I diritti delle donne, la nostra rivoluzione

La Stampa – Opinioni  18 marzo 2017   –   Maurizio Molinari

Caro Direttore, il fatto che lo scorso primo marzo il deputato polacco Janusz Korwin Mikke durante una seduta al Parlamento europeo, nel corso di un botta e risposta sulla parità di genere con la collega spagnola Peres, ha definito giusto che le donne essendo «più deboli, più piccole e meno intelligenti prendano stipendi inferiori» dimostra, senza ombra di dubbio, che il sessismo è ancora radicato nella nostre società a vari livelli. È un’affermazione grave e indegna per un rappresentante delle istituzioni europee. Considerato che l’eurodeputato in questione non è nuovo ad affermazioni sessiste credo che il Parlamento di Strasburgo abbia fatto bene a infliggergli una pesante sanzione disciplinare.

Giovanni Terramoccia

Caro Terramoccia, la carenza di rispetto per i diritti delle donne è uno dei maggiori elementi di debolezza economica e ritardo sociale in troppe nazioni europee, incluse Polonia e Italia. Per comprendere l’entità del danno che tale ritardo produce bisogna tenere presente l’importanza strategica che il rispetto dei diritti delle donne può avere in questa fase storica, segnata da incertezza e crisi. Sono tre gli elementi-chiave a tale riguardo. Primo: la maggiore forza di qualsiasi sistema economico è l’entusiasmo dei suoi protagonisti e ciò che oggi può infonderlo a dosi industriali nei Paesi europei alle prese con la stagnazione è un balzo in avanti nel coinvolgimento delle donne, ovvero della maggioranza degli abitanti. Secondo: se sul fronte dell’economia e della sicurezza i nostri Paesi sono in affanno, è su quello dei diritti che possono avanzare più in fretta. La crescente consapevolezza dei diritti di gay, transgender, minoranze, immigrati, giovani, disabili, malati e anziani infonde energie nuove in ogni città, quartiere, caseggiato, famiglia ed è dunque fonte di ricchezza collettiva. Di conseguenza, il maggior carburante a disposizione di tutti è nel rispetto del gruppo numericamente più grande: le donne. Terzo: il rispetto dei diritti delle donne è il terreno decisivo per alcune importanti sfide internazionali perché sono il più efficace antidoto contro il jihadismo nel mondo dell’Islam, la migliore garanzia contro le diseguaglianze in Occidente, il tassello più strategico per far progredire le democrazie.

Ecco perché quando vediamo, assistiamo o veniamo a sapere di stupri, femminicidi o altre forme di discriminazioni e violenze ai danni delle donne dobbiamo essere consapevoli del fatto che siamo tutti noi a rimetterci. Dunque, il rispetto dei diritti delle donne è una rivoluzione per la quale è importante battersi.

 

8 marzo: Parliamone nelle fabbriche. Uomini e donne insieme

Corriere della sera – La 27 ora  – 8 febbraio 2017  – Loredana Taddei

Mai come quest’anno è necessario che la data dell’8 marzo sia una straordinaria occasione per dare seguito alla grande e partecipata mobilitazione generale. La CGIL promuoverà assemblee in tutti i luoghi di lavoro e, laddove ve ne siano le condizioni e le possibilità, garantirà l’effettuazione dello sciopero. Gli attacchi alla libertà delle donne si moltiplicano. Hanno i volti minacciosi di Trump e di Putin, ma non solo: ovunque respiriamo un’aria pesante, di decadenza e di restaurazione. Le donne l’hanno capito subito e si uniscono. Da mesi scendono piazza in tutto il mondo contro la violenza, contro le discriminazioni e le disuguaglianze nel lavoro, per rivendicare il diritto all’autodeterminazione, per difendere i diritti umani e sconfiggere il patriarcato. La CGIL ha scelto la strada delle assemblee e del confronto con lavoratrici e lavoratori per mettere a nudo una cultura che divide uomini e donne anche nel mondo del lavoro, per discutere temi che riguardano tutti, non soltanto le donne.

Leggi il resto »

Arabia Saudita, la gabbia delle donne rinchiuse nel sistema tutelare maschile

Pubblichiamo questo articolo comparso su La Repubblica del 17 luglio 2016 perchè può essere interessante e non letto da molte poichè comparso nel periodo estivo.

