Sport: dal Governo fondo 1 milione per atlete in maternità 1.000 euro per 10 mesi

Una notizia appena rilanciata dall’ANSA – ROMA, 23 OTT –

Un fondo di un milione di euro per il sostegno alla maternità delle atlete.

La nuova misura finanziatadall’Ufficio per lo sport del governo è stata presentata stamane presso la sala monumentale della Presidenza del Consiglio dei Ministri di Roma.

Nel corso della conferenza stampa sono state illustrate le opportunità offerte in tema di sostegno alla maternità delle sportive e le modalità di accesso ai contributi previsti per le future mamme che siano in gravidanza durante la propria attività agonistica.   

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Donne nel calcio: una vittoria attesa da 40 anni (e una partita ancora tutta da giocare)

di Luisa Rizzitelli

Femministerie 10 giugno 2019

È stata davvero una grande emozione veder vincere le ragazze della Nazionale femminile di calcio (e, ricordate, non la “Nazionale di calcio femminile”, perché il calcio è uno solo) nella gara di esordio ai Mondiali in Francia. In ballo però non c’erano solo il risultato e il prosieguo della competizione, c’era molto, molto di più.

Quella del calcio praticato dalle donne in Italia è una storia infarcita di aneddoti inverosimili di discriminazione e mancanza di rispetto ed è una storia lunga 40 anni.

Giusto per darvi un’idea, quando giocavo a pallavolo a Trani, circa 30 fa, correvo allo stadio per vedere giocare Carolina Morace, Betty Bavagnoli, Antonella Carta, Rose Reilly, pioniere di una disciplina che nessun maschio in Italia voleva cedere alle donne. Ricordo ancora quando mi raccontavano che più di una atleta di serie A era stata cacciata di casa, per aver avuto l’ardire di appassionarsi a uno sport ritenuto “da maschi”.

Nonostante Trani fosse quasi un’isola felice, con tanti appassionati veri, la storia del calcio delle donne e per le donne è andata terribilmente a rilento. Cosa che aggiunge valore a quello che hanno fatto ieri le atlete di Milena Bertolini, vincendo con la fortissima Australia. Un dato su tutti: in Italia la Federazione Italiana Giuoco Calcio conta un milione di tesserati maschi e 22 mila calciatrici. Negli altri paesi in Europa, in particolare del nord, il numero delle tesserate è dieci volte tanto.

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Bistrattate e vincenti. Le atlete italiane vincono tantissimo, ma per lo Stato italiano sono tutte “dilettanti”

HuffPost  21 febbraio 2018          Giulia Belardelli

La denuncia dell’associazione Assist: “A PyeongChang una delegazione paralimpica di soli uomini”. Josefa Idem all’Huffpost: “I loro trionfi imporranno il cambiamento”

Girl Power. Le atlete italiane vincono tantissimo. Rispetto ai colleghi maschi, le loro storie spiccano per forza e determinazione, entrando nell’immaginario collettivo del mito in maniera molto più profonda. L’oro di Sofia Goggia nella discesa libera alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang non è che l’ultimo atto di una favola Azzurra scritta in buona parte dalle donne. La tripletta d’oro al femminile ai Giochi invernali – Sofia Goggia, Arianna Fontana, Michela Moioli – dà nuovo lustro allo sport femminile italiano, ma al tempo stesso invita a riflette su un percorso troppo spesso a ostacoli, soprattutto per le donne. Perché tutte queste atlete ed ex atlete – dalla calciatrice Patrizia Panico alla stella del nuoto Federica Pellegrini, dalla schermista Elisa Di Francisca a Bebe Vio – per lo Stato italiano sono solo “dilettanti”.

