Se migliora la vita delle donne migliora la vita del paese

Se migliora la vita delle donne migliora la vita del paese – Torniamo a ripeterlo oggi al nuovo governo.
Abbiamo considerato un primo passo verso una democrazia migliore la nomina di otto ministre , ma ci chiediamo che fine abbia fatto la parità di genere nella scelta dei sottosegretari. E’ tempo di passare dai numeri alle politiche, che non sono neutre. Il verso va cambiato in profondità .
La battaglia per la parità di genere non deve essere affidata alla “buona volontà” o alle convenienze contingenti; si sostanzia di politiche nuove. Leggi il resto »

194: la battaglia continua

Il 70% dei ginecologi nelle strutture pubbliche (più dell’80% al Sud) è obiettore di coscienza e in molte province non è possibile fare aborti terapeutici. Il Comitato nazionale per la bioetica della presidenza del consiglio dei Ministri ha di fatto associato l’obiezione di coscienza a un diritto fondamentale sorvolando sulla questione della salute della donna. Facciamo il punto su uno scandalo tutto italiano

08 Agosto 2012

D La Repubblica

Camilla Gaiaschi

Millecinquecento euro se sei immigrata. Un mese di attesa se sei italiana. Le vie per rendere inapplicabile la 194 – la legge che in Italia consente e regola l’aborto – sono molte. E le denunce che le associazioni raccolgono sempre più disperanti. È il caso di S.G., bergamasca trentottenne, sposata con due figlie: a fine giugno decide di abortire e si rivolge al medico curante il quale, scegliendo tra le strutture che garantiscono l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), la dirige sull’ospedale di Calcinate. È alla quinta settimana, la accoglie una dottoressa che le fissa la prima visita trenta giorni dopo, aggiungendo che se si dovessero superare i 90 giorni “il bambino se lo dovrà tenere”. “Un’esperienza traumatica” ricorda S.G. “alle mie richieste di anticipare l’intervento il medico ha risposto picche, salvo poi minacciare che oltre i 90 giorni non sarebbe stato possibile”. Non solo: “Mi è stato detto che avrei dovuto sottopormi a un colloquio con uno psicologo”, non previsto per legge, “ma ciò che mi ha più ferito è stato il clima di disapprovazione nei confronti della mia scelta, pur trovandomi in un evidente stato di fragilità emotiva”. Quella di S.G. – che si è poi rivolta al consultorio e in meno di due settimane si è sottoposta all’intervento al Civile di Brescia – è una delle tante storie che ogni giorno arrivano a Vita di Donna, un’associazione che offre supporto a chi intende effettuare l’Ivg in un paese dove secondo i dati ufficiali il 70% dei ginecologi nelle strutture pubbliche (più dell’80% al Sud) è obiettore di coscienza. “L’assistenza gratuita è a rischio” spiega Lisa Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione, “le donne italiane vengono spinte a rivolgersi alle cliniche private, a quelle straniere viene chiesto di pagare la prestazione”. L’ideologia fa infatti il paio, oggi, con la crisi economica che spinge le Asl a fare cassa sugli immigrati non applicando i protocolli (gratuiti) previsti per i pazienti extracomunitari (Stp) o per gli europei non residenti (Eni): “Crescono i disagi per le donne straniere” racconta Canitano, “un mese fa a una donna marocchina l’ospedale di Varese ha chiesto 1.500 euro per un’Ivg, una settimana fa è toccato a una cinese essere rimbalzata dal consultorio di Novara perché aveva il tesserino sanitario scaduto”. In questo caso la morale c’entra poco, ma il risultato è lo stesso e concorre ad aumentare le statistiche ufficiali del ministero della Salute (peraltro datate nonostante l’obbligo, previsto dalla 194, di aggiornarle ogni anno) sull’obiezione di coscienza. A fronte di un dato ministeriale dell’80,2% di ginecologi obiettori per il Lazio, un sondaggio diffuso a metà luglio dalla Laiga – la libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/1978 – indica una percentuale del 91,3%. “E numeri analoghi, ancorché incompleti, li stiamo raccogliendo in Lombardia e Campania”, spiega Anna Pompili, ginecologa del direttivo Laiga che punta il dito sulle conseguenze, sempre più evidenti, dell’obiezione di coscienza: migrazione dei diritti e clandestinità. “Sulle 31 strutture pubbliche del Lazio, in 9 non si eseguono Ivg e per far fronte a questa situazione si ricorre ai professionisti esterni i quali però non possono seguire gli aborti terapeutici (oltre il 90° giorno) in quanto questi ultimi necessitano di un ricovero su più giorni. Nelle province di Rieti, Viterbo e Frosinone non c’è un solo ospedale in cui si effettua l’aborto terapeutico e le donne sono costrette a spostarsi in altre strutture”. Tutto ciò si ripercuote sui tempi di attesa che, dilatandosi, “aumentano il rischio di complicazioni durante l’intervento” e spingono le donne al fai-dai-te, con “le pillole per abortire facilmente acquistabili su internet o da medici compiacenti”, mentre ancora pochissimi ospedali distribuiscono la Ru486 con cui si effettua l’aborto farmaceutico. E mentre i non obiettori alzano la voce con la campagna “Il buon medico non obietta” lanciata a giugno dalla Consulta di Bioetica Onlus (Leggi l’articolo di D.it), le istituzioni sono passate al contrattacco: in un controverso (e non richiesto) parere, a fine luglio il Comitato nazionale per la bioetica della presidenza del consiglio dei Ministri, con un solo componente che si è dissociato (Carlo Flamigni), ha di fatto associato l’obiezione di coscienza a un diritto fondamentale sorvolando sulla questione della salute della donna. Il braccio di ferro per la laicità continua.

