L’asse religiosa contro la laicità e le donne.

avvocata Antonella Anselmo – studio lemme web site

  1. Laicità

Le democrazie “pluraliste” producono ordinamenti laici, fondati sul primato della “persona”, la sola chiamata a esprimersi quando si tratta delle proprie scelte esistenziali e genitoriali. I diritti personalissimi sono fondamentali e intangibili, purché non compromettano altri valori di rilievo primario. La sfida della post-modernità, a fronte degli imponenti flussi migratori su scala mondiale, impone di garantire il confronto di diverse possibilità, eticamente sensibili, attribuendo alle stesse pari dignità. Il pluralismo parte dalla constatazione che le persone hanno valori diversi e diverse visioni della vita. Leggi il resto »

La violenza di genere e la politica delle donne

di Antonella Anselmo

Comitato promotore nazionale “SeNonOraQuando?”

 

Si è concluso a Torino il 14 ottobre scorso “Mai più complici”, l’evento conclusivo di una prima fase di analisi, elaborazione e mobilitazione pubblica lanciata da Se non Ora Quando? per riconoscere e contrastare la violenza nei confronti delle donne.

Il punto di partenza di tale percorso, ancora molto lontano dal suo compimento, è stato certamente la manifestazione del 13 febbraio 2011 che ha posto la corporeità delle donne al centro di un incontenibile sentimento pubblico di indignazione: l’offesa alla dignità delle donne ha assunto il significato di offesa alla dignità del Paese, in un contesto di cittadinanza negata.

E, contestualmente, quel rifiuto di una cultura mediatica, stereotipata e irreale, associata ad una politica arrogante, capace di oltraggiare le Istituzioni e la cittadinanza, è convogliato in uno straordinario impegno civico e nella sorprendente volontà di ricostruzione.

Ma questa volta a narrare questo impegno e questa volontà sono state le donne.

Parole e immagini che sono tornate a riempirsi di contenuti simbolici e reali, di valori condivisi ed inclusivi: un  racconto a più voci, arricchito da desideri, bisogni, possibilità di scelta, libertà e diritti.

Il disegno di una società diversa, costruita sulla solidarietà tra generi e generazioni,  in cui convivono differenze, eguaglianze, pari opportunità: in altri termini una piena cittadinanza.

Ma per veder realizzata questa nuova società occorre rimuovere ogni ostacolo.

Diseguaglianze, discriminazioni, privilegi, corruzione, limiti all’accesso e all’esercizio dei diritti umani fondamentali delle donne: la vita, la sicurezza, la salute, il lavoro, il benessere, il diritto alla maternità per poi arrivare fino ai diritti politici ed economici.

E soprattutto capire le ragioni profonde di quella costante negazione di cittadinanza,  in ogni ambito della vita pubblica e privata.

Si è iniziato a Barletta, a Marina di Monasterace e poi a Gerace: lì vi erano le donne lavoratrici sepolte dalle macerie , le donne delle Istituzioni sotto scorta, le testimoni di giustizia “giustiziate” dalla criminalità organizzata, in seno alle loro famiglie.

Simboli eroici e silenziosi di un  impegno quotidiano  nella difesa dei diritti e del diritto: in territori dove le diseguaglianze sono più esasperate, dove non c’è sviluppo economico né libero mercato, dove manca il lavoro sicuro ed equamente retribuito, dove alla violenza entro le mura domestiche, che si nutre in modo impressionante di tali criticità, si aggiunge quella di uno Stato in estrema difficoltà nel garantire protezione, sicurezza, giustizia e democrazia alle proprie cittadine.

Si è compreso un nesso profondissimo tra  le diseguaglianze di genere e la cultura dominante, espressione di una struttura familistica e patriarcale della società, ancora caratterizzata da monopoli maschili, politici ed economici.

Poi, nel 2012, si è continuato a parlare di violenza, in tutta Italia, grazie alla generosità e capacità dei comitati territoriali: nelle piazze, nei teatri, nelle sale, sotto i tendoni. Donne e uomini hanno espresso le proprie emozioni attraverso la poesia, la musica, le immagini, le parole. E poi le impressioni, le proposte, l’ascolto, il dialogo con la politica, l’attenzione della Presidenza della Repubblica.

