Lo stupro visto da Shakespeare

Succede a Milano al Teatro i. Uno spettacolo dedicato alla figura di Lucrezia, suicida dopo la violenza. Segue dibattito (e c’è anche GiULiA).

Giovedì 13 dicembre 2012 23:06
 
GiULiA Giornaliste
 
Camilla Gaiaschi
 
La violenza di genere raccontata da William Shakespeare. La troviamo in questi giorni a Milano, al Teatro i, dove il regista Valter Malosti porta in scena, fino a lunedì, “Lo stupro di Lucrezia”, interpretato da Alice Spisa, Jacopo Squizzato e dallo stesso Malosti. Non un’opera teatrale, ma uno dei due poemetti – poco noti al grande pubblico – che il drammaturgo e poeta inglese dedicò a Henry Wriothesley, III conte di Southampton (l’altro è “Venere e Adone”, già adattato da Malosti che lo ripresenterà domenica dopo “Lo stupro” sotto forma di concerto).
 
Il testo, dedicato alla figura di Lucrezia che stuprata da Tarquinio si toglie la vita per la vergogna, colpisce per la sensibilità con la quale Shakespeare affronta il tema della violenza di genere attraverso l’uso di un io narrante femminile. La voce della donna, il suo lamento dopo lo stupro, è al centro della sua scrittura che diventa ora una meditazione filosofica sul senso del dolore ora un flusso di coscienza disperato: “L’indagine che Shakespeare conduce nell’animo di una donna che ha subito violenza non trova eguali in nessuna opera letteraria dell’epoca fino, forse, a tutto il 900”, spiega Malosti. Dopotutto, Shakespeare è sempre stato attento a quelle che oggi chiameremmo le questioni di genere: “basti pensare ai numerosi riferimenti nella sua opera, più o meno espliciti, al tema dell’identità sessuale, da cui emerge un tentativo di superare gli stereotipi di genere e mettere al centro la persona, che è poi quello che più apprezzo in questo autore”.
 
Lontano da qualsiasi forma di teatro sociale o civile, la regia di Malosti si concentra sui corpi e sulla voce dei due attori provenienti dalla scuola del teatro stabile che Malosti stesso dirige. E a cui insegna, da buon amante dell’ecclettismo, a navigare tra tradizione e ricerca, da Grotowski così come da Ronconi, per fare qualche esempio, nella certezza che sia “necessario superare il settarismo in cui spesso cade il teatro italiano”. “Con gli attori abbiamo fatto questo lavoro molto duro dal punto di vista fisico e dei contenuti – continua Malosti – la difficoltà forse più grande per loro nel portare questo testo in scena è stata quella di coniugare corpo e voce, concentrandosi cioè da una parte sul linguaggio della corporeità e dall’altra su un testo cinquecentesco al quale, salvo qualche taglio che ho fatto per ragioni drammaturgiche, mi sono mantenuto fedelmente”. Il risultato è una pièce che va dritta allo stomaco, cruda e commovente per la sua attualità e che proprio per questa ragione sarà seguita, nella serata di venerdì 14 dicembre, da un dibattito sulla violenza di genere a cui parteciperanno, oltre a Gi.U.Li.A (Camilla Gaiaschi), le associazioni Sportello Donna (con la presenza della psicoterapeuta Roberta Manfredini), Fondazione Ca’ Granda del Policlinico di Milano (Donatella Galloni e Elena Calabrò) e Telefono Donna (Dott.ssa Bartoccetti). Modererà l’incontro Ira Rubini di Radio Popolare.
 
L’incontro è stato proposto da Teatro di Dioniso, la compagnia di Valter Malosti, e Teatro i dopo il buon successo dell’analoga iniziativa che si è svolta a Torino il 25 novembre in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne svolta in collaborazione con il comitato torinese Se Non Ora Quando. L’appuntamento milanese è per venerdì 14 dicembre alle ore 21.00 presso il “Teatro i”, via Gaudenzio Ferrari, 11, Milano.
 
Si ringrazia per la fotografia © Giulia Caira.
 