Link articolo: http://d.repubblica.it/argomenti/2012/08/08/news/194_aborto_terapeutico-1199502/

#SAVE194 di Loredana Lipperini

Sembra, ogni volta, di dover ricominciare da capo. Facciamolo, allora, e partiamo da una domanda. Questa: “tutte le donne italiane possono liberamente decidere di diventare madri?”. La risposta è no.

Non possono farlo, non liberamente, e non nelle condizioni ottimali, le donne che ricorrono alla fecondazione artificiale, drammaticamente limitata dalla legge 40.

Non possono farlo le donne che scelgono, o si trovano costrette a scegliere, di non essere madri: nonostante questo diritto venga loro garantito da una legge dello Stato, la 194.

Quella legge è, con crescente protervia, posta sotto accusa dai movimenti pro life, che hanno più volte preannunciato (anche durante l’ultima marcia per la vita), di volerla sottoporre (di nuovo) a referendum.

L’articolo 4 di quella legge sarà all’esame della Corte Costituzionale – il prossimo 20 giugno – che dovrà esaminarne la legittimità, in quanto violerebbe ” gli articoli 2, (diritti inviolabili dell’uomo), 32 I Comma (tutela della salute) e rappresenta una possibile lesione del diritto alla vita dell’embrione, in quanto uomo in fieri”.

Inoltre,  quella legge è svuotata dal suo interno da anni. Secondo il Ministero della Salute sono obiettori sette medici su dieci (per inciso, i cattolici praticanti in Italia, secondo i dati Eurispes 2006, sono il 36,8%): in pratica, si è passati dal 58,7 per cento del 2005 al 70,7 per cento del 2009 per quanto riguarda i ginecologi, per gli anestesisti dal 45,7 per cento al 51,7 per cento e per il personale non medico dal 38,6 per cento al 44,4 per cento. Secondo la Laiga, l’associazione che riunisce i ginecologi a difesa della 194, i “no” dei medici arriverebbero quasi al 90% del totale, specie se ci si riferisce agli aborti dopo la dodicesima settimana. Nei sette ospedali romani che eseguono aborti terapeutici, i medici disponibili sono due; tre (su 60) al Secondo Policlinico di Napoli. Al Sud ci sono ospedali totalmente “obiettanti”. In altre zone la percentuale di chi rifiuta di interrompere la gravidanza sfiora l’80 per cento, come in Molise, Campania, Sicilia, Bolzano. Siamo sopra l’85% in Basilicata. Da un’inchiesta dell’Espresso di fine 2011, risulta che i 1.655, non obiettori hanno effettuato nel solo 2009, con le loro scarse forze, 118.579 interruzioni di gravidanza, con il risultato che più del 40% delle donne aspetta dalle due settimane a un mese per accedere all’intervento, e non è raro che si torni all’estero, alla clinica privata (o, per le immigrate soprattutto, alle mammane). Oppure, al mercato nero delle pillole abortive.

