Le parole dell’Arcobaleno

Giulia. giornaliste – 14 settembre 2020 Redazione

La morte di Maria Paola Gaglione, fidanzata con un ragazzo trans, ha gettato i giornali in confusione: come si scrive in modo corretto di questo amore? Una “guida” della accademica Barbara Mapelli.

Maria Paola Gaglione è stata uccisa dal fratello, secondo le prime notizie di stampa, speronata in motorino per punirla di un amore che la famiglia osteggiava, con un ragazzo trans: Romeo e Giulietta dei nostri giorni. 
Ma soprattutto i giornali non sapevano come raccontare questa uccisione, si sono impappinati nello scrivere, il ragazzo trans, Ciro, ora era “gay”, ora una “compagna”, ora “la fidanzata”… È così difficile raccontare la realtà? Eppure le parole giuste sono l’unico strumento per decifrare il mondo, e sono… il nostro mestiere.

Proprio in questi giorni, appena dato alle stampa, è stato presentato a Mantova Parole o-stili di vita. Media e persone LGBTQIA+, curato dalla nostra “Giulia” Gegia Celotti e con i contributi di 21 autori, a cominciare dalle “Giulie” Silvia Brena, Ilaria Li Vigni, Paola Rizzi e Maria Luisa Villa, e voluto dalla Cpo dell’Ordine dei giornalisti lombardo. Un ottimo vademecum per orientarsi nella storia del Movimento LGBTQIA+, delle leggi vigenti e della rappresentazione sui media con studi e ricerche.

Pubblichiamo qui – per sua gentile concessione – un ampio stralcio dell’intervento della pedagogista delle differenze di genere Barbara Mapelli, per capire i “segreti” delle parole, che si modificano nell’uso e nel tempo, e per non inciampare in stereotipi che rischiano di diventare offensivi.
In coda un vero e proprio dizionarietto, per non parlare e scrivere a vanvera…



PRENDERSI CURA DELLE PAROLE
Una lingua è fatta da chi la parla.
(di Barbara Mapelli)

“[… ]George Steiner, parlando del linguaggio in “Vere presenze”, fa un’osservazione molto suggestiva, e giusta a mio parere, scrive infatti che la relazione tra parole e mondo si basa su un rapporto di fiducia: quello che dico, la parola che uso per nominare cose o persone credo che corrisponda e rappresenti la realtà con cui vengo in contatto. Con la mia parola in qualche modo mi rendo responsabile di questa relazione, me ne faccio garante e la avvaloro come certa e vera. Stabilisco una sorta di patto tra parola e oggetto della parola, esprimo fiducia nella sua dicibilità.


Ma tutto questo non vale solo per le parole nuove, ma vale soprattutto per quelle che già esistono, che possono mutare di significato, proporre realtà nuove se vi si lavora attorno e dentro, le si modifica e riempie di sensi innovati.


È un lavoro che noi donne abbiamo intrapreso da tempo e che continua perché di grande complessità e impegno, il linguaggio che ci siamo trovate, infatti, era fatto per dire solo di altri, o ci nominava, sì, ma con le parole e i giudizi elaborati in nostra assenza e per garantire la nostra assenza e il nostro silenzio pubblico.


Le parole e il linguaggio non sono quindi innocenti, ma complici ora del tentativo di difendere lo status quo, ora di rendere dicibile ciò che finora non lo è stato.


E il lavoro, come già accennavo, non è solo quello di far entrare nell’uso comune parole nuove, ma quello di ridefinire il significato di parole già in uso, di riempirlo di ciò che vogliamo veramente dire, di adeguarlo ai tempi e alle culture che cambiano: un processo che può spaventare, ma in realtà appare naturale, evolutivo perché accompagna, o talvolta può precedere, avviare, ciò che muta nel mondo e noi dentro questo mondo.

I/le linguiste chiamano queste operazioni risemantizzazioni funzionali e coinvolgono molte più parole o modi di dire di quanto non crediamo, talvolta non ci rendiamo conto di usare una parola vecchia con un altro senso rispetto a quello con cui il termine era nato, ci esprimiamo così all’interno del mutamento di cui forse non sempre abbiamo consapevolezza piena, ma di cui facciamo parte, attiva o passiva.


Ho già accennato al lavoro fatto sulle parole dalle donne del Movimento femminista, sappiamo che ora – forse adottando gli stessi principi e pratiche – occorre fare un lavoro che sappia esprimere e documentare le esperienze legate alle soggettività, finalmente emergenti, delle cosiddette minoranze sessuali. Usiamo per darne una definizione largamente imperfetta e insoddisfacente – ma finora non si è trovato di meglio – un acronimo omnicomprensivo LGBTQIA+.


Questa raccolta di lettere maiuscole comprende realtà e vissuti molto diversi: orientamenti affettivi e sessuali, definizioni identitarie fuori dalla binarietà del femminile e del maschile, o meglio ricerca di non definizioni, mantenendo l’agio e l’opportunità di una soggettività fluida nelle proprie espressioni identitarie e relazionali.


