Quando a Pechino si unirono le donne di tutto ilmondo. La nostra battaglia per aumentare i redditi delle donne – Luisa Grion

4  settembre 2020 – A 25 anni dalla Conferenza delle donne di Pechino La Repubblica pubblica una serie di articoli per ricordare quella data e e quanta strada ancora c’è da percorrere

Lo squilibrio del Sud, il divario di genere, la mancata attenzione ai giovani con conseguente fuga di cervelli: sono i tre problemi che tengono a freno l’economia del Paese, «non affrontarli vuol dire limitare la crescita» dice Fabrizia Lapecorella, direttrice generale delle Finanze e docente ordinaria di Scienza delle Finanze, che ha attraversato tutte e tre le categorie e ne ha brillantemente superati gli stereotipi.

Già, perché Lapecorella — laureata a Bari e arrivata ai vertici del ministero dopo un dottorato di ricerca nel Regno Unito e periodo di ricerca trascorso in Francia — è da 12 anni nella stanza dei bottoni dell’economia italiana. E da Tremonti che la nominò all’attuale titolare Gualtieri non c’è ministro che, davanti alla stesura della Finanziaria o alla progettazione di una riforma fiscale, abbia potuto fare a meno della sua regia.

I quattro Dipartimenti del Mef sono articolati in 45 strutture e le donne responsabili di struttura sono solo 14.

Cosa è cambiato in Italia negli ultimi 25 anni in termini di gender gap?«Sono stati fatti molti passi avanti, ma in termini di reddito e lavoro permangono innegabili differenziali di genere e se vogliamo davvero rilanciare questo Paese dobbiamo superarli.

Alcuni progressi sono stati sollecitati proprio dalla Conferenza di Pechino di 25 anni fa».Quali?«ll Bilancio di Genere per esempio, ovvero la valutazione delle politiche di governo in base agli effetti che producono sul recupero delle disparità. A Pechino venne riconosciuta la validità dello strumento e, dopo vari passaggi al Parlamento europeo, il Parlamento italiano nel 2016 ha affidato al Mef la sua sperimentazione. Da allora, con il Rendiconto generale dello Stato, grazie soprattutto al lavoro delle colleghe Aline Pennisi e Maria Teresa Monteduro, presentiamo ogni anno una riclassificazione delle spese e un’analisi di impatto delle politiche tributarie seguendo quel criterio».

E cosa avete scoperto?«Che il lavoro da fare è ancora tanto. Anche nel 2019 il reddito medio delle donne è stato decisamente inferiore rispetto a quello degli uomini: rappresenta in media il 60 per cento, con un divario che colpisce tutte le fasce di reddito e soprattutto i collaboratori e gli autonomi.

Però le analisi del Bilancio di Genere hanno anche dimostrato che la politica fiscale degli ultimi anni ha avvantaggiato le famiglie dove le donne lavorano: grazie ai bonus, alle detrazioni e deduzioni, se gli occupati sono due il cuneo fiscale del nucleo — quindi la differenza fra gli stipendi lordi e quelli netti — si riduce. Era il 45,8 per cento nel 2019 contro il 47,4 del 2014. E per il 2020 ci aspettiamo il 45,4 per cento. Ciò significa che le politiche fiscali hanno progressivamente contribuito a ridurre i disincentivi all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro».

Si può far di più non crede? Magari approfittando anche dei fondi che metterà a disposizione il Recovery Fund? «Certo che si può fare di più, nel rapporto Colao per esempio sono indicate quattro linee guida per valorizzare le risorse femminili: dal contrasto agli stereotipi di genere, ai sostegni per l’avvio delle donne all’occupazione, dalla conciliazione dei tempi di vita e lavoro agli aiuti per le donne vittime di violenza».

Ma le donne italiane hanno qualche responsabilità riguardo al gender gap? Cosa dovrebbero fare per favorire la parità e far fare un balzo al Paese? «Trovo che le donne facciano già molto. Infatti il mondo è pieno di giovani e brillanti scienziate e ricercatrici. Molte italiane purtroppo hanno scelto di lavorare in altri paesi in cui vengono valorizzate a pieno le loro capacità.

Ecco, nel Bilancio di Genere abbiamo analizzato anche gli effetti delle normative sul cosiddetto rientro dei cervelli: un regime fiscale agevolato previsto per chi tornava dall’estero in Italia. In base agli ultimi dati — anno d’imposta 2018 — lo hanno utilizzato 8.590 soggetti, nel 31 per cento dei casi donne.

Il reddito medio dichiarato dalle donne rientrate — anche se inferiore a quello degli uomini, 80 mila euro contro 131 mila — è comunque molto più elevato rispetto al reddito medio dei contribuenti italiani.

Il che vuol dire che studiare, acquisire competenze conviene sempre». Parliamo di eccellenze, pur se pagate meno rispetto ai colleghi.

Ma ciò che manca al Paese è una classe media femminile che abbia pari redditi e possibilità rispetto agli uomini. Secondo lei perché? «Perché persiste un problema culturale di fondo, una mentalità ostile che va cambiata. Il superamento richiede tempi lunghi, per questo vanno incentivate con insistenza e costanza politiche che superino il divario di genere».

Anche lei ha dovuto fare i conti con questa mentalità? «Sì, anche se devo dire che il lavoro, i risultati alla fine pagano sempre. Ma le disparità ci sono state, fin dai primi anni di carriera. Quando studiavo all’estero e non ero economicamente indipendente, per finanziare la continuazione dei miei studi chiesi un consiglio al mio referente all’università in Italia, che mi suggerì di trovarmi un marito. In Gran Bretagna, il mio professore di allora mi aiutò procurandomi un tutoraggio retribuito, un lavoro che mi permise di mantenermi e andare avanti. È stato l’inizio, il migliore possibile, della mia carriera accademica».

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