Violenza: a dire di no si impara

Dal libro di Cristina Obber sulla violenza di genere (“Non lo faccio più”) nasce un progetto di formazione. E a Modena dalla formazione nascono due libri.

Mercoledì 24 Ottobre 2012 17:54
 
GiULiA Giornaliste
 
Camilla Gaiaschi
 

Contrastare la violenza di genere dai banchi di scuola. Combatterla a monte, là dove crescono quegli stereotipi, non sempre consapevoli, che vogliono la donna non del tutto legittimata a scegliere per sé stessa (ad “autodeterminarsi”, si sarebbe detto un tempo), eventualmente a dire di no. A un fidanzato o a un marito che non desidera più. O più semplicemente a un immaginario collettivo sul femminile che non le corrisponde, che ne lede la dignità. E mentre i giornali riportano il centesimo caso di femminicidio da inizio anno, si moltiplicano le iniziative di formazione rivolte ai più giovani promosse con molta tenacia da donne – formatrici, esperte, scrittrici – con il pallino dell’educazione.

Storie silenziose, di competenze e passioni a servizio della collettività che spesso e volentieri sono costrette ad autofinanziarsi a fronte dell’evidente stato di indigenza in cui versa la scuola pubblica. Storie come quella di Cristina Obber, giornalista pubblicista (iscritta a Gi.U.Li.A) e autrice di “Non lo faccio più. La violenza di genere raccontata da chi la subisce e da chi la infligge” (Edizioni Unicopli), il racconto di un viaggio difficile ma anche ricco di speranza fuori e dentro il carcere. Dal libro, uscito poche settimane fa in libreria, sta per nascere un progetto che verrà presentato giovedì 25 ottobre alle 18 nella sede della Provincia di Milano (che lo patrocina): fare formazione negli istituti superiori e fornire supporto ai più giovani con un sito web (www.nonlofacciopiu.net) che si propone di essere un luogo di ascolto non solo per chi la violenza l’ha subìta o agita, ma per tutti quei ragazzi e quelle ragazze che sentono il bisogno di misurarsi con il tema degli affetti e della sessualità.

Storie di ampio respiro e larghe vedute, come quelle delle formatrici modenesi Serena Ballista e Judith Pinnock, che dopo essersi incontrate alla scuola di politica dell’Udi (Unione Donne in Italia), due anni fa si sono messe in testa di fare “education” prima negli istituti medi e superiori e, da quest’anno, nelle scuole elementari. Da quelle esperienze sono nati due libri: Bellezza femminile e verità. Modelli e ruoli nella comunicazione sessista (Fausto Lupetti), pubblicato a giugno, e A tavola con Platone. Esercitazioni e giochi d’aula sulle differenze culturali, sessuali e di genere (Ferrari Sinibaldi), uscito a settembre. Due manuali pronti all’uso di insegnanti, genitori ed educatori per sabotare gli stereotipi a grandi e piccini: il primo si concentra sul linguaggio sessista della pubblicità e sulle “gabbie” interpretative a cui vengono ricondotte le donne (ma di riflesso anche gli uomini); il secondo estende il raggio di azione a omofobia e razzismo, nella convinzione che con il sessismo condividono la paura della diversità.

Come? Attraverso i giochi: indovinelli, esercizi di “problem solving”, laboratori di gruppo per più o meno giovani. Perché imparare, anzi “disimparare” a discriminare, divertendosi, è possibile: “la violenza non deve essere un problema da gestire ma da prevenire – spiega Serena – e per prevenirla è necessario intervenire là dove si insinuano le sue condizioni di possibilità, e cioè nell’incontro tra stereotipi culturali e dinamiche relazionali”. Per questo motivo il loro lavoro parte dall’analisi critica della pubblicità: “un immaginario che delegittima la donna mostrandola come oggetto a disposizione del piacere maschile o a servizio delle sue necessità contribuisce a nutrire la concezione che è alla base del femminicidio, ovvero: questa donna è la mia donna e se non mi vuole piuttosto la ammazzo”, aggiunge Judith. Le reazioni da parte degli alunni e delle alunne delle scuole? “Sono estremamente positive – commenta Serena – così come quelle degli insegnanti, che ci chiedono di tornare, spiegandoci che è di questo che hanno bisogno i loro studenti, purtroppo però questo tipo di esperienze restano isole felici ancora ai margini dei percorsi istituzionali”.