Dunque, è importante agire. Vediamo come.

Intanto, queste sono alcune delle iniziative che sono state prese:

1) Lo scorso 8 giugno, Aied e Associazione Luca Coscioni hanno inviato a tutti i Presidenti e assessori alla sanità delle Regioni un documento sulle soluzioni da adottare per garantire la piena efficienza del servizio pubblico di IVG come previsto dalla legge. “Siamo altresì pronti a monitorare con attenzione l’applicazione corretta della legge e, se necessario, a denunciare per interruzione di pubblico servizio chi non ottempera a quanto prevede la legge”, hanno detto.

Le proposte sono:

Creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza;

Elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza;

Concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per la gestione dei servizi di IVG;

Utilizzo dei medici “gettonati” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori;

Deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di IVG sono scoperti.

2) La scorsa settimana ha preso il via la campagna contro l’obiezione della Consulta di Bioetica Onlus: qui trovate le informazioni e qui il video.

da Lipperatura di Loredana Lipperini  – 11 giugno 2012

 

Diffondere queste informazioni è un primo passo. Ce ne possono essere altri. Fra quelli a cui, discutendo insieme, abbiamo pensato, ci sono:

1) Raccogliere testimonianze. Regione per regione, città per città, ospedale per ospedale, segnalateci gli ostacoli nell’accesso all’IVG e alla contraccezione d’emergenza. Potete farlo anche in forma anonima, nei commenti al blog. Ma è importante: perché solo creando una mappa dello svuotamento della legge è possibile informare su quanto sta avvenendo ed eventualmente pensare ad azioni anche legali.

2) Tenere alta l’attenzione in prossimità del 20 giugno. Lanciate su Twitter l’hashtag #save194, fin da ora.

L’intenzione di questo post è quella di informare. Non è che il primo passo: perché la libertà di scelta continui a essere tale, per tutte le donne.

Quando tutti i medici sono obiettori di coscienza

di Adriano Sofri da La Repubblica, 24 maggio 2012

“È successo a Napoli, a marzo: un ginecologo del Policlinico Federico II è morto, investito sulle strisce, e per due settimane non si sono fatte interruzioni di gravidanza», racconta Giovanna Scassellati. A stare ai numeri dell´obiezione di coscienza, l´Italia è più rigorosa della Ginevra di Calvino. Purché si tratti dell´obiezione all´interruzione di gravidanza regolata da una legge dello Stato.
Lungi dall´affrontare la persecuzione, i medici obiettori vedono favoriti carriera e guadagni. Sono obiettori il 71 per cento dei ginecologi italiani. In Basilicata 9 su 10, l´84 per cento in Campania, più dell´80 in Lazio e nell´Alto Adige-Sud Tirolo. All´ospedale di Fano tutti i medici sono obiettori. A Treviglio, Bergamo, sono obiettori 24 anestesisti su 25. Una dose modica di ipocrisia è essenziale alla convivenza civile. L´eccesso di ipocrisia la degrada. Giovanna Scassellati dirige dal 2000 il Day Hospital-Day Surgery della legge 194 al San Camillo di Roma, che dal 2010 fa da centro regionale per chi non trovi accoglienza in altri ospedali, dove i reparti sono stati chiusi. Su 316 ginecologi nel Lazio 46 non sono obiettori, e in 9 ospedali pubblici non si fanno interruzioni di gravidanza, come imporrebbe la legge a tutti gli ospedali non religiosi.
«Siamo come panda, al San Camillo su 21 i non obiettori sono 3, io, che vinsi il concorso, e 2 a contratto biennale. E gli aborti coprono il 40 per cento delle operazioni di ostetricia».