Un paradosso tutto italiano che racconta una delle molte facce di una discriminazione difficile da sradicare. Ne abbiamo parlato con Luisa Rizzitelli, presidente di Assist – Associazione Nazionale Atlete, che dal 2000 si occupa dei diritti delle atlete italiane. “Le donne italiane vincono tantissimo, sono una fucina di medaglie in tutte le discipline. L’aspetto clamoroso è che ancora oggi, in Italia, le donne non hanno diritto d’accesso a una legge dello Stato (la n. 91 del 1981) che regola i rapporti tra società e sportivi professionisti. Ciò significa che in Italia nessuna donna, né Sofia Goggi né Federica Pellegrini, né l’atleta più vincente che ti viene in mente, merita lo status di professionista. Per lo Stato italiano, sono tutte dilettanti”. Leggi il resto »

Sefi Idem, la mamma di tutti i Giochi

4 Agosto 2012

La Repubblica

Concita De Gregorio

La famiglia Guerrini di Ravenna occupa un tavolo intero del ristorante a buffet dell’albergo a due passi dalla Legoland inglese, tavoli e famiglie allineati a pranzo, navetta per il parco giochi, pacchetto tutto compreso con gita al castello di Windsor facoltativa.
I Guerrini sono in sette. Padre madre due figli, amica con figlio piccolo, zia. Jonas, che ha nove anni, ha comprato sette nuovi personaggi Lego. «Mamma ci torniamo domani?». «No, domani no. Ci sei stato ieri». «Dai, mamma». «Poi ne parliamo, Jonas. Ora perché non vai ai gonfiabili?». Janek, che ne ha 17, traffica con l’iPad. Il padre fa la spola al buffet. Oggi è una giornata di “scarico”, la mamma si riposa. Da domani ricomincia a lavorare che martedì ha le batterie e le semifinali della sua ottava olimpiade. Ottava. La prima è stata a Los Angeles 28 anni fa. «Ho detto no, Jonas. Non insistere». Sorriso.
Una preparazione alla gara come quella di Sefi Idem non l’avete mai vista. «La squadra portoghese ha mandato gli atleti in Polonia per concentrarsi. Io mi concentro con le persone che amo, la mia squadra sono loro. Vinciamo o perdiamo tutti insieme e va sempre bene. Lo sport non è tutto nella vita. È una passione e un lavoro. Non sono una canoista: faccio la canoista, è diverso. Averli accanto me lo ricorda ogni minuto».
Fuori la campagna inglese di Old Windsor, spettacolare. Vento forte, freddo estivo. Sefi in maglietta. Guglielmo Guerrini, che se ne è innamorato una sera a Praga ed è diventato il suo allenatore, non smette di guardarla come quel giorno. Quarantotto anni, una bellezza. «Il corpo cambia e la testa lo governa. Bisogna assecondare la vita come le condizioni sul campo di gara, non opporsi: a Pechino fa caldo? Fa caldo. A Londra c’è vento laterale? Vediamo a cosa può servire. Ci ho messo trent’anni a imparare che la fortuna te la costruisci con le tue mani, ma la buona e la cattiva sorte ti toccano e basta, ci devi stare dentro. Ai mondiali del 2010 avevo 50 chili di erba agganciata al timone: cosa ci potevo fare? Niente. Una lezione: ci sono volte in cui avvilirsi è inutile». Mamma, ho fame. Ma se abbiamo appena pranzato, Jonas. «Un giorno ai mondiali del 2005 mi si è avvicinata la campionessa in carica, mi ha chiesto se poteva sedersi accanto a me a tavola e mi ha detto: le porto i saluti di mia madre. Avevo gareggiato contro la sua mamma vent’anni prima. Federica dice: sono otto anni che tiro. Beh, io sono 28. Ma con le nipoti no, smetto prima. Ci siamo quasi, questa è l’ultima». Los Angeles, Seoul, Barcellona, Atlanta, Sydney, Atene, Pechino, Londra. Un oro, due argenti, due bronzi. I migliori risultati a cavallo dei 40 anni. A Pechino, a 44 con le adolescenti in gara, argento per cinque millesimi di secondo. In mezzo i due figli. Janek è nato fra Barcellona e Atlanta. Jonas Sydney e Atene. Janek ha 17 anni e ha fatto cinque Olimpiadi. Jonas ne ha 9 e ne ha fatte 3. Ti ricordi Pechino, Jonas? «Sì, facevo collezione di pins». E tu Janek, ti ricordi Atene? «Certo, ero con papà sul camion che seguiva la gara a bordo fiume. Ai 400 ho cominciato a piangere. È normale no? D’altra parte si chiama così la zona riservata ai familiari nelle tribune di gara: kiss and cry zone. Ci siamo cresciuti». Ci sono cresciuti. Guglielmo, il padre: «Quando Janek era piccolo lo portavo con me a seguire le gare