Link articolo: http://giulia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=38756&typeb=0&Violenza–a-dire-di-no-si-impara

SNOQ Torino: il convegno dal titolo “Mai più complici” – 13 e 14 ottobre 2012 Le mie impressioni

Venerdì 19 ottobre 2012

Roberta Trucco

SNOQ Genova

 

Vogliamo condividere le impressioni relative all’iniziativa “Mai più complici”, che Roberta Trucco di SNOQ Genova ci ha inviato.

 

13 ottobre partenza per Torino, destinazione OGR (Officine Grandi Riparazioni) convegno SNOQ Torino, sulla violenza contro le donne dal titolo “Mai più complici”.

Parto con mio marito. Siamo convinti che il fenomeno della violenza contro le donne sia un fenomeno che riguarda uomini e donne all’interno di una relazione stretta. I numeri parlano chiaro spesso la violenza è agita all’interno della sfera privata, nella relazione tra due fidanzati o nel nucleo familiare.

Siamo interessati ad ascoltare gli interventi in qualità di coppia e in qualità di padre e madre di 4 figli, un maschio e tre femmine.

Il convegno si apre con uno spettacolo teatrale che vede la prima nazionale dell’atto unico di Cristina Comencini “L’amavo più della sua vita”, un intervento della scrittrice Silvia Avallone, videointerviste di Stefanella Campana ed Elisabetta Gatto e l’intermezzo danzante di Simona Bertozzi.

La cornice nella quale si svolge lo spettacolo sono le OGR, grandi capannoni dove un tempo venivano costruiti i vagoni dei treni e che oggi Torino torna a far rivivere come scenario per promuovere cultura, arte, pensiero. È un edificio che trasuda storia, la nostra storia, lavoro, sudore. La sua essenzialità sembra abbinarsi perfettamente con la forza catartica che il teatro porta con sé. Eravamo ignari che l’invito aperto a tutte/i  avrebbe attirato così tanta gente e ci siamo ritrovati in coda insieme a 800/1000 persone. L’organizzazione ha così dovuto prevedere una seconda replica alle 23.

L’atto unico della Comencini davvero toccante! Due giovani , il migliore amico dell’assassino e la migliore amica dell’uccisa, cercano di parlarsi  per capire e per capirsi. Restituiscono alla parola, con i loro interrogativi, il suo senso profondo, lo fanno attraverso i loro i corpi che si incontrano e un po’ si scontrano. Il testo è aperto e lascia aperta la complessità dell’essere uomini e donne, non giudica, perché non analizza in modo pedante le differenze biologiche e culturali dell’essere ragazza o ragazzo, fidanzato o fidanzata, madre o padre ma restituisce alla parola la possibilità di liberare desideri, di esprimere sentimenti e pensieri che se non tradotti in azioni non sono né buoni né cattivi ma possono sondare il mistero dell’essere.

Seguono le videointerviste su cosa sia per i giovani la violenza. Una straordinaria testimonianza di quanto questa giovane generazione stia lavorando e crescendo. Non mi dilungo sulla bella lettera di presentazione del CP che coglie intelligentemente negli intrecci tra mala politica, informazione fuorviante e cultura maschilista il nodo del degrado di questo paese. Ogni piccolo intervento, dalla danza alla lettura del pezzo della scrittrice, è stato prezioso.

14 ottobre: mattino presto, giornata grigia. I capannoni sempre affascinanti ma freddi. Le organizzatrici ci accolgono con copertine di pile per riscaldarsi (segno di grande cura anche dei corpi – particolare non irrilevante).

Il convegno si apre con il saluto del Sindaco di Torino che nel suo intervento riconosce la grande portata politica del movimento di “Se non ora quando” e la capacità di promuovere, con la sue campagne, grande partecipazione democratica. Il saluto è stato un commiato perché finito se ne va, doveri istituzionali! Segue l’intervento della Ministra Fornero, Ministra del Lavoro con delega Pari Opportunità, subito contestata da un gruppo di 5/6 donne appartenenti alla rete Altereva e alla Fiom. La contestazione attira subito i giornalisti anche se nasce su un terreno che non ha niente a che vedere con il tema del convegno, l’articolo 18, danneggiando così chi ha fatto km per venire a sentire gli interventi e chi ha lavorato alla costruzione dell’evento. La Ministra mantiene la calma e invita le contestatrici sul palco a esprimere le loro idee, quando però si accorge che le loro istanze non riguardano il tema della violenza contro le donne le invita ad attendere la fine del suo intervento e promette loro alcuni minuti di confronto. Personalmente ho trovato deprecabile il modo con il quale queste donne si sono inserite “parassitando” (come dice una mia amica) il duro lavoro di altre/i.