 

Violenza: a dire di no si impara

Dal libro di Cristina Obber sulla violenza di genere (“Non lo faccio più”) nasce un progetto di formazione. E a Modena dalla formazione nascono due libri.

Mercoledì 24 Ottobre 2012 17:54
 
GiULiA Giornaliste
 
Camilla Gaiaschi
 

Contrastare la violenza di genere dai banchi di scuola. Combatterla a monte, là dove crescono quegli stereotipi, non sempre consapevoli, che vogliono la donna non del tutto legittimata a scegliere per sé stessa (ad “autodeterminarsi”, si sarebbe detto un tempo), eventualmente a dire di no. A un fidanzato o a un marito che non desidera più. O più semplicemente a un immaginario collettivo sul femminile che non le corrisponde, che ne lede la dignità. E mentre i giornali riportano il centesimo caso di femminicidio da inizio anno, si moltiplicano le iniziative di formazione rivolte ai più giovani promosse con molta tenacia da donne – formatrici, esperte, scrittrici – con il pallino dell’educazione.

Storie silenziose, di competenze e passioni a servizio della collettività che spesso e volentieri sono costrette ad autofinanziarsi a fronte dell’evidente stato di indigenza in cui versa la scuola pubblica. Storie come quella di Cristina Obber, giornalista pubblicista (iscritta a Gi.U.Li.A) e autrice di “Non lo faccio più. La violenza di genere raccontata da chi la subisce e da chi la infligge” (Edizioni Unicopli), il racconto di un viaggio difficile ma anche ricco di speranza fuori e dentro il carcere. Dal libro, uscito poche settimane fa in libreria, sta per nascere un progetto che verrà presentato giovedì 25 ottobre alle 18 nella sede della Provincia di Milano (che lo patrocina): fare formazione negli istituti superiori e fornire supporto ai più giovani con un sito web (www.nonlofacciopiu.net) che si propone di essere un luogo di ascolto non solo per chi la violenza l’ha subìta o agita, ma per tutti quei ragazzi e quelle ragazze che sentono il bisogno di misurarsi con il tema degli affetti e della sessualità.

Storie di ampio respiro e larghe vedute, come quelle delle formatrici modenesi Serena Ballista e Judith Pinnock, che dopo essersi incontrate alla scuola di politica dell’Udi (Unione Donne in Italia), due anni fa si sono messe in testa di fare “education” prima negli istituti medi e superiori e, da quest’anno, nelle scuole elementari. Da quelle esperienze sono nati due libri: Bellezza femminile e verità. Modelli e ruoli nella comunicazione sessista (Fausto Lupetti), pubblicato a giugno, e A tavola con Platone. Esercitazioni e giochi d’aula sulle differenze culturali, sessuali e di genere (Ferrari Sinibaldi), uscito a settembre. Due manuali pronti all’uso di insegnanti, genitori ed educatori per sabotare gli stereotipi a grandi e piccini: il primo si concentra sul linguaggio sessista della pubblicità e sulle “gabbie” interpretative a cui vengono ricondotte le donne (ma di riflesso anche gli uomini); il secondo estende il raggio di azione a omofobia e razzismo, nella convinzione che con il sessismo condividono la paura della diversità.

Come? Attraverso i giochi: indovinelli, esercizi di “problem solving”, laboratori di gruppo per più o meno giovani. Perché imparare, anzi “disimparare” a discriminare, divertendosi, è possibile: “la violenza non deve essere un problema da gestire ma da prevenire – spiega Serena – e per prevenirla è necessario intervenire là dove si insinuano le sue condizioni di possibilità, e cioè nell’incontro tra stereotipi culturali e dinamiche relazionali”. Per questo motivo il loro lavoro parte dall’analisi critica della pubblicità: “un immaginario che delegittima la donna mostrandola come oggetto a disposizione del piacere maschile o a servizio delle sue necessità contribuisce a nutrire la concezione che è alla base del femminicidio, ovvero: questa donna è la mia donna e se non mi vuole piuttosto la ammazzo”, aggiunge Judith. Le reazioni da parte degli alunni e delle alunne delle scuole? “Sono estremamente positive – commenta Serena – così come quelle degli insegnanti, che ci chiedono di tornare, spiegandoci che è di questo che hanno bisogno i loro studenti, purtroppo però questo tipo di esperienze restano isole felici ancora ai margini dei percorsi istituzionali”.