«Io sono specializzata in ginecologia, ostetricia e oncologia medica e faccio quello che pressoché nessuno vuole fare: manovalanza. Nelle coscienze non si entra, ma nelle predilezioni per le ecografie, per gli ambulatori privati, per l´intramoenia, quello sì. E le cose peggiorano. Avevamo un progetto che, da Veltroni sindaco in qua, diede risultati importanti: finanziava l´opera di mediatrici culturali, rumena, marocchina, albanese, che incontravano le donne, ne conoscevano istruzione, condizioni di famiglia, se avessero o no un medico cui rivolgersi, la prevenzione delle interruzioni di gravidanza. C´era una cinese bravissima, agopuntrice, pubblicavamo articoli sui loro giornaletti. Una cooperativa, scelta con un bando, dava la copertura assicurativa. I fondi dei progetti sociali sono stati tagliati dalla giunta Alemanno. Abbiamo raccolto 120mila firme contro la proposta di legge di una consigliera regionale che di fatto abolisce i consultori. I movimenti contro la 194 ricevono sovvenzioni ingenti, mentre il nostro lavoro, pubblico e, per quanto mi riguarda, attento a non derogare mai alla legge, viene così ostacolato. Di serie politiche sulla famiglia, come quelle francesi o anche inglesi, non si vede l´ombra. La 194 è una legge giusta, passò per la caduta di tre governi, la firmò Andreotti, certo che fu un compromesso, il vero compromesso storico. Al San Camillo mi raccontarono che nel 1977 (la legge è del 22 maggio 1978) morirono di setticemia tre donne, senza dire chi aveva procurato l´aborto».
Le avranno chiesto quanti aborti ha assistito. Ha un gesto di impazienza. «Non lo so, e non so nemmeno quanti bambini ho aiutato a far venire al mondo. Mia madre era di Savigliano, nel cuneese, è stata una delle prime ginecologhe. Seguì i corsi di preparazione al parto a Parigi, a Roma fu assistente ospedaliera al Sant´Anna. Le mie scelte sono state legate a lei, e al primo figlio che ebbi quando ero ancora al terzo anno di università. Mi trasferii a Chieti, ci restai 4 anni. C´erano bravi professori, dal Gemelli o da Bologna, ero interna all´ospedale, avrei potuto fare lì la mia carriera. Ero femminista, partecipavo degli impegni di allora, i viaggi a Londra, i radicali. Mia madre ha sempre fatto le interruzioni di gravidanza. Mio padre era molto cattolico e contrario, ma sapeva che l´aborto è un enorme problema personale e sociale e culturale, che non basta esorcizzarlo. Ho lavorato tanto con mia madre. Non c´era solo un rapporto madre-figlia fra noi, né una competizione: volevamo far andare le cose nel modo migliore. Lei è morta nel 1996, di uno dei più aggressivi tumori all´utero. A San Camillo c´era la vasca, l´avevano sovvenzionata le elette del Comune di Roma, vi sono avvenuti 300 parti, ora è in soffitta. C´è la parte sporca dell´ostetricia, il lavoro sociale, quello che coinvolge le emozioni. La maternità ti fa diventare amica della donna che assisti, per sempre. Con l´aborto non ti fai clienti: succede che non abbiano più voglia di vederti, dopo. E la gente per lo più sceglie questo mestiere per fare i soldi. Prova a dare un incentivo materiale a chi non obietta, e vedrai».
Lei non è diventata primario. «Non ci sono primari non obiettori. Poi sono donna. Poi forse non ci tenevo. Io faccio le guardie, regolarmente, cinque o sei notti al mese, e vado ancora a fare i parti a casa. Ho ereditato la direzione del reparto da uno che aveva avuto guai con la giustizia. Accettava pochissime donne e faceva gli aborti privatamente, a Villa Gina, nel 2000 scoppiò lo scandalo. Ero l´unica non obiettrice, fui nominata con un´ordinanza. Fino ad allora, per dieci anni, avevo lavorato anche volontariamente in un ambulatorio nella ex centrale del latte, con le donne straniere, venivano a decine, specialmente il giovedì, che è il giorno libero delle badanti. Il reparto al San Camillo è squallido, nel sotterraneo, ma è bello che abbia accessi indipendenti, l´ambulatorio di contraccezione ecc. I pavimenti sono rattoppati, ci ho messo tre anni a ridipingere le pareti».
«Una questione cruciale è l´aborto farmacologico, la Ru 486. Siamo l´unico ospedale nel Lazio che lo fa. L´Agenzia del farmaco suggeriva che andasse fatto col ricovero. Dunque si fa in regime di ricovero – i tre giorni prescritti – dopo di che le donne firmano e vanno a casa, dopo 48 ore tornano per il secondo farmaco e restano fino all´espulsione, poi a casa. Le donne sono responsabili, tornano tutte. Si è fatta una campagna sui rischi micidiali di questo metodo. Si è poi accertato che le morti (7 certificate in tutto il mondo) derivavano dalla somministrazione per via vaginale nelle prime settimane, invece che per via orale. Così le donne devono subire questi ricoveri impropri. La firma è un escamotage ultra-ipocrita, e significa apertura e chiusura di cartelle, per noi che abbiamo due letti e facciamo ruotare le donne, 30-35 al mese, e le richieste sono più numerose, perché nessun altro lo fa, né l´università né gli ospedali. In tutta l´Umbria non una sola struttura. Le straniere la chiedono meno, perché bisogna che conoscano bene la lingua e capiscano a fondo le istruzioni, e poi preferiscono l´aborto chirurgico per non perdere 3 o 4 giorni di lavoro. Le donne ricche vanno a Marsiglia, e amen. Come per la legge sull´eterologa, tornata d´attualità oggi. E pensare che uno dei fondatori era italiano, il prof. Lauricella, primario di mia madre. Ogni tanto penso che vorrei andare via. Ho diretto per tre mesi, da volontaria, un ospedale dei comboniani a Moroto, Uganda, 60 posti letto di ostetricia e ginecologia, e ho lavorato in Etiopia e in Eritrea per la prevenzione dei tumori del collo dell´utero. Le donne povere del mondo povero muoiono di aborto proibito».