Dell’intervento della Ministra non ricordo molto, forse a causa della contestazione o forse perché non era particolarmente brillante. La sostanza però è, che finito, se ne è andata, come Fassino, senza comunicare se lasciava qualcuno in sua rappresentanza per raccogliere relazione sugli esiti del convegno. Peccato.

È seguita la lettura del bel monologo “A te non è mai piaciuto” della scrittrice Lidia Ravera. (Si può leggere sul sito www.senonoraquando-torino.it/2012/10/18/a-te-non-e-mai-piaciuto-lidia-ravera/). Una madre parla alla figlia in coma a causa delle botte del suo fidanzato. È un monologo che alterna alla tenerezza la rabbia, una rabbia misurata, la rabbia di chi non poteva aprire gli occhi alla figlia perché si sa mai criticare le scelte d’amore dei figli. Molto interessante e profondo.

Poi è salita sul palco, al posto della segretaria  generale della camera del lavoro di Torino, una donna di cui non ricordo il nome e, scusatemi, di cui non ricordo neanche la qualifica, che  ha parlato del fatto che nella formazione medica non esiste una formazione di genere, questo sì che mi è rimasto impresso! La maggior parte delle terapie e dei farmaci ad esempio sono costruite sul modello del corpo maschile. Gli uomini e le donne in medicina sono considerati ginecologicamente differenti ma non biologicamente!!

Quindi ha preso la parola Cristina Obber, giornalista che da anni studia il fenomeno della violenza nel linguaggio di tutti i giorni. Imparare a riconoscerla è anche imparare a chiamare le cose con il loro nome. Chi la compie e chi la subisce spesso è inconsapevole di quello che sta succedendo. (Il suo intervento lo trovate già sul sito di SNOQ Torino.)

L’economista Maria Laura Di Tommaso, Professoressa associata Università di Torino, ha dato una lettura di alcuni numeri ricavati da una ricerca dell’Istat del 2006. Impressionante, una donna su tre ha subito violenza, non ci sono classi sociali nelle quali il fenomeno è più frequente, dove però la donna ha un reddito più elevato il rischio di subire violenza è minore. E questo sì che mi ha allarmato. Le nostre giovani che saranno precarie a vita se non cambia il modo di rapportarci con il lavoro e con il denaro sono sempre più a rischio.

E così con questi pensieri in testa ci siamo presi la doverosa pausa caffè.

Il convegno è ripreso con l’intervento di tre giovani giuriste, Giulia Locati, Francesca Guarnieri e Alice Ravinale, che ci hanno illustrato alcuni limiti delle legislazioni regionali sul tema della violenza contro le donne. Il grande problema è che i fondi vengono erogati con scadenza annuale, il che vuole dire che alla fine dell’anno non si riesce mai a capire se i centri anti violenza avranno ancora fondi per sopravvivere, e peggio ancora in queste condizioni non è possibile costruire un progetto a lungo termine che preveda anche la prevenzione e  lo studio di forme di educazione al rispetto di genere nelle scuole, nelle università, nell’informazione e nella pubblicità.

Antonella Anselmo, Avvocata del Foro di Roma e membro del Comitato Promotore ha poi parlato degli strumenti legali europei per contrastare il fenomeno della violenza sulle donne. Anche lei ha parlato della mancanza di formazione di genere nel mondo dell’avvocatura. Il resto era un po’ complicato, o forse io ero stanca, per chi interessato legga gli atti del convegno.

Poi c’è stata una toccante e forse anche un po’ rabbiosa testimonianza di una donna che lavora nei centri anti violenza, una donna che sulle barricate ci sta da molto tempo e che ogni anno lotta per la sopravvivenza del centro.

La mattinata si è chiusa con Marina Calloni, Professoressa Ordinaria di Filosofia politica e sociale, Università degli Studi Milano Bicocca. La professoressa ha illustrato il progetto proposto e attuato della Baronessa Scotland a Londra. È un progetto molto interessante, un progetto olistico che prevede interconnessioni e trasversalità su diversi ambiti. Sarebbe da studiare a fondo! Presto verrà presentato anche in Italia.

