Ebru Timtik si è lasciata morire per difendere diritti e libertà

Il Dubbio 29 agosto 2020 FRANCESCO CAIA E ROBERTO GIOVENE DI GIRASOLE

ERA IN PRIGIONE DOPO UN PROCESSO FARSA IN CUI LO STATO DI DIRITTO È STATO UMILIATO

Se la morte di un detenuto in carcere, sia pure condannato in via definitiva, al termine di un processo equo per il peggiore dei delitti, segna comunque un fallimento dello Stato e la negazione del principio della funzione rieducativa della pena, quando a finire i propri giorni dietro le sbarre è un cittadino condannato ingiustamente, al termine di un processo celebrato in spregio ai più elementari diritti della difesa e ai principi fondamentali del giusto processo, siamo di fronte ad una delle peggiori violazioni dei diritti umani, alla negazione totale dello stato di diritto. È quanto è accaduto in Turchia il 27 agosto scorso, con la morte dell’ avvocata Ebru Timtik. In stato di detenzione dal 2018, è morta dopo 238 giorni di sciopero della fame.

La collega Ebru Timtik, nel marzo 2019, era stata condannata insieme ad altri 18 avvocati dell’associazione Chd ( avvocati progressisti), tutti condannati a pene variabili da un minimo di 3 anni fino a 19 anni di reclusione, per presunti reati di terrorismo. Ebru Timtik era stata condannata a 13 anni e sei mesi di reclusione. Aveva iniziato lo sciopero della fame nel gennaio 2020, per richiedere l’ indipendenza della giurisdizione, il rispetto dei diritti fondamentali e delle regole del giusto processo insieme, dal successivo mese di febbraio, al collega coimputato Aytac Unsal ( condannato a 10 anni e 6 mesi di reclusione). Il 5 aprile 2020, giornata dell’avvocato in Turchia, avevano entrambi deciso di proseguire lo sciopero della fame fino alla morte.

Il loro processo è stato caratterizzato da gravissime violazioni delle più elementari regole processuali e del diritto di difesa, come accertato anche da una missione internazionale di 15 avvocati, provenienti da sette paesi europei, cui ha partecipato il Cnf, che si è recata anche presso il carcere di Sliviri ( Istanbul) nell’ottobre del 2019 dove era detenuta Ebru Timtik. Si è fatto ricorso ai cosiddetti ‘ testimoni segreti’, la cui identità è sconosciuta, impedendo un reale contraddittorio. Ai difensori non è stato consentito di svolgere correttamente il loro mandato difensivo. Ebru Timtik, ormai allo stremo e ridotta a pesare 38 kg, è stata sottoposta ad alimentazione forzata a partire dalla fine dello scorso mese di luglio. Una inutile tortura che non ne ha impedito la morte.

In questi mesi, in attesa della sentenza definitiva della Corte Suprema turca, sono state poste in essere a livello internazionale diverse iniziative di sostegno e solidarietà ai colleghi turchi, dalle principali associazioni dell’avvocatura internazionale, tra le quali il Ccbe e l’Osservatorio internazionale avvocati in pericolo Oiad, dai Consigli nazionali forensi e da quelli locali. Una vera e propria gara di solidarietà alla quale il Cnf non ha fatto mancare il suo apporto. Purtroppo tutte le richieste di scarcerazione dei difensori sono state rigettate dalla Suprema Corte turca. A nulla sono valse le petizioni e gli appelli, spedite alla Corte anche da singoli avvocati italiani, tra i quali la collega Barbara Spinelli, che nel gennaio 2017 fu respinta alla frontiera turca dopo un lungo fermo di polizia, per poi essere destinataria di un divieto permanente di ingresso in Turchia, proprio per la sua attività di osservatrice internazionale, e di altri Stati.

Il tutto in un quadro reso ancor più drammatico dalla riforma, approvata nello scorso mese di luglio dal Parlamento turco, che prevede la possibilità di creare più ordini forensi nelle province dove si trovano quelli più grandi, con almeno 5mila iscritti, come Istanbul, Ankara ed Izmir, minando ulteriormente l’autonomia degli ordini degli avvocati. Complessivamente i tre ordini più grandi, che avevano il 55 per cento dei rappresentanti all’ordine nazionale, adesso ne avranno solo il 7 per cento. Infatti la nuova legge prevede che gli ordini più piccoli, indipendentemente dal numero degli iscritti, abbiano un minimo di quattro delegati, mentre è previsto un delegato in più ogni 5mila avvocati. Ad esempio l’ordine degli avvocati di Izmir, che aveva 12mila iscritti e 35 rappresentanti, adesso ne avrà solo sette. Lo scopo della riforma è quello di dividere la rappresentanza degli avvocati, soprattutto nelle grandi città dove c’è maggiore dibattito e circolazione di informazioni, al fine di controllarla più facilmente.

Il Cnf ha espresso la propria vicinanza e solidarietà ai colleghi turchi. La tragica fine della valorosa collega, alla quale tutti riconoscevano una grande cultura, non solo in ambito giuridico, non ci farà deflettere dalla azione di denuncia all’opinione pubblica per le gravi violazioni dei diritti umani in Turchia, anche contro giornalisti e magistrati, e di sostegno ai colleghi che si battono per il libero esercizio della professione di avvocato. Continueremo a chiedere alle Autorità turche il rispetto dei diritti fondamentali e della difesa, sanciti dai principi dell’Onu relativi al ruolo degli avvocati adottati a L’Avana nel 1990, di cui ricorre il trentennale, in sinergia con il Ccbe ( Consiglio degli ordini forensi europei) e con l’Oiad ( Osservatorio internazionale avvocati in pericolo), continuando a chiedere l’immediata scarcerazione del collega Aytac Unsal, che versa in gravi condizioni di salute.

Solo così non renderemo vano il sacrificio di Ebru che, per la libertà di noi tutti, ha pagato il prezzo più alto.

Articolo Il Dubbio

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