«È successo a Napoli, a marzo: un ginecologo del Policlinico Federico II è morto, investito sulle strisce, e per due settimane non si sono fatte interruzioni di gravidanza», racconta Giovanna Scassellati. A stare ai numeri dell´obiezione di coscienza, l´Italia è più rigorosa della Ginevra di Calvino. Purché si tratti dell´obiezione all´interruzione di gravidanza regolata da una legge dello Stato.
Lungi dall´affrontare la persecuzione, i medici obiettori vedono favoriti carriera e guadagni. Sono obiettori il 71 per cento dei ginecologi italiani. In Basilicata 9 su 10, l´84 per cento in Campania, più dell´80 in Lazio e nell´Alto Adige-Sud Tirolo. All´ospedale di Fano tutti i medici sono obiettori. A Treviglio, Bergamo, sono obiettori 24 anestesisti su 25. Una dose modica di ipocrisia è essenziale alla convivenza civile. L´eccesso di ipocrisia la degrada. Giovanna Scassellati dirige dal 2000 il Day Hospital-Day Surgery della legge 194 al San Camillo di Roma, che dal 2010 fa da centro regionale per chi non trovi accoglienza in altri ospedali, dove i reparti sono stati chiusi. Su 316 ginecologi nel Lazio 46 non sono obiettori, e in 9 ospedali pubblici non si fanno interruzioni di gravidanza, come imporrebbe la legge a tutti gli ospedali non religiosi.
«Siamo come panda, al San Camillo su 21 i non obiettori sono 3, io, che vinsi il concorso, e 2 a contratto biennale. E gli aborti coprono il 40 per cento delle operazioni di ostetricia».
«Io sono specializzata in ginecologia, ostetricia e oncologia medica e faccio quello che pressoché nessuno vuole fare: manovalanza. Nelle coscienze non si entra, ma nelle predilezioni per le ecografie, per gli ambulatori privati, per l´intramoenia, quello sì. E le cose peggiorano. Avevamo un progetto che, da Veltroni sindaco in qua, diede risultati importanti: finanziava l´opera di mediatrici culturali, rumena, marocchina, albanese, che incontravano le donne, ne conoscevano istruzione, condizioni di famiglia, se avessero o no un medico cui rivolgersi, la prevenzione delle interruzioni di gravidanza. C´era una cinese bravissima, agopuntrice, pubblicavamo articoli sui loro giornaletti. Una cooperativa, scelta con un bando, dava la copertura assicurativa. I fondi dei progetti sociali sono stati tagliati dalla giunta Alemanno. Abbiamo raccolto 120mila firme contro la proposta di legge di una consigliera regionale che di fatto abolisce i consultori. I movimenti contro la 194 ricevono sovvenzioni ingenti, mentre il nostro lavoro, pubblico e, per quanto mi riguarda, attento a non derogare mai alla legge, viene così ostacolato. Di serie politiche sulla famiglia, come quelle francesi o anche inglesi, non si vede l´ombra. La 194 è una legge giusta, passò per la caduta di tre governi, la firmò Andreotti, certo che fu un compromesso, il vero compromesso storico. Al San Camillo mi raccontarono che nel 1977 (la legge è del 22 maggio 1978) morirono di setticemia tre donne, senza dire chi aveva procurato l´aborto».
Le avranno chiesto quanti aborti ha assistito. Ha un gesto di impazienza. «Non lo so, e non so nemmeno quanti bambini ho aiutato a far venire al mondo. Mia madre era di Savigliano, nel cuneese, è stata una delle prime ginecologhe. Seguì i corsi di preparazione al parto a Parigi, a Roma fu assistente ospedaliera al Sant´Anna. Le mie scelte sono state legate a lei, e al primo figlio che ebbi quando ero ancora al terzo anno di università. Mi trasferii a Chieti, ci restai 4 anni. C´erano bravi professori, dal Gemelli o da Bologna, ero interna all´ospedale, avrei potuto fare lì la mia carriera. Ero