Link articolo: http://giulia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=38756&typeb=0&Violenza–a-dire-di-no-si-impara

Le quote rosa sono necessarie?

Il Regno Unito dichiara guerra alle quote di genere nei cda mentre una ricerca dimostra che invece nel sud Europa (e non solo) sono ancora necessarie. Grazie ad esse entro il 2017 la presenza femminile nei board aziendali potrebbe raggiungere il 25%. In Italia siamo fermi a un misero 8,4%

Venerdì 7 Settembre 2012

D La Repubblica

Camilla Gaiaschi

Tempismo perfetto: mentre il Regno Unito dichiara guerra alle quote di genere nei cda, uno studio della società di ricerca Egon Zehnder International mostra che la presenza delle donne nei board delle aziende europee, pur in crescita, è ancora bassa. E che le azioni positive per incentivarne l’ingresso funzionano eccome. Con buona pace della campagna “anti-quote” che sta prendendo forma sul Vecchio Continente.

Ieri il polverone alzato dal Financial Times: il quotidiano britannico ha intercettato e pubblicato una lettera messa a punto dal governo inglese nella quale si invitano i paesi dell’Unione europea a bloccare la direttiva presentata lunedì dalla commissaria per la Giustizia, i Diritti fondamentali e la Cittadinanza Viviane Reding sulle quote di genere nei cda delle società quotate e pubbliche. Il provvedimento, che potrebbe essere votato entro il prossimo mese – prevede una soglia minima del 40% di donne ai vertici societari nei 27 paesi dell’Ue.

La lettera elaborata dal Regno Unito – che nelle intenzioni del governo sarà inviata alla stessa Reding e al presidente della Commissione José Barroso – avrebbe incassato l’apprezzamento di dieci paesi tra cui la Svezia. Il “no” del Paese scandinavo non è di poco conto: seconda in Europa dopo la Norvegia con il 24,6% di donne nei consigli delle società quotate, la Svezia, assieme a Finlandia e Danimarca (e a differenza della stessa Norvegia), ha raggiunto questi obiettivi senza bisogno di dover ricorrere a delle quote. Il suo caso è il più citato tra i fautori anti-quote che però dimenticano ciò che due studiose svedesi – Drude Dahlerup e Lenita Freidenvall – sostengono da tempo nelle loro ricerche sulla rappresentanza politica: la Svezia, per arrivare dove è arrivata, ha messo in campo tutta una serie di strategie “alternative” per incentivare l’ingresso delle donne nei luoghi decisionali tanto da rendere le quote sostanzialmente inutili.

Dove invece queste strategie mancano – è il caso dei paesi del Sud Europa, ma non solo – l’obbligo si rende necessario per velocizzare il processo. Il modello svedese, sostengono insomma le due ricercatrici, non può essere un modello per tutti. E i numeri di Egon Zehnder diffusi questa mattina lo dimostrano: la Francia che ha introdotto le quote nei cda nel 2010, ha visto letteralmente schizzare in alto la percentuale di donne nei board negli ultimi due anni passata da un misero 12,4% al 20,5%. Lo stesso vale per il Regno Unito, oggi a quota 18,2% (dal 13,3%), dove è bastata la minaccia.