nel marsupio, in bicicletta. Sefi alle Olimpiadi di Atlanta lo allattava. Non l’abbiamo mai lasciato. Jonas neppure, i figli stanno coi noi». Janek oggi è un adolescente con la media del nove al liceo classico, ha la ragazza, vuole studiare a Berlino. Jonas ascolta e gioca al Lego. Occhiali rossi, capelli biondi. La madre non lo perde mai di vista. «Una volta ho gareggiato ai mondiali 3 mesi e 24 giorni dopo il parto. La mattina delle semifinali eravamo al pronto soccorso perché Jonas aveva la febbre. Sono arrivata quinta. Alla preparazione di queste Olimpiadi è venuto in Spagna con noi: ci mandavano i compiti per e-mail nel fine settimana». Con noi, con lei e Guglielmo. «L’ho conosciuto a Nimburg, vicino a Praga. Era in ritiro con la sua squadra di pallavolo, io con la nazionale tedesca. Ha fatto l’italiano. Del resto da ragazzo era bagnino a Riccione. Pensavo che puntasse Andrea, la mia compagna: tutti puntavano Andrea. Invece una sera ha cucinato degli spaghetti piccantissimi poi è venuto da me a chiedermi di ballare. Dici a me? Ho domandato. Nonostante gli spaghetti, sono andata». Era l’87. Le olimpiadi di Seoul non sono andate bene. «Lui mi ha detto: se vuoi ti alleno io. Un anno e tre mesi dopo la sera degli spaghetti mi sono trasferita da lui. Ci siamo presi la cinese, siamo stati 15 giorni a letto a giocare a battaglia navale. Nel ‘90 ho gareggiato con l’Italia per la prima volta. L’8 settembre ci siamo sposati».
Lui: «Io non so andare in canoa. L’atleta è sempre più bravo dell’allenatore, se no gareggerebbe l’allenatore. Bisogna solo ascoltarlo. Sefi ha sempre avuto il dono di far scorrere la barca ma non sapeva perché. Io vedo i problemi nella teoria, insieme li risolviamo nella pratica». Fatto sta che in Italia Josefa ha ricominciato a vincere. Oro a Sydney, argento ad Atene. I figli neonati come doping. «Mi dispiace, ma noi non riusciamo a stare al villaggio olimpico. È una tale distrazione. Una confusione che mangia i pensieri. Noi stiamo qui da soli in famiglia, come durante l’anno non riusciamo a stare quasi mai. Una volta un allenatore tedesco ci ha visti e mi ha detto: sei venuta in vacanza, hai portato la famiglia? Gli ho risposto: noi gareggiamo tutti». Silvia Capone, la fisioterapista di Forlì che le ha rimesso a posto la spalla, annuisce: è venuta col figlio dodicenne amico di Jonas. «Questo è un lavoro. La gente pensa che lo sport sia un passatempo, tutti ti chiedono sempre cosa farai quando smetti. Ma smetti cosa? È il mio mestiere. Se ci sono la passione, il risultato, un minimo di rientro economico: voi smettereste di fare il vostro lavoro a queste tre condizioni? Io capisco la Vezzali. Valentina fa bene a continuare. Il bronzo individuale di Londra aggiunge valore alla sua carriera, non lo toglie. Si cambia, non siamo robot: il sorriso sul podio al terzo posto l’ha resa migliore. E poi guardavo ammirata la giovane Arianna: uno spettacolo la sua scherma, non ha mai un dubbio. Però se sei la più brava e alla fine non vinci è perché la vita ti sta mettendo sotto il naso una lezione che devi ancora imparare. È una fortuna: c’è qualcosa che devi ancora scoprire di te». Mamma dai andiamo? Sono due ore che sei lì… «Ora andiamo Jonas. Anche Federica, mi dispiace che la attacchino così. Se vuol fare la tv ed è brava a farla che la faccia. Sulle donne si accaniscono, quando facevo l’assessore a Ravenna mi dicevano come fa a lavorare se fa anche l’atleta e non dicevano mai la stessa cosa a un assessore uomo che faceva l’avvocato. Ho imparato tanto anche dalla politica. Preferisco lo sport, alla fine. In allenamento la pagaia e la barca possono essere i tuoi avversari ma in gara devono diventare i tuoi alleati». Mamma, uffa. Andiamo Jonas, vai a chiamare Janek. No, Legoland ho detto no. Magari andiamo al castello. «Rio no, direi di no. Questa è l’ultima. Poi vedremo, a 52 anni… ma ho altri progetti, vorrei scrivere storie di grandi atleti che hanno lasciato, ho già parlato con Ulrike Meyfarth e Heine Drechsler, vorrei essere capace di descrivere le persone al di là di quello che fanno: cosa le spinge, cosa le frena. Magari chiedo una mano a Janek, che è così saggio. Il mio grande uomo, il mio figlio».