BEIRUT – Il sistema di tutela maschile dell’Arabia Saudita resta l’impedimento più importante per i diritti delle donne di quel paese, nonostante le riforme annunciate e, in parte, avvenute negli ultimi dieci anni. Ne parla Human Rights Watch (Hrw) in un rapporto pubblicato oggi. Nel paese che vanta alleanze e fitti rapporti commerciali con le maggiori democrazie occidentali (Italia compresa) la situaszione è la seguente: le donne adulte devono ottenere il permesso da un tutore di sesso maschile prima di viaggiare o sposarsi, per lavorare o ottenere assistenza sanitaria. In alcuni casi, gli uomini usano i requisiti che vengono loro riconosciuti per estorcere ingenti somme di denaro dalle proprie dipendenti di sesso femminile. Tutto questo per le donne saudite dura dalla nascita fino alla morte.

Nel rigido recinto dei padri e dei mariti. Il rapporto di Hrw è fatto di 79 pagine ed esamina in dettaglio la struttura delle barriere formali e informali che riguardano la libertà personale delle donne in Arabia Saudita. Come ha detto una ragazza saudita di 25 anni a Human Rights Watch: “Dobbiamo tutte vivere ai bordi di questo recinto delineato dai nostri padri o mariti”. Sarah Leah Whitson, direttore per il Medio Oriente di Hrw, dice: “Il fatto che le donne saudite siano ancora costrette a ottenere il permesso di un tutore di sesso maschile per esercitare anche i più banali diritti di libertà personale rappresenta una violazione che persiste da tempo, oltre che un’oggettiva barriera per i piani del governo destinati a migliorare l’economia”.

“A 62 anni ho mio figlio per tutore”. Human Rights Watch ha intervistato 61 donne saudite, ma anche uomini per redigere la relazione, analizzando le leggi saudite, le politiche e i documenti ufficiali. Ogni donna nata e residente nella monarchia deve avere un tutore di sesso maschile, di solito un padre o un marito, in alcuni casi un fratello o anche un figlio, che ha il potere di prendere una serie di decisioni sul suo conto.”Mio figlio è il mio tutore – dice una donna di 62 anni – che ci crediate o no, e questo è davvero umiliante … Mio figlio, lui che ho cresciuto, è il mio guardiano”. In più, altri parenti maschi di una donna hanno autorità su di lei, anche se in misura minore.

Alcune piccole concessioni. Attivisti per i diritti delle donne in Arabia Saudita hanno ripetutamente chiesto al governo di abolire il sistema di tutela maschile. Nel 2009, e di nuovo nel 2013, l’Arabia Saudita ha accettato, ma da quando questo è accaduto il governo ha preso provvedimenti per ridurre il controllo dei custodi sulle donne: per esempio, non è più compreso l’obbligo per le donne di richiede il permesso di lavorare, ed è anche passata una legge che criminalizza l’abuso domestico. Nel 2013, l’allora re Abdullah ha persino nominato 30 donne al Consiglio della Shura, il suo più alto organo consultivo e, nel 2015, le donne hanno votato e molte si sono anche candidate alle elezioni dei Consigli comunali per la prima volta. Tuttavia, nonostante questi passi limitati, il sistema di tutela maschile rimane in gran parte al suo posto.

Vietato chiedere autonomamente il passaporto. Le donne non possono richiedere il passaporto senza l’approvazione del proprio tutore maschio. Si inontrano regolarmente difficoltà durante lo svolgimento di una serie di operazioni senza un parente maschio, come ad esempio l’affitto di un appartamento. Il governo non richiede l’autorizzazione del tutore per le donne che vogliono lavorare, ma non penalizza i datori di lavoro che invece chiedono questa autorizzazione. Le donne non possono studiare all’estero con una borsa di studio rilasciata dallo stesso governo senza l’approvazione del tutore, e un parente maschio la deve comunque accompagnare all’estero, mentre studia; le donne non possono guidare e la tutela del marito si esercita anche durante le pratiche di divorzio.

Alcune incredibili abberrazioni giuridiche. Vi è dunque una discriminazione profondamente radicata all’interno del sistema legale. Le donne che si trovano in carcere – altro esempio – una volta scontata la pena devono comunque sottostare all’autorizzazione del tutote maschio per essere rilasciate. Se un tutore si rifiuta di approvare la sua scarcerazione, sono le autorità che provvedono a trasferire la donna in un luogo protetto per poi organizzare un nuovo matrimonio per suo conto, in modo che Il suo nuovo marito diventi il suo nuovo tutore.