Piccole e grandi città.

Per citarne solo alcune: Torino a Marzo, Scandiano ad Aprile, Udine a Maggio, Ferrara a Luglio, Fermo ad Agosto, Merano a Settembre e ancora Torino a Ottobre.

Sono stati coinvolti nel dibattito le più alte cariche istituzionali,  i centri antiviolenza – esemplare rete di esperienza e competenza, tutta italiana – il servizio pubblico radiotelevisivo, la magistratura e l’avvocatura e poi gli operatori sanitari, i centri di ascolto degli uomini autori di violenza, le antropologhe, le giornaliste, le economiste, le immigrate, gli psicologi, le insegnanti…

Si è parlato di Convenzioni Internazionali, di cultura ed educazione di genere, di media e pubblicità, di formazione professionale, di prevenzione e protezione, di seconda vittimizzazione, di testimoni della violenza, di sistemi giudiziari, di finanziamenti pubblici, costi sociali ed economici della violenza, di necessaria diffusione della parità e della democrazia paritaria.

Sono stati individuati i nessi tra le discriminazioni che sono all’origine della violenza e la mancanza delle donne nei luoghi decisionali dell’ economia, della politica, dei media e della produzione culturale, anche contemporanea.

E si è compreso che la violenza sulle donne ha spesso  un volto invisibile, multiforme e diffuso, orribile e raccapricciante, che si manifesta per soffocare gli aneliti di libertà.

Ma la violenza, svelando se stessa, svela tutte le discriminazioni.

E dunque il grande appello, “Mai più complici”, ha indicato agli uomini e alle donne le ragioni più profonde della violenza, con il coraggio di toglierle il velo e nominarla.

Finalmente è emersa la brutalità del termine, il femminicidio appunto, che ha risvegliato le coscienze e messo a nudo la vergogna di un’intera società, una società che non è in grado di proteggere le sue figlie, le sue bambine, private del loro futuro, dei sogni, dei diritti fondamentali, della vita stessa.

Anche gli uomini hanno sentito questa vergogna, hanno iniziato una seria analisi sulla propria identità, sulle ragioni della violenza di genere, su modelli sociali e culturali stereotipati, sulla qualità della relazione con la donna e con il suo corpo.

Hanno voluto parlare con le donne.

Oggi, finalmente, anche la politica ha iniziato ad ascoltare la voce delle donne: la firma della Convenzione di Istanbul è un primo passo.

Ma allora è evidente che la violenza di genere non è un affare “femminile” né uno slogan pre-elettorale: è una questione di democrazia negata che si  combatte con trasformazioni culturali e ampiamente condivise, capaci di diffondere l’affermazione della legalità, dei diritti, delle libertà e del reciproco riconoscimento dei generi.

Dunque, più che di leggi, abbiamo bisogno di una politica nuova, fatta da uomini e da donne.

Nell’immediato, si profila allora una duplice emergenza per contrastare la violenza di genere: la ratifica della Convenzione di Istanbul e la democrazia “paritaria” come principio indefettibile di ogni riforma elettorale.

Il resto, ci auguriamo, seguirà grazie alla forza delle donne.

SNOQ Torino: il convegno dal titolo “Mai più complici” – 13 e 14 ottobre 2012 Le mie impressioni

Venerdì 19 ottobre 2012

Roberta Trucco

SNOQ Genova

 

Vogliamo condividere le impressioni relative all’iniziativa “Mai più complici”, che Roberta Trucco di SNOQ Genova ci ha inviato.

 

13 ottobre partenza per Torino, destinazione OGR (Officine Grandi Riparazioni) convegno SNOQ Torino, sulla violenza contro le donne dal titolo “Mai più complici”.

Parto con mio marito. Siamo convinti che il fenomeno della violenza contro le donne sia un fenomeno che riguarda uomini e donne all’interno di una relazione stretta. I numeri parlano chiaro spesso la violenza è agita all’interno della sfera privata, nella relazione tra due fidanzati o nel nucleo familiare.