Quanto al resto del Continente, i dati raccolti presso 353 aziende in 17 paesi sono a luci e ombre: i tassi di crescita sono elevati ma i numeri in valore assoluto restano ancora modesti. Le donne oggi rappresentano il 15,6% dei consiglieri, in aumento dal 12,2% nel 2010 e dall’8% nel 2004. Le società con almeno una donna sono l’86% (dal 61% nel 2004) e quelle senza nemmeno una donna tendono a scomparire. Se questi trend dovessero proseguire, entro il 2017 la presenza femminile nei board aziendali potrebbe raggiungere il 25%: “Le nostre statistiche suggeriscono che ci troviamo a un punto di svolta – spiega l’ad e presidente di Egon Zehnder Damien O’Brien – tra cinque anni un consigliere su cinque potrebbe essere donna”. Spesso però l’ingresso delle donne nei cda non equivale a un reale coinvolgimento nei processi decisionali: le donne rappresentano solo il 4,8% dei ruoli esecutivi e solo nel 2% dei casi ricoprono la presidenza. I dati – ed è questo forse l’elemento più preoccupante – non sono in crescita rispetto al 2010: “La sfida per il futuro – continua O’Brien – è garantire un maggior numero di donne nelle fila esecutive”. Per raggiungere la leadership, insomma, la strada è ancora lunga. E l’Italia – dove però le statistiche presentate oggi non hanno ancora recepito la legge Golfo-Mosca sulle quote di genere nei cda delle società quotate entrata in vigore il 12 agosto – resta fanalino di coda. Per ora, il nostro paese deve accontentarsi di un misero 8,4% di donne nei board, poco meglio del Portogallo (4,7%), dell’Austria (8%) e del Lussemburgo (6,1%). E un terzo delle società, alla pari di Grecia e Olanda, è ancora monocolore.

Link articolo: http://d.repubblica.it/argomenti/2012/09/07/news/quote_rosa-1240853/?fb_action_ids=10151165228147240&fb_action_types=og.recommends&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=246965925417366

194: la battaglia continua

Il 70% dei ginecologi nelle strutture pubbliche (più dell’80% al Sud) è obiettore di coscienza e in molte province non è possibile fare aborti terapeutici. Il Comitato nazionale per la bioetica della presidenza del consiglio dei Ministri ha di fatto associato l’obiezione di coscienza a un diritto fondamentale sorvolando sulla questione della salute della donna. Facciamo il punto su uno scandalo tutto italiano

