A che punto siamo sulla cura di anziani e disabili

in.Genere    26 luglio 2018   – Sara Picchi

Colf e badanti, disabili e carergiver. Facciamo il punto sulle politiche per la cura e l’assistenza in questi ultimi anni, mentre tutti parlano di decreto dignità

Il cosiddetto “decreto dignità” in arrivo con l’obbiettivo di contrastare la precarietà di colf e badanti rendendo più costosi i contratti a termine ha soprattutto un rischio: quello di far aumentare anche il costo delle collaboratrici domestiche per le famiglie e per le imprese, favorendo così il lavoro sommerso in un settore che, già di per sé, in Italia non è affatto semplice. Il dibattito in corso ci sembra la giusta occasione per tornare a parlarne e capire qual è il quadro e cosa è cambiato in termini di politiche negli ultimi anni.

Secondo l’Istat, in Italia ci sono 3 milioni di disabili. Questi contano ancora su una rete di assistenza molto scarsa e male distribuita sul territorio. L’assegno di accompagnamento rimane lo strumento principale per rispondere alle esigenze e ai bisogni di queste persone, ma la misura raggiunge solo l’11,5% della popolazione anziana dipendente. Purtroppo i dati relativi all’assistenza domiciliare sanitaria  (ADI) e sociale (SAD) sono fermi al 2014. In base agli ultimi dati disponibili sappiamo che i servizi coprono solo rispettivamente il 4,8% e l’1,2% delle persone non autosufficienti. Rispetto al fondo per la non autosufficienza e a quello per le politiche sociali, la situazione non migliora. Con il Governo Gentiloni, il fondo nazionale per la non autosufficienza ha subito una sforbiciata di 50 milioni di euro, scendendo per il 2017 da 500 a 450 milioni mentre il fondo per le politiche sociali è passato dai 311,58 milioni stanziati nell’ottobre 2016 a 99,7 milioni di euro nel 2017. Tuttavia tra il 2016 e il 2018 si possono annoverare due interessanti novità: la legge “Dopo di noi” e il fondo per il sostegno dei caregiver familiari. Leggi il resto »

Verso un’equa condivisione Il Social Pillar dell’Europa

in.Genere     29 giugno 2017                     Valeria Viale

Il divario occupazionale tra donne e uomini è dell’11,6% e costa all’Europa 370 miliardi di euro ogni anno. Con l’approvazione del Social Pillar l’Ue propone una serie di misure per affrontare una sfida che non è solo culturale ma fiscale

A distanza di anni dall’inizio della discussione che ha portato all’approvazione del Social Pillar, il Pilastro europeo sui diritti sociali, Valeria Viale racconta il primo passo di un percorso che continueremo a seguire su inGenere in tutte le sue conquiste e contraddizioni.

Il 26 aprile 2017 la Commissione europea ha pubblicato lo European Pillar of Social Rights, proposta a lungo attesa con la quale l’Ue mostra tutta la sua intenzione di rafforzare l’implementazione dei diritti sociali in tutti gli Stati membri. Scopo del Pilastro è quello di essere guida efficiente verso nuovi tassi di occupazione e di rispondere alle sfide cui l’Unione è chiamata in tema di diritti sociali. 20 i principi chiave raccolti in tre macro ambiti: pari opportunità e accesso al mercato del lavoro, eque condizioni di lavoro, inclusione e protezione sociale.

Nell’ambito del Pilastro europeo dei diritti sociali, la Commissione ha presentato una serie di iniziative legislative e non legislative concernenti l’equilibrio tra attività professionale e vita privata. “Viviamo nel XXI secolo e il nostro atteggiamento nei confronti della vita e del lavoro, delle donne e degli uomini deve essere al passo con i tempi. Le nostre figlie e i nostri figli non dovrebbero essere tenuti ad aderire ai modelli dei nostri nonni. Non esiste un solo ‘giusto equilibrio’: si tratta di scelte. È ora che diamo a tutti la possibilità di scegliere davvero come desiderano plasmare la propria esistenza, crescendo i figli, dedicandosi alla carriera, occupandosi dei familiari anziani, vivendo la propria vita.” ha dichiarato il primo Vicepresidente Frans Timmermans nel giorno della presentazione del pacchetto. Leggi il resto »