Quell’interpretazione ottusa di un versetto del Corano. Human Rights Watch ha parlato con le donne che hanno affermato di avere come unica opzione sicura quella di lasciare il proprio paese, dopo gli abusi e le minacce dei membri maschi della propria famiglia, ma che non erano state in grado di convincere i loro tutori, in alcuni casi gli stessi autori degli abusi, per consentire loro di viaggiare. Il sistema di tutela si fonda sull’interpretazione restrittiva di un versetto coranico, assai ambiguo. Un’interpretazione contestata da decine di donne saudite, tra cui accademici e femministe islamiche, che hanno parlato di Hrw. Un ex giudice saudita ha espressamente affermato che le imposizioni in vigore nel paese relative alla tutela dei maschi non sono richieste dalla sharia, o dalla giurisprudenza islamica.

Alcune testimonianze.
Si tratta di intervistate di cui sono stati diffusi nomi di persone inventati, per ragioni di sicurezza. Rendere pubblici, criticandoli, i regolamenti sauditi è considerata una forma di terrorismo che danneggia la reputazione dell’Arabia Saudita. Per questa ragione sono stati imprigionati diversi attivisti per i diritti umani, che hanno condiviso le informazioni con le organizzazioni straniere.

Rania, 34 anni. “Non possiamo che affidarci alla prossima generazione di donne. Non ci si può fidare di noi, ormai.Non ha alcun senso”.

Hayat, 44 anni. “Si finisce per avere una gran confusione in testa alterando il modo in cui si guarda se stessi. Come puoi rispettare te stessa? E come fa la tua famiglia a rispettarti se è lei stessa il tuo guardiano?

Tala, 20 anni. “Il sistema di tutela è un incubo. Non voglio sposarmi, perché non voglio che un estraneo mi controlli. E’ solo schiavitù”.

Zahra, 25 anni. “Preferirei essere uccisa piuttosto che dare ad un uomo il diritto di abusare della mia vita”.

Reena, 36 anni. “Tu non hai potere sul tuo corpo. E questo rende difficile e irritabile ogni passo della tua vita. Tutto ciò che fai e che richiede impegno e tempo potrebbe semplicemente svanire in un secondo, se solo il tuo tutore lo
decide”.

Khadija, 42 anni. “E incredibile quanto si sia potuto raggiungere, nonostante tutte le restrizioni che ci sono imposte… Ora che più donne stanno lavorando, penso che ci saranno ulteriori cambiamenti. È inevitabile”.

Tolleranza non è ridurre le libertà delle donne

Corriere della sera.it / La 27 ora – 31 marzo    Michela Marzano

Pare che George Washington, motivando ai quaccheri la ragione per la quale non avrebbe richiesto loro di adempiere il servizio militare, avesse detto che gli «scrupoli di coscienza di tutti gli uomini dovrebbero essere trattati con la più grande cura e gentilezza». E che quindi, in nome della tolleranza, si sarebbe dovuta «accomodare» persino la legge. Ma fino a che punto si possono «accomodare» alcuni diritti? È giusto arretrare anche solo sulle proprie abitudini? È ammissibile, per le donne, rinunciare a quelle libertà conquistate da poco e con tanta fatica, come è accaduto recentemente ad Amsterdam dove sono stati vietati minigonne e stivali sexy negli uffici comunali per non urtare la sensibilità di una clientela multietnica? Si può, per dirla in altri termini, tollerare l’intolleranza altrui senza rischiare di cancellare la possibilità stessa della tolleranza? Leggi il resto »

La penalizzazione delle madri nel mercato del lavoro italiano: un confronto fra coorti

di Michele Lugo, 13 novembre 2015, da www.neodemos.info

Le donne italiane e il mercato del lavoro

In Italia, rispetto al resto dei Paesi occidentali, la condizione delle donne sul mercato del lavoro è particolarmente negativa. Il tasso di occupazione femminile (fra i 20 e i 64 anni) è di poco superiore al 50%, molto basso rispetto alla media europea (che nel 2014 era del 63,5%) e la sua già lenta crescita sembra essersi interrotta (Eurostat 2015). Lo svantaggio delle donne italiane, pur coinvolgendo anche le donne senza figli, è particolarmente forte per le madri: il numero di donne che escono dal mercato del lavoro in seguito alla nascita di un figlio è stimato tra il 20% e il 25% (Casadio et al. 2008; Gutierrez-domenech 2005), nella maggior parte dei casi l’interruzione della carriera lavorativa delle madri non è temporanea come accade in altri Paesi occidentali – Germania, Regno Unito o Stati Uniti – ma permanente. Leggi il resto »