Il convegno poi è proseguito nel pomeriggio con i tavoli di lavoro, ma noi già sfrecciavamo a casa per  ricompattare la famiglia.

Un grazie di cuore alle organizzatrici, il convegno è stato di altissimo livello.

Le mie impressioni sono appesantite dall’ennesimo assassinio di una ragazza di 17 anni a Palermo, oggi 19-10-2012.

Spero che il lavoro importante che tante donne continuano a fare non si arresti e spezzi questa catena di violenza.

Il riconoscimento della violenza

Torino, Domenica 14 Ottobre 2012

OGR (Officine Grandi Riparazioni)

MAI PIÙ COMPLICI – Leggi e realtà a confronto

 

Cristina Obber

Giornalista

 

Il lavoro che ho svolto negli ultimi due anni mi ha sconvolto non tanto per gli accadimenti che mi sono stati raccontati, dei quali mi aspettavo la drammaticità, ma per l’inconsapevolezza che questi avvenimenti portano con sé. E questa inconsapevolezza riguarda gli autori ma anche le vittime della violenza.

Nella maggioranza dei casi gli autori sono persone conosciute dalla vittima. 

La violenza da un amico, da un compagno, è più complessa da superare poiché viene meno la fiducia nel prossimo, ci si sente tradite e si soffre perché quel tradimento diventa un proprio fallimento sentimentale.

Veronica, la ragazza che mi ha dato la sua testimonianza per il libro, a distanza di dieci anni dalla violenza di gruppo subita dai suoi amici dell’università, dice oggi: “Non mi sconvolge quello che hanno fatto gli altri, mi sconvolge quello che ho fatto e non ho fatto io. Non ho denunciato. Perché un po’ me lo meritavo. Questo sentivo, colpevoli loro, colpevoli io. Eppure sarebbe bastato farmi visitare prima di lavarmi, farmi fare un prelievo vaginale, lo sperma era ancora tutto lì. Non l’ho fatto, non sono stata consapevole di me”.

In una scuola due settimane fa una ragazza mi ha chiesto come si fa a denunciare un fidanzato che ti ha fatto violenza sessuale, come si fa a mandarlo in prigione se ne sei innamorata.

Quando sei coinvolta è difficile definire il confine tra amore e violenza.

Chi subisce violenza innalza barriere, si difende con i sensi di colpa, ma manifesta anche disturbi post traumatici che se non vengono gestiti diventano duraturi. L’aggettivo duraturi fa la differenza.

Depressione, problemi relazionali, autolesionismo, disturbi dell’alimentazione.

Questi disturbi ci richiamano anche alla necessità che il riconoscimento della violenza avvenga anche da parte di chi vive intorno alla vittima. Nella famiglia, a scuola, tra i colleghi sul lavoro.

Perché una donna che viene stuprata e non denuncia, che non parla con nessuno della violenza subita è una donna che improvvisamente cambia; che manifesta quei disturbi che, nel caso di minorenni ad esempio, spesso vengono considerati dai genitori solamente delle esasperazioni di comportamenti che fanno normalmente parte dell’adolescenza. Se della violenza non si parla, l’attenzione va altrove.

C’è bisogno di un riconoscimento sociale chiaro della violenza. Di una definizione più precisa. Oggi nell’immaginario collettivo la violenza sessuale si riferisce ad una violenza ad opera di uno o più sconosciuti che ti aggrediscono per strada o in un parcheggio.

Quando la violenza riguarda amici, conoscenti, o familiari, quando un femminicidio coinvolge due giovani fidanzati, allora le si vuol dare un altro nome.

I nostri bravi ragazzi “hanno esagerato”  e le nostre ragazze un po’ “se la sono cercata”. E ragazzi dolci e affettuosi hanno “perso la testa”.

E quante donne adulte sono in prima linea a difendere i maschi violenti? A giustificarli, a puntare il dito per prime contro altre donne?

Queste sono manifestazioni di inconsapevolezza collettiva, sono menomazioni della coscienza sociale che si riflettono sul pensare e sul sentire dei giovani.

Le ragazze si sentono davvero complici di ciò che potrebbe loro accadere ancor prima che accada, i ragazzi si sentono già protetti da una famiglia e da una comunità territoriale e nazionale pronta a comprenderli e perdonarli.