08 Agosto 2012

D La Repubblica

Camilla Gaiaschi

Millecinquecento euro se sei immigrata. Un mese di attesa se sei italiana. Le vie per rendere inapplicabile la 194 – la legge che in Italia consente e regola l’aborto – sono molte. E le denunce che le associazioni raccolgono sempre più disperanti. È il caso di S.G., bergamasca trentottenne, sposata con due figlie: a fine giugno decide di abortire e si rivolge al medico curante il quale, scegliendo tra le strutture che garantiscono l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), la dirige sull’ospedale di Calcinate. È alla quinta settimana, la accoglie una dottoressa che le fissa la prima visita trenta giorni dopo, aggiungendo che se si dovessero superare i 90 giorni “il bambino se lo dovrà tenere”. “Un’esperienza traumatica” ricorda S.G. “alle mie richieste di anticipare l’intervento il medico ha risposto picche, salvo poi minacciare che oltre i 90 giorni non sarebbe stato possibile”. Non solo: “Mi è stato detto che avrei dovuto sottopormi a un colloquio con uno psicologo”, non previsto per legge, “ma ciò che mi ha più ferito è stato il clima di disapprovazione nei confronti della mia scelta, pur trovandomi in un evidente stato di fragilità emotiva”. Quella di S.G. – che si è poi rivolta al consultorio e in meno di due settimane si è sottoposta all’intervento al Civile di Brescia – è una delle tante storie che ogni giorno arrivano a Vita di Donna, un’associazione che offre supporto a chi intende effettuare l’Ivg in un paese dove secondo i dati ufficiali il 70% dei ginecologi nelle strutture pubbliche (più dell’80% al Sud) è obiettore di coscienza. “L’assistenza gratuita è a rischio” spiega Lisa Canitano, ginecologa e presidente dell’associazione, “le donne italiane vengono spinte a rivolgersi alle cliniche private, a quelle straniere viene chiesto di pagare la prestazione”. L’ideologia fa infatti il paio, oggi, con la crisi economica che spinge le Asl a fare cassa sugli immigrati non applicando i protocolli (gratuiti) previsti per i pazienti extracomunitari (Stp) o per gli europei non residenti (Eni): “Crescono i disagi per le donne straniere” racconta Canitano, “un mese fa a una donna marocchina l’ospedale di Varese ha chiesto 1.500 euro per un’Ivg, una settimana fa è toccato a una cinese essere rimbalzata dal consultorio di Novara perché aveva il tesserino sanitario scaduto”. In questo caso la morale c’entra poco, ma il risultato è lo stesso e concorre ad aumentare le statistiche ufficiali del ministero della Salute (peraltro datate nonostante l’obbligo, previsto dalla 194, di aggiornarle ogni anno) sull’obiezione di coscienza. A fronte di un dato ministeriale dell’80,2% di ginecologi obiettori per il Lazio, un sondaggio diffuso a metà luglio dalla Laiga – la libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/1978 – indica una percentuale del 91,3%. “E numeri analoghi, ancorché incompleti, li stiamo raccogliendo in Lombardia e Campania”, spiega Anna Pompili, ginecologa del direttivo Laiga che punta il dito sulle conseguenze, sempre più evidenti, dell’obiezione di coscienza: migrazione dei diritti e clandestinità. “Sulle 31 strutture pubbliche del Lazio, in 9 non si eseguono Ivg e per far fronte a questa situazione si ricorre ai professionisti esterni i quali però non possono seguire gli aborti terapeutici (oltre il 90° giorno) in quanto questi ultimi necessitano di un ricovero su più giorni. Nelle province di Rieti, Viterbo e Frosinone non c’è un solo ospedale in cui si effettua l’aborto terapeutico e le donne sono costrette a spostarsi in altre strutture”. Tutto ciò si ripercuote sui tempi di attesa che, dilatandosi, “aumentano il rischio di complicazioni durante l’intervento” e spingono le donne al fai-dai-te, con “le pillole per abortire facilmente acquistabili su internet o da medici compiacenti”, mentre ancora pochissimi ospedali distribuiscono la Ru486 con cui si effettua l’aborto farmaceutico. E mentre i non obiettori alzano la voce con la campagna “Il buon medico non obietta” lanciata a giugno dalla Consulta di Bioetica Onlus (Leggi l’articolo di D.it), le istituzioni sono passate al contrattacco: in un controverso (e non richiesto) parere, a fine luglio il Comitato nazionale per la bioetica della presidenza del consiglio dei Ministri, con un solo componente che si è dissociato (Carlo Flamigni), ha di fatto associato l’obiezione di coscienza a un diritto fondamentale sorvolando sulla questione della salute della donna. Il braccio di ferro per la laicità continua.

Link articolo: http://d.repubblica.it/argomenti/2012/08/08/news/194_aborto_terapeutico-1199502/

Una proposta per la nuova legge elettorale: fifty fifty ovunque si decide

“La politica ci piace, l’antipolitica non ci appartiene vogliamo essere protagoniste della nuova stagione che si sta aprendo e assumere responsabilità dirette” (Snoq)

14 Aprile 2012
La 27 ora
 
Il tetto di cristallo. Donne e rappresentanza politica: Milano e Lombardia
(di Camilla Gaiaschi e Rita Musa per “GiULiA”)
 

C’è tanto che non va nella politica italiana. E in questo “tanto” c’è anche la scarsa presenza delle donne. Le cose andrebbero meglio se nei partiti, in parlamento, nelle giunte e nelle assemblee elettive ci fossero più donne?

Tutto da vedere. Ma varrebbe la pena provare. Alcuni studi arrivano a dimostrare come una maggiore presenza delle donne in politica e nella gestione della cosa pubblica porti risultati positivi per la collettività. Ma la prima ragione per chiedere una rappresentanza più equilibrata è legata alla compiutezza di una democrazia che, in quanto tale, non dovrebbe marginalizzare non un una minoranza (e sarebbe già grave) ma addirittura il 50 per cento della popolazione.

Il dibattito su una nuova legge elettorale è in fase avanzata. E molte donne sono convinte che sia questo il momento di farsi valere. D’altra parte la legge impone già una presenza minima di donne nei cda. Perché allora non estendere lo stesso principio alla politica?