femminista, partecipavo degli impegni di allora, i viaggi a Londra, i radicali. Mia madre ha sempre fatto le interruzioni di gravidanza. Mio padre era molto cattolico e contrario, ma sapeva che l´aborto è un enorme problema personale e sociale e culturale, che non basta esorcizzarlo. Ho lavorato tanto con mia madre. Non c´era solo un rapporto madre-figlia fra noi, né una competizione: volevamo far andare le cose nel modo migliore. Lei è morta nel 1996, di uno dei più aggressivi tumori all´utero. A San Camillo c´era la vasca, l´avevano sovvenzionata le elette del Comune di Roma, vi sono avvenuti 300 parti, ora è in soffitta. C´è la parte sporca dell´ostetricia, il lavoro sociale, quello che coinvolge le emozioni. La maternità ti fa diventare amica della donna che assisti, per sempre. Con l´aborto non ti fai clienti: succede che non abbiano più voglia di vederti, dopo. E la gente per lo più sceglie questo mestiere per fare i soldi. Prova a dare un incentivo materiale a chi non obietta, e vedrai».
Lei non è diventata primario. «Non ci sono primari non obiettori. Poi sono donna. Poi forse non ci tenevo. Io faccio le guardie, regolarmente, cinque o sei notti al mese, e vado ancora a fare i parti a casa. Ho ereditato la direzione del reparto da uno che aveva avuto guai con la giustizia. Accettava pochissime donne e faceva gli aborti privatamente, a Villa Gina, nel 2000 scoppiò lo scandalo. Ero l´unica non obiettrice, fui nominata con un´ordinanza. Fino ad allora, per dieci anni, avevo lavorato anche volontariamente in un ambulatorio nella ex centrale del latte, con le donne straniere, venivano a decine, specialmente il giovedì, che è il giorno libero delle badanti. Il reparto al San Camillo è squallido, nel sotterraneo, ma è bello che abbia accessi indipendenti, l´ambulatorio di contraccezione ecc. I pavimenti sono rattoppati, ci ho messo tre anni a ridipingere le pareti».
«Una questione cruciale è l´aborto farmacologico, la Ru 486. Siamo l´unico ospedale nel Lazio che lo fa. L´Agenzia del farmaco suggeriva che andasse fatto col ricovero. Dunque si fa in regime di ricovero – i tre giorni prescritti – dopo di che le donne firmano e vanno a casa, dopo 48 ore tornano per il secondo farmaco e restano fino all´espulsione, poi a casa. Le donne sono responsabili, tornano tutte. Si è fatta una campagna sui rischi micidiali di questo metodo. Si è poi accertato che le morti (7 certificate in tutto il mondo) derivavano dalla somministrazione per via vaginale nelle prime settimane, invece che per via orale. Così le donne devono subire questi ricoveri impropri. La firma è un escamotage ultra-ipocrita, e significa apertura e chiusura di cartelle, per noi che abbiamo due letti e facciamo ruotare le donne, 30-35 al mese, e le richieste sono più numerose, perché nessun altro lo fa, né l´università né gli ospedali. In tutta l´Umbria non una sola struttura. Le straniere la chiedono meno, perché bisogna che conoscano bene la lingua e capiscano a fondo le istruzioni, e poi preferiscono l´aborto chirurgico per non perdere 3 o 4 giorni di lavoro. Le donne ricche vanno a Marsiglia, e amen. Come per la legge sull´eterologa, tornata d´attualità oggi. E pensare che uno dei fondatori era italiano, il prof. Lauricella, primario di mia madre. Ogni tanto penso che vorrei andare via. Ho diretto per tre mesi, da volontaria, un ospedale dei comboniani a Moroto, Uganda, 60 posti letto di ostetricia e ginecologia, e ho lavorato in Etiopia e in Eritrea per la prevenzione dei tumori del collo dell´utero. Le donne povere del mondo povero muoiono di aborto proibito».