Un altro mondo in questo mondo, e abbiamo bisogno di parole per dirlo questo altro mondo, risignificando anche linguaggi che già esistono, cercando di capire – ed è il dono principale che ci viene da questo sforzo di comprensione e nominazione – come la ricerca di parole per narrare esperienze e vissuti differenti da quel che noi siamo o pensiamo di essere, in realtà divenga anche occasione di ripensare alle nostre di esperienze, al nostro divenire nel tempo, a porci in attitudine critica anche rispetto alle nostre biografie, pur se apparteniamo alla moltitudine di chi è definito o si autodefinisce nella normalità (?).

Cosa poi questo significhi è discorso molto lungo e complesso ma possiamo comunque intuire la gratuità o meglio la manipolazione sottesa a questa definizione.


Si può in ogni caso proseguire con una riflessione ulteriore rispetto al linguaggio usato nei confronti delle cosiddette minoranze sessuali. Nel momento in cui coloro che sono sempre stati messi al margine della realtà rispettabile, coloro che suscitano scandalo, oggetti legittimati di ogni ingiuria, in questo nostro tempo possono prendere finalmente e direttamente – ma ancora con molti limiti –  la parola, queste persone, testimoni diretti di modi del vivere differenti dalla maggioranza, trasformano i termini più o meno ingiuriosi con cui sono sempre stati definiti – abbietti, mostruosi, devianti, anormali, malati – in un momento identificativo di sé, in una parola o una narrazione enunciata per dirsi, che assume significati differenti e positivi perché è il soggetto stesso che si nomina e trasforma il senso della parola.


Ne è un esempio il termine queer, difficilmente traducibile in italiano, un termine polisemico, ma che ha alle origini sempre significati spregiativi, molto vicini all’aggettivo italiano abbietto.


Queer, l’irrapresentabile, che muta con la sua fluidità, volontà di non definirsi in un’identità sessuale fissa bensì mobile, indicibile, diviene esempio evidente, come in altri casi, della trasformazione dei significati, del lavoro sulle parole che si piegano e si riempiono di altro senso. Queer è divenuto un termine accettabile, nobilitato e scambiato anche nei luoghi di formazione delle culture: negli atenei – ma non ancora in Italia – si sono sviluppate le queer theory, con la nascita delle relative cattedre, con corsi prestigiosi, moltissime pubblicazioni.


L’uscita dalla vergogna, scrive Didier Eribon, l’appropriazione di parole sempre usate con intenzioni ingiuriose diviene o può essere percepita come una dichiarazione di fierezza, un’esibizione narcisistica, con l’uso sottolineato di termini che hanno sempre significato l’allontanamento dalla società per bene, ma è anche energia, forza trasformatrice. Questa risignificazione, sempre Eribon, “è l’atto di libertà per eccellenza e comunque il solo possibile, perché apre le porte all’imprevedibile e all’inedito”. L’ingiuria diviene palcoscenico di realtà e riconoscimento di sé nel momento in cui il soggetto se ne appropria e afferma chi lui o lei è,  nella misura in cui la parola, il gesto, la frase ingiuriosa, mutata di senso, fa essere, pronuncia l’essere di chi si è.


Sento ora amici e amiche pronunciare frocio o anche, più spesso, il femminile, frocia per definirsi, con orgoglio e con una ironica provocazione. Il termine diviene autoidentificazione, valorizzazione ed esposizione di chi si è, di chi non vuole più nascondersi, di chi è uscito o uscita, direbbe Didier, dalla vergogna.


Ma sono i soggetti stessi che parlano per sé e possono usare queste parole per dirsi, per il momento, pronunciate da altri, esse avrebbero ancora il sapore dell’offesa, della violenza verbale.


In ogni caso la visibilità di chi è sempre stato tenuto fuori campo, eccentrico rispetto alle culture e usi sociali dominanti, la risignificazione del linguaggio – credo più profonda di quanto non ci appaia, ma certo non sufficiente – è una radicale messa in discussione dell’organizzazione sessuale, affettiva e sociale proposta come l’unica possibile e proponibile, perché naturale ed è, inevitabilmente, anche una profonda rivoluzione epistemologica, che riguarda tutte e tutti. Riflettere su un linguaggio attento ad ogni diversità non significa soltanto, ma non è poco, rispetto per gli altri e le altre, forme di vita, scelte, ma propone a tutti e tutte l’occasione per ripensarsi, per valutare i propri cambiamenti, capacità di accettare una realtà che cambia, addirittura di farsene, per quanto possibile e ciascuno nel luogo da cui parla, protagonista.

Ancora un’ultima osservazione per un tema che può apparire di poca importanza ma in realtà è anch’esso cruciale per la nominazione rispettosa per le scelte e le esperienze di ognuno: le desinenze.


E’ noto il travaglio per arrivare alla doppia desinenza, femminile e maschile, con cui appellare ogni realtà mista di donne e uomini, per femminilizzare alcuni termini, per usare parole neutre, ove possibile, invece del falsamente universale e neutrale maschile – umanità anziché uomo, ad esempio.