Siamo interessati ad ascoltare gli interventi in qualità di coppia e in qualità di padre e madre di 4 figli, un maschio e tre femmine.

Il convegno si apre con uno spettacolo teatrale che vede la prima nazionale dell’atto unico di Cristina Comencini “L’amavo più della sua vita”, un intervento della scrittrice Silvia Avallone, videointerviste di Stefanella Campana ed Elisabetta Gatto e l’intermezzo danzante di Simona Bertozzi.

La cornice nella quale si svolge lo spettacolo sono le OGR, grandi capannoni dove un tempo venivano costruiti i vagoni dei treni e che oggi Torino torna a far rivivere come scenario per promuovere cultura, arte, pensiero. È un edificio che trasuda storia, la nostra storia, lavoro, sudore. La sua essenzialità sembra abbinarsi perfettamente con la forza catartica che il teatro porta con sé. Eravamo ignari che l’invito aperto a tutte/i  avrebbe attirato così tanta gente e ci siamo ritrovati in coda insieme a 800/1000 persone. L’organizzazione ha così dovuto prevedere una seconda replica alle 23.

L’atto unico della Comencini davvero toccante! Due giovani , il migliore amico dell’assassino e la migliore amica dell’uccisa, cercano di parlarsi  per capire e per capirsi. Restituiscono alla parola, con i loro interrogativi, il suo senso profondo, lo fanno attraverso i loro i corpi che si incontrano e un po’ si scontrano. Il testo è aperto e lascia aperta la complessità dell’essere uomini e donne, non giudica, perché non analizza in modo pedante le differenze biologiche e culturali dell’essere ragazza o ragazzo, fidanzato o fidanzata, madre o padre ma restituisce alla parola la possibilità di liberare desideri, di esprimere sentimenti e pensieri che se non tradotti in azioni non sono né buoni né cattivi ma possono sondare il mistero dell’essere.

Seguono le videointerviste su cosa sia per i giovani la violenza. Una straordinaria testimonianza di quanto questa giovane generazione stia lavorando e crescendo. Non mi dilungo sulla bella lettera di presentazione del CP che coglie intelligentemente negli intrecci tra mala politica, informazione fuorviante e cultura maschilista il nodo del degrado di questo paese. Ogni piccolo intervento, dalla danza alla lettura del pezzo della scrittrice, è stato prezioso.

14 ottobre: mattino presto, giornata grigia. I capannoni sempre affascinanti ma freddi. Le organizzatrici ci accolgono con copertine di pile per riscaldarsi (segno di grande cura anche dei corpi – particolare non irrilevante).

Il convegno si apre con il saluto del Sindaco di Torino che nel suo intervento riconosce la grande portata politica del movimento di “Se non ora quando” e la capacità di promuovere, con la sue campagne, grande partecipazione democratica. Il saluto è stato un commiato perché finito se ne va, doveri istituzionali! Segue l’intervento della Ministra Fornero, Ministra del Lavoro con delega Pari Opportunità, subito contestata da un gruppo di 5/6 donne appartenenti alla rete Altereva e alla Fiom. La contestazione attira subito i giornalisti anche se nasce su un terreno che non ha niente a che vedere con il tema del convegno, l’articolo 18, danneggiando così chi ha fatto km per venire a sentire gli interventi e chi ha lavorato alla costruzione dell’evento. La Ministra mantiene la calma e invita le contestatrici sul palco a esprimere le loro idee, quando però si accorge che le loro istanze non riguardano il tema della violenza contro le donne le invita ad attendere la fine del suo intervento e promette loro alcuni minuti di confronto. Personalmente ho trovato deprecabile il modo con il quale queste donne si sono inserite “parassitando” (come dice una mia amica) il duro lavoro di altre/i.

Dell’intervento della Ministra non ricordo molto, forse a causa della contestazione o forse perché non era particolarmente brillante. La sostanza però è, che finito, se ne è andata, come Fassino, senza comunicare se lasciava qualcuno in sua rappresentanza per raccogliere relazione sugli esiti del convegno. Peccato.