Dopo la violenza ai danni di una loro amica, i due diciannovenni abruzzesi, ad agosto, il giorno dopo l’accaduto, hanno confidato ad un amico di aver fatto “una fesseria”.

Una fesseria è un giro in moto senza casco, una fesseria è esagerare con l’alcool e vomitare tutta la notte.

Mi violenti di nuovo se parli di “fesseria”.

Chiediamoci perché un ragazzo di 25 anni può associare allo stupro il sostantivo “fesseria”. Come si costruisce questo linguaggio?

La stampa, la tivù, hanno una grande responsabilità, nel gergo, nell’uso delle parole, nella costruzione degli articoli.

Ma dobbiamo smetterla di giustificare, di minimizzare, tutti.

Tanti femminicidi sono l’epilogo di violenze perpetuate per lungo tempo, a volte anni, con i parenti che cercano di riappacificare, con i vicini che non si vogliono impicciare, con le forze dell’ordine che non sono preparate nelle valutazioni dei rischi.

Ma la violenza sulla donna non è soltanto quella efferata che finisce sui giornali, c’è un problema di relazione quotidiana distorta che ci riguarda tutti, di cui si parla poco proprio perché è più facile guardare altrove che dentro le nostre relazioni.

La violenza molte volte si costruisce insieme, accettando ruoli e gesti, giorno dopo giorno, tra compagni di scuola, tra fidanzati, all’interno della famiglia.

Perché la politica riconosca la violenza – e la deve riconoscere, mettendola tra le priorità dell’agenda, perché se non si è nel calendario delle urgenze anche il miglior progetto di legge non troverà mai il tempo per essere discusso, non troverà risorse – ma per chiedere alla politica di riconoscere la violenza come un problema sociale dobbiamo prima riconoscerla noi, nelle nostre vite.

Anche il nostro linguaggio, quello di noi donne, un linguaggio familiare spesso fatto di silenzi-assensi deve rinnovarsi, senza paura di riconoscere anche dentro le nostre mura sintomi ed espressioni di violenza, di quella violenza psicologica appena percettibile a volte e che proprio per questo ci si abitua a trascurare.

Nella maggior parte dei casi le donne aspettano, portano pazienza, come deve fare una buona madre di famiglia, in nome della sacralità della famiglia.

Le donne portano pazienza perché si comincia con piccole umiliazioni, su cui si può sorvolare, oppressioni che ingrossano le spalle anziché far alzare la voce, velate intimidazioni che si fanno sempre più fitte.

Mentre i figli ascoltano, respirano, fanno loro quelle modalità di relazione.

A volte si va avanti così per anni, senza che nessuno alzi le mani.

Poi un giorno la donna rompe il meccanismo, rompe quel silenzio-assenso che in fondo la lascia vivere tranquilla, rassegnata ma tranquilla, quel silenzio che non turba apparentemente il quieto vivere della famiglia. Ecco che arriva il primo schiaffo, e qui di nuovo una scelta:  Testa bassa o testa alta; violenza fisica o psicologica, le modalità sono le stesse. Le difficoltà a dirci cosa ci sta accadendo anche. Ci nascondiamo dietro l’alibi del bene dei figli, sapendo di mentire.

Perché è il linguaggio di padri e di madri ciò che i nostri figli, crescendo, porteranno nel profondo, dentro di sé.

Cerchiamo di parlarne con i nostri compagni, che vivono in un mondo di uomini zitti.

È il silenzio che fa sì che sulla violenza il mondo maschile abbia davvero orizzonti ristretti.

Riconoscere la violenza per uno sguardo maschile è ancora difficile.

Gli uomini non solo non parlano, purtroppo non ascoltano.

Non ascoltano il No con cui li supplichiamo di non farci male.

“Quel No mi è rimbalzato” mi ha raccontato Marco, ricordando una violenza su una ragazzina. Rimbalzato. Non ti ascolto.

Quello che mi ha sconvolto in carcere, parlando con gli uomini, è  il loro individualismo, la disabitudine ad ascoltarci. L’indifferenza. 

Sono entrata in carcere grazie al CIPM, il centro italiano per la mediazione che ha sede a Milano ed opera un trattamento intensificato sugli autori delle violenze sessuali. Durante il trattamento questi uomini vivono in una parte del carcere dedicata, in celle singole perché la solitudine risulta essere un elemento essenziale per l’elaborazione, altro che domiciliari! Nel primo incontro ho soltanto ascoltato. Stupratori, pedofili, maltrattanti.