Link articolo: www.senonoraquando.eu/?p=11820

Donne toste dietro quei veli

4/8/2012

Giulia Zonca

La Stampa

Gli integralisti che ancora cercano di spaventare le donne con il velo spedendo insulti via twitter forse dovrebbero guardarle meglio in azione.

Non si spaventano più. Sono sicure, consapevoli del messaggio che mandano, determinate e abbastanza furbe da fare la rivoluzione senza danni collaterali. Un centimetro alla volta.
Date un’occhiata alla sprinter afghana Tahmina Kohistani, ultima nei 100 metri ma da una vita nella corsia di sorpasso. Lo stadio di Londra era pieno e lei non si è distratta, è abituata al pubblico perché a Kabul, dove si allena, ci sono sempre centinaia di persone a vederla. A fischiarla. Sperano di metterle paura, spostarla dalla pista e confinarla a casa. Lei corre, li semina e quasi sempre li stanca. Chissà che faccia ha fatto il tassista che una volta si è rifiutato di portarla fino al campo quando l’ha vista alle Olimpiadi. E lei non si è limitata a gareggiare, ha pure girato uno spot: «Scusate per il tempo, migliorerò. Ma le ragazze afghane devono aiutarmi. Non voglio essere sola nel 2016».

Una volta le atlete infagottate scatenavano l’applauso triste, quello che sembra partecipe e in realtà sottolinea la diversità. Ieri Tahmina è passata inosservata, Londra è multietnica e certo non si sorprende però sono proprio i Giochi, il mondo, che hanno assorbito il concetto. Esistono realtà differenti, donne che scattano dai blocchi con il foulard e la tuta lunga vicino a quelle con la mutanda sgambata e il micro body mostra ombelico. Tahmina sa che 100 metri in diretta tv non bastano per evitare i buu dentro la pista di casa: «Comunque il governo mi ha appoggiato, la mia famiglia non mi ha mai proibito nulla e siamo tutti musulmani osservanti. Ci saranno sempre difficoltà, bisogna solo continuare a muoversi». Bello slogan, con tanti saluti a chi pensava che non avrebbe retto la contestazione.

Wojdan Ali Seraj Abdulrahim Shaherkani fa più fatica a integrarsi nell’universo a cinque cerchi, lei è la prima saudita che ha l’accesso ai Giochi. Ha un nome che suona come una filastrocca e il capo coperto, nel judo ancora un inedito. Un minuto per farsi eliminare e un giorno per ripetere: «Sono fiera di rappresentare il Regno dell’Arabia Saudita», esserci è già trasgressivo, non serve sbagliare il copione con appelli alla libertà. La sua foto sul tappeto parla da sola. Come lo sguardo di Bahia Al Hamad tiratrice del Qatar, portabandiera di una nazione che ha sempre bandito le donne e ora si lascia rappresentare da una che spara. Tosta, porta il velo tirato e mira aggressiva. Chissà cosa vede nel bersaglio, magari il futuro che costruisce un colpo dopo l’altro: «Emozionata no, solo felice di esserci». Come se cambiare la storia fosse naturale. Invece ogni volta cade un altro confine: entrare, esistere, integrarsi. La prossima frontiera è vincere.

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