È seguita la lettura del bel monologo “A te non è mai piaciuto” della scrittrice Lidia Ravera. (Si può leggere sul sito www.senonoraquando-torino.it/2012/10/18/a-te-non-e-mai-piaciuto-lidia-ravera/). Una madre parla alla figlia in coma a causa delle botte del suo fidanzato. È un monologo che alterna alla tenerezza la rabbia, una rabbia misurata, la rabbia di chi non poteva aprire gli occhi alla figlia perché si sa mai criticare le scelte d’amore dei figli. Molto interessante e profondo.

Poi è salita sul palco, al posto della segretaria  generale della camera del lavoro di Torino, una donna di cui non ricordo il nome e, scusatemi, di cui non ricordo neanche la qualifica, che  ha parlato del fatto che nella formazione medica non esiste una formazione di genere, questo sì che mi è rimasto impresso! La maggior parte delle terapie e dei farmaci ad esempio sono costruite sul modello del corpo maschile. Gli uomini e le donne in medicina sono considerati ginecologicamente differenti ma non biologicamente!!

Quindi ha preso la parola Cristina Obber, giornalista che da anni studia il fenomeno della violenza nel linguaggio di tutti i giorni. Imparare a riconoscerla è anche imparare a chiamare le cose con il loro nome. Chi la compie e chi la subisce spesso è inconsapevole di quello che sta succedendo. (Il suo intervento lo trovate già sul sito di SNOQ Torino.)

L’economista Maria Laura Di Tommaso, Professoressa associata Università di Torino, ha dato una lettura di alcuni numeri ricavati da una ricerca dell’Istat del 2006. Impressionante, una donna su tre ha subito violenza, non ci sono classi sociali nelle quali il fenomeno è più frequente, dove però la donna ha un reddito più elevato il rischio di subire violenza è minore. E questo sì che mi ha allarmato. Le nostre giovani che saranno precarie a vita se non cambia il modo di rapportarci con il lavoro e con il denaro sono sempre più a rischio.

E così con questi pensieri in testa ci siamo presi la doverosa pausa caffè.

Il convegno è ripreso con l’intervento di tre giovani giuriste, Giulia Locati, Francesca Guarnieri e Alice Ravinale, che ci hanno illustrato alcuni limiti delle legislazioni regionali sul tema della violenza contro le donne. Il grande problema è che i fondi vengono erogati con scadenza annuale, il che vuole dire che alla fine dell’anno non si riesce mai a capire se i centri anti violenza avranno ancora fondi per sopravvivere, e peggio ancora in queste condizioni non è possibile costruire un progetto a lungo termine che preveda anche la prevenzione e  lo studio di forme di educazione al rispetto di genere nelle scuole, nelle università, nell’informazione e nella pubblicità.

Antonella Anselmo, Avvocata del Foro di Roma e membro del Comitato Promotore ha poi parlato degli strumenti legali europei per contrastare il fenomeno della violenza sulle donne. Anche lei ha parlato della mancanza di formazione di genere nel mondo dell’avvocatura. Il resto era un po’ complicato, o forse io ero stanca, per chi interessato legga gli atti del convegno.

Poi c’è stata una toccante e forse anche un po’ rabbiosa testimonianza di una donna che lavora nei centri anti violenza, una donna che sulle barricate ci sta da molto tempo e che ogni anno lotta per la sopravvivenza del centro.

La mattinata si è chiusa con Marina Calloni, Professoressa Ordinaria di Filosofia politica e sociale, Università degli Studi Milano Bicocca. La professoressa ha illustrato il progetto proposto e attuato della Baronessa Scotland a Londra. È un progetto molto interessante, un progetto olistico che prevede interconnessioni e trasversalità su diversi ambiti. Sarebbe da studiare a fondo! Presto verrà presentato anche in Italia.

Il convegno poi è proseguito nel pomeriggio con i tavoli di lavoro, ma noi già sfrecciavamo a casa per  ricompattare la famiglia.

Un grazie di cuore alle organizzatrici, il convegno è stato di altissimo livello.

Le mie impressioni sono appesantite dall’ennesimo assassinio di una ragazza di 17 anni a Palermo, oggi 19-10-2012.

Spero che il lavoro importante che tante donne continuano a fare non si arresti e spezzi questa catena di violenza.