Erano una ventina, tutti insieme, parlavano di sé, facevano una sorta di bilancio dei nove mesi di trattamento. Facce normali, uomini della porta accanto.

Ho sentito tanti Se. Se avessi saputo, se avessi potuto, se avessi capito. Se avessi chiesto aiuto. In una scuola un ragazzo mi ha chiesto con chi si può parlare senza essere giudicati.

In carcere ho respirato Incertezze e speranze per quello che sarà il dopo, il fuori di qui, tra buoni propositi, fragilità e paure.

Sono in molti a pronunciare la parola rabbia, rabbia che cresce dentro, rabbia che non sai dire, rabbia come unico mezzo per reagire a qualcosa che non va a modo tuo. Rabbia che molti ammettono di imparare a riconoscere, prima ancora che a gestire, grazie al trattamento. Mi ha sconvolto rendermi conto che quasi per tutti la consapevolezza del dolore causato è emersa piano piano, durante quei nove mesi, settimana dopo settimana,  portando con sé una sofferenza che non c’era. Questo è il dramma. Non c’era.

C’era solo rancore per essere in galera. Come se le botte, lo stupro si potessero paragonare ad un incidente in auto,  aggiusti le ossa e aggiusti tutto. Come è possibile – mi sono chiesta –  che il dolore non sia immaginabile, scontato, ovvio, che ci sia bisogno di farselo spiegare?

Per non parlare della pedofilia, dove si respira la malattia:

Dopo aver abusato della nipote di tredici anni per un anno intero, tutte le domeniche una decina di minuti, un uomo è riuscito a dirmi, durante un colloquio individuale, è riuscito a dire che anche a lei piaceva, altrimenti avrebbe denunciato prima. Lui 45, lei 13.

E sto parlando di un padre di tre figli adolescenti.

Siccome prega spesso, non si da’ pace di non essere stato perdonato dai suoi familiari. Si sente in pratica vittima, incompreso da un mondo ingiusto.

Chiediamoci con quale rancore verso il mondo ingiusto e verso le donne uscirà quest’uomo dal carcere dopo altri sei anni degli otto che definisce Troppi. Troppo pochi, gli ho detto, ma lui insisteva che erano troppi perché concentrato su di sé, in preda ad un egocentrismo spaventoso.

Ovviamente questo signore non si era sottoposto ad alcun trattamento riabilitativo; aveva provato ma mi ha detto che era troppo faticoso, ha detto Mi scoppiava la testa.

Chiediamoci perché il trattamento intensificato non è obbligatorio per tutti gli uomini violenti. Perché questi sono progetti che riguardano poche realtà e con risorse limitate. Perché è solo apparentemente un problema di soldi. Il carcere costa, e se uno non ci ritorna risparmiamo anche in termini economici.

Se diminuisce la violenza diminuiscono le persone in carico ai servizi sociali per superare il dolore, per sopravvivere.

Se diminuisce la violenza ci si ammala di meno di patologie post trauma, si usano meno psicofarmaci eccetera eccetera.

In carcere c’era anche un tale che era al 29esimo anno di carcere, ma non tutti di fila, dentro e fuori. E in quel dentro e fuori ha stuprato 27 donne.

Non ci si crede, ma queste sono le realtà del nostro sistema giudiziario.

Ha detto ho paura di quando uscirò, qui mi sento protetto ma sono malato di alcool e di sesso. Finalmente un uomo consapevole! Un altro, che picchiava la moglie, ex moglie, l’ha definita EX vittima. Il dott. Giulini, del CIPM, lo ha subito interrotto: vittima era e vittima resta, gli ha detto. Forse  quell’uomo ha usato EX perché non intende più sfogare su di lei la propria frustrazione ma certo la colpa, per quanto espiata, rimane. E quello che è accaduto, non si cancella.

Lorenzo, in carcere per stupro, ha detto che prima del trattamento pensava che i pedofili fossero molto peggio di lui, e che soltanto ora sa che sono pari, che la violenza è violenza e basta; la consapevolezza gli ha portato il rimorso e la vergogna con cui è giusto che faccia i conti.

Ecco dunque che le istituzioni devono intervenire sugli autori di violenza con dei trattamenti mirati, devono attuare il percorso di elaborazione e recupero dell’individuo di cui parla la Costituzione.

Noi non vogliamo più che gli uomini escano dal carcere come da un freezer, intatti, senza il riconoscimento di ciò che hanno compiuto, del lutto arrecato, del male che hanno fatto.

Si torna sempre ad una parola magica: CONSAPEVOLEZZA.

Che significa anche PREVENZIONE. Che significa uscire dalla SOLITUDINE, non pensare che quello che stai vivendo non è successo a nessuno prima di te. Significa non sentirti perduto se lei non ti vuole più, se non ti ama più.

Significa sapere che c’è un altro modo, che un altro futuro è possibile.

Ma soltanto se io so cos’ è la violenza posso riconoscerla.

E soltanto se la riconosco posso, se mi ritrovo coinvolto in un sentire violento, contestualizzarmi all’interno di quello che mi sta accadendo, e dire NO.

Se sono maschio e non riconosco quello che mi sta accadendo, perché non ho indizi, non ho elementi di paragone da associare a ciò che mi passa per la testa, alle mie fantasie, a ciò che mi da’ pace, pensate  al sollievo che l’autore di un femminicidio prova nell’architettare il suo omicidio, se non so come si chiama quello che mi sta accadendo allora sarò vittima io stesso della mia inconsapevolezza e della violenza, della paura, della rabbia che mi pervade in quel momento. E farò del male.

Ecco perché con l’associazione Donne in rete stiamo portando avanti il progetto Non lo faccio più nelle scuole, perché con la discussione i ragazzi potranno dare non solo un nome alle cose che ascoltano dai media, ma potranno anche dare un nome a ciò che incontrano nei loro pensieri, dare un nome alle loro emozioni e alle loro paure. E dirsi queste cose tra loro, ragazzi e ragazze INSIEME.

A Milano collaboreranno anche l’associazione Maschile Plurale, fatta di uomini che si interrogano sulla violenza, e l’associazione Amiche di Abcd, ma su ogni territorio sarà importante entrare nelle scuole insieme ad associazioni che vivono in quel territorio, affinché ai ragazzi rimangano poi delle persone a cui far riferimento da lì in avanti per non sentirsi soli ma anche per collaborare e portare il loro contributo.

Perché nonostante i giovani convivano con gli stereotipi di genere, sono così svegli che fanno presto a liberarsene.  Hanno energia, hanno la rete, possono fare grandi cose.

Quando io avevo 18 anni, vivevo serena in una scuola di maschi, unica femmina in classe, dove ho sempre respirato rispetto per la mia diversità, dove mai mi sono sentita oggetto.

Allora tutte le conquiste che dobbiamo al femminismo mi parevano la normalità, il mio presente e il mio futuro.

Mi sono chiesta come mai oggi vado nelle scuole a parlare ai 18enni di femminicidio e di stupro?

Se non lotti per qualcosa non ti rendi conto di quanto sia prezioso, e non ti impegni abbastanza per difenderlo.

Ci siamo rilassate, dando per scontato che il futuro sarebbe stato un cammino fatto di altri riconoscimenti e conquiste, senza bisogno di lottare, per la naturale inerzia dovuta alla spinta degli anni ‘70. Abbiamo portato avanti la nostra dignità e la nostra parità negli ambiti privati, senza curarci troppo di quanto accadeva fuori.

Credo tutte noi saremo eternamente grate alle fondatrici di snoq per aver ritrovato quel coraggio collettivo che sembrava perduto e anche questa giornata dimostra che ci riconosciamo nel bisogno di condividere, di puntare non ognuna  su sé stessa ma su tutte noi insieme.

Concludo con la frase di uno storico, Leo Valliani, che parla del Novecento, in un libro scritto alla fine del Novecento.

-Il nostro secolo prova dunque che la vittoria degli ideali di giustizia e di uguaglianza è sempre effimera, ma se si riesce a salvaguardare la libertà, si può, tuttavia, ricominciare da capo. Non bisogna disperare, neppure nelle situazioni più disperate.-

Ecco, credo che se oggi siamo qui in tante è per rafforzare e condividere unite la necessità di ricominciare da capo. La possibilità di ricominciare da capo.

E di affidare alle giovani donne e ai giovani uomini nuovi strumenti di verità e di scelta.