservazioni in risposta a Feltri:

a) è scorretto dire che “l’asterisco indica un plurale né maschile né femminile”, sottintendendo che ha valore zero; perché ha la funzione opposta, cioè non specifica alcun genere perché li include tutti. Un po’ come quando si usa “persona”: è evidente che non ci si riferisce a un essere asessuato ma la parola sta per “individuo di qualsiasi genere”;

b) sostenere che “in italiano il plurale neutro finisce in -i, e coincide con il maschile” è rovesciare i termini: si sa che in italiano il neutro non esiste, ma ci sono due generi grammaticali (m e f); il genere maschile, per ragioni storico-culturali, è stato (ed è ancora) usato con valore “universale”, cioè inclusivo rispetto al femminile. Il valore universale-inclusivo, però, non appartiene al piano linguistico ma a quello sociale e il riuscire a interpretare un maschile plurale come inclusivo è strettamente collegato alla competenza linguistica ed extralinguistica di chi recepisce il discorso: per esempio, se dico “il collegio accoglie gli studenti universitari” si può capire dal solo testo se il collegio accoglie maschi o anche femmine? Quel plurale maschile è inclusivo o no?

Proseguendo con la lettura del trafiletto, però, mi sono resa conto che l’intenzione di Feltri non è aprire un confronto ma semplicemente denigrare, senza conoscere ciò di cui parla: maneggia l’asterisco con senso di ribrezzo senza sapere a che serve e come funziona, tanto da decretarne con una certa soddisfazione il non funzionamento; però, se provo a usare il frullatore per asciugarmi i capelli e poi ho i capelli ancora bagnati, non mi pare corretto dire che il frullatore non funziona.

Insomma, all’inizio ero convinta di poter scrivere alcune “pillole” su come funziona il sistema linguistico italiano così da fornire elementi per riflettere criticamente sulle scelte comunicative (sue e di chi lo legge). Poi mi sono ravveduta, ho capito che la specialista di cui ha bisogno Feltri non è una linguista. Il suo “Buongiorno” non ha nulla a che vedere con la grammatica (di cui comunque un veloce ripasso mi sento di consigliarglielo): alla base di tutto il suo scritto c’è non un’incertezza linguistica, ma un vero e proprio terrore verso il cambiamento. E lui, che da sempre abita in quel maschile “universale-neutro”, sente le pareti tremare. E, non avendo contezza della propria posizione, non consapevole dell’origo da cui prende parola, veste i panni dell’arroganza e del sarcasmo e tenta di aggrapparsi a quel maschile “universale-neutro” che non è altro che una real fortezza: peccato che, oramai, sia irrefrenabile l’avanzamento di nuove cittadinanze e diritti, anche linguistici.

Articolo di Manuele Manera Linguista – SeNonOraQuando? Torino

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