Battaglia non ancora vinta, in cui il benaltrismo ha dato grande prova di sé e anche si è improvvisamente svegliata una straordinaria attenzione estetica alle parole, definendo brutte, indicibili, ad esempio, sindaca, ministra, per non parlare di architetta ecc. Infine, e non è piacevole ammetterlo, vi sono ribellioni alla femminilizzazione di certe cariche o professionalità che vengono dalle stesse donne, che ritengono maggiormente qualificante, di maggior valore essere appellate al maschile.


Il tema delle desinenze si ripropone ora per chi rifiuta una definizione binaria, o al maschile o al femminile.


In italiano non esiste il neutro per cui ci sono stati vari tentativi, invenzioni di simboli linguistici per costruire le finali dei termini che non si volevano con la a o con la o, né con i, né con e. Resta solo la u, che qualcuno ha pensato di adottare per risolvere il problema: e allora compare, ad esempio, tuttu anziché tutti e/o tutte. E anche i nomi propri per chi nega la propria appartenenza a un sesso piuttosto che a un altro possono essere declinati con la u finale.


Altre soluzioni: l’asterisco * car*tutt*, una formula che la linguista Vera Gheno definisce interessante ed elegante; oppure l’elisione secca della desinenza, tutt.

Per quanto riguarda il timore dell’esclusione di alcune soggettività, ad esempio nell’acronimo LGBTQIA+, l’adozione del più finale sembra aver risolto il problema: l’uso generico di quel simbolo risulta inclusivo di ogni identità od orientamento.

Forse si troveranno altre soluzioni al tema delle desinenze nella flessibilità della nostra lingua, soluzioni temporanee come quelle che ho brevemente elencate, e me lo auguro, perché il continuo divenire, la continua ricerca del dire, di un linguaggio che evolve, come già si diceva, sono indice della vitalità – e della ricchezza – di una lingua”.

PICCOLO DIZIONARIO LGBTQIA+
Molte storie e molte realtà in una sigla

L – lesbica, la più comune definizione di donna omosessuale, entra nell’uso più diffuso nei ultimi due decenni del Novecento.


G – gay, la dizione più comune per definire un uomo omosessuale.


B – bisessuale, persona che è attratta sessualmente e affettivamente da  ambedue i sessi.


T – transessuale o transgender, benchè vi sia differenza tra i due termini per evitare confusioni o incomprensioni si può adottare più semplicemente la dizione trans – ma attenzione, sempre usato come aggettivo e non sostantivo – per indicare una persona che effettua il passaggio da un sesso all’altro. Si identificano con la sigla M/F coloro che effettuano il transito dal maschile al femminile e si definiscono donne trans, con la sigla F/M le persone che transitano dal femminile al maschile e si definiscono uomini trans. A seguito di una storica sentenza l’operazione per adeguare i genitali all’aspetto fisico anche in Italia non è più necessaria per la trascrizione anagrafica.


Q – queer, termine polisemico difficilmente traducibile in italiano indica nella più recente risemantizzazione la persona che rifiuta un’identificazione sessuale certa e definita, ma preferisce per sé una fluidità che respinge ogni rigidità e sceglie una continua possibilità di mutamento di soggettività sessuale. Giovanni Campolo nel volume a cura di Marco Pustianaz, Queer in Italia. Differenze in movimento, osserva come il termine queer in italiano abbia subito una eufemizzazione dovuta all’accostamento del termine con la parola teoria che lo nobilita, sottraendolo agli svariati significati originali inglesi che si avvicinano all’aggettivo abbietto.


I – intersessuale, persona che presenta alla nascita genitali di ambedue i sessi, oppure poco o non caratterizzati al femminile o al maschile. La parola e la diagnosi di intersessualità nascono ai primi del Novecento, in ambito biomedico e, a partire dagli anni Cinquanta dello scorso secolo, fino all’inizio del 2000, per curare quella che è comunque considerata una patologia viene adottato il cosiddetto protocollo di Money che prevede un intervento sui genitali fin dalla primissima infanzia. E’ molto recente quindi il passaggio da un intervento regolatore e normalizzatore, legato alle norme della binarietà, alla considerazione dell’intersessualità non come un’anomalia ma una possibilità, anche se minoritaria, identitaria.


A – asessuale, secondo la definizione di wikipedia l’asessualità, nel suo senso più generale, si definisce come la mancanza di attrazione sessuale e l’assenza di interesse o desiderio per il sesso. Nonostante le difficoltà di definizione e comprensione e gli scetticismi – anche da parte della comunità Lgbtqi – l’asessualità è recentemente entrata a far parte degli orientamenti sessuali e come tale non può essere confusa con una scelta, non è ascetismo o frigidità, è, può essere un modo di rapportarsi nelle relazioni che include la possibilità di affetto e di amore.


+ – l’introduzione di questo simbolo apre l’acronimo a ogni altra possibilità di orientamento affettivo e sessuale.

Commenti chiusi.