Marcia per la vita, così sono stati reclutati ragazzi per la raccolta fondi

di Ambra Murè da Nuovo Paese Sera.it

Non c’erano solo gli anti-abortisti alla marcia per la vita. Mischiati in mezzo a loro, come rivelato da Paese Sera, anche giovanissimi “fundraiser”. Ecco cosa diceva l’annuncio, pubblicato su InfoJobs, col quale sono stati reclutati. L’ironia su Twitter: “Ah ecco, la marcia era contro la disoccupazione giovanile”

Non c’erano solo gli anti-abortisti alla marcia per la vita. Mischiati in mezzo a loro, come rivelato da Paese Sera, anche giovanissimi “fundraiser”. O “dialogatori”, come vengono elegantemente chiamati nel settore del no profit i ragazzi reclutati al solo scopo di raccogliere fondi. Anche le cause più nobili, si sa, hanno bisogno di un sostegno economico. E dal sacro al profano il passo è breve, specialmente se hai vent’anni e cerchi un modo per arrotondare la “paghetta” mensile che ti passano i tuoi. “Abbiamo visto questo annuncio su InfoJobs – hanno raccontato due studentesse fuori sede incontrate a via dei Fori imperiali – Sapevamo solo che si trattava di un lavoretto nel settore no profit. Abbiamo mandato il nostro curriculum e siamo state immediatamente contattate”. Quattro ore in piedi sotto un sole cocente per “37 euro”.

L’ANNUNCIO SUL WEB – È stato pubblicato il 4 maggio, ma si trova ancora on line, inserito sul portale più frequentato dai disoccupati italiani: InfoJobs. Eccolo l’annuncio col quale sono state reclutate le due ragazze (e, presumibilmente, non solo loro): “La filiale di Roma Anagnina dell’agenzia per il lavoro Orienta spa cerca, per associazione cattolica no profit, dialogatori per raccolta fondi da effettuare in occasione della marcia per la vita che si svolgerà nella mattina (orientativamente 9-13) del giorno 13-05-2012, che partirà da Colosseo per arrivare a Castel Sant’Angelo”. Un lavoretto semplice, ma comunque non adatto a tutti. Si richiedono infatti: “interesse per le tematiche umanitarie e no- profit, spiccate capacità comunicative, predisposizione al rapporto con il pubblico e al lavoro in team, determinazione e puntualità”. Il tutto per “35-40 euro netti”. “Ah, ecco – ironizza qualcuno su Twitter – la marcia era contro la disoccupazione giovanile”.