Queste ed altre domande si sono fatte le donne di Snoq Milano, la costola ambrosiana di Se non ora quando. Il movimento (a cui aderiscono numerose organizzazioni vicine al centrosinistra Amiche di ABCD, ArcilesbicaMilano, DiNuovoMilano, DonneInQuota, DonneInRete, UsciamodalSilenzio) ha elaborato alcune linee d’azione condivise che saranno presentate oggi, sabato 14 aprile, durante un convegno che si terrà a Milano.

“Tutti i nostri sforzi partono dal presupposto che la politica ci piace, l’antipolitica non ci appartiene vogliamo essere protagoniste della nuova stagione che si sta aprendo e assumere responsabilità dirette”, dicono le organizzatrici. Il loro obiettivo è la presenza fifty fifty “in ogni luogo in cui si decide”. Niente male, se si pensa che oggi in parlamento le donne sono ferme a quota 19%.

Il dato, insieme ad altri numeri significativi, compare anche nel video “Il tetto di cristallo. Donne e rappresentanza politica: Milano e Lombardia” di Camilla Gaiaschi e Rita Musa, prodotto dall’associazione “Giulia” (giulia.globalist.it),  che raccoglie interviste sul percorso ad ostacoli della democrazia paritaria.

Snoq Milano, per cominciare, chiede che, in un eventuale sistema di tipo proporzionale con lista bloccata, le liste elettorali siano paritarie e prevedano la stretta alternanza di candidati uomini e donne. In un sistema di tipo maggioritario, invece, il meccanismo di individuazione dei collegi uninominali dovrebbe garantire un’equa rappresentanza di genere. Non solo: una nuova legge elettorale dovrebbe contemplare sanzioni per chi non rispetta i criteri a tutela della rappresentanza di genere. Sanzioni che potrebbero arrivare a imporre, nei casi più gravi, l’inammissibilità delle liste.

Ma se, invece, restasse il Porcellum, che non prevede alcuna “sanzione”? In questo caso, secondo Snoq, la “pena” consisterà nell’indicazione di voto proposta dal movimento. In altre parole, Snoq chiederà di votare solo le liste “virtuose”. Ma le donne di Snoq hanno l’ambizione di condizionare con il loro voto anche le candidate (e poi le elette) con cui dovrebbero essere creati dei veri e propri “patti di genere” perché le agende politiche contengano la declinazione di tutti i temi cari alle donne. “In questo quadro generale – concedono le animatrici di Snoq – ben venga anche la costruzione di patti analoghi con uomini disponibili e sensibili”.

Molti gli spunti su cui ragionare nel “manifesto” delle donne di Snoq. Partendo sempre dal presupposto che l’istanza di fondo ­­– la maggiore presenza delle donne in politica – non può che essere condivisa. E chi ha ancora qualche dubbio non ha che da leggere Dove batte il cuore delle donne? Voto e partecipazione politica in Italia scritto per Laterza da Assunta Sarlo e Francesca Zajczyk.

Certo, si può davvero pensare che le donne possano considerare la presenza femminile come il valore assoluto, mettendo in secondo piano i contenuti della proposta politica? E poi: la “battaglia” per il coinvolgimento delle donne non dovrebbe essere un capitolo della più generale pretesa di un maggiore riconoscimento del merito, sia in politica che in economia?

Su questi temi riflettono in molti. Donne e uomini. “Come animatrice del gruppo “Due euro per dieci leggi” posso dire che da questa esperienza ho imparato due cose ­– interviene Stefania Boleso, ex dirigente con la passione per le questioni di genere -. Prima di tutto mi sono convinta che i risultati arriveranno solo a fronte di un movimento che coinvolga gli uomini al pari delle donne. Basta guardare le giunte fifty fifty oggi presenti nel nostro Paese. Spesso, come succede a Milano, sono il frutto dell’iniziativa di un uomo”.

 

Alleghiamo qui il documento conclusivo di MAI PIÙ SENZA LE DONNE

 

http://27esimaora.corriere.it/articolo/una-proposta-per-la-nuova-legge-elettorale-fifty-fifty-